2.Omodossia

Con questo post vi propongo la seconda parte (su cinque) dell’articolo di cui avevo parlato in 1.Introduzione.
Buona lettura!

 

2. Omodossia

2.1 Il bicchiere mezzo vuoto e quello mezzo pieno

Se stiamo parlando di crisi finanziaria è perché qualcuno ha preso in
prestito dei soldi che non riesce a restituire, e la crisi è
internazionale perché creditore e debitore risiedono in paesi diversi.
Per definizione quindi il problema esiste perché esistono i movimenti
internazionali di capitali, cioè perché i risparmi accumulati in un
paese possono essere impiegati in un altro paese (sottolineo, en passant, che questo non è di per sé un dato distintivo della moderna globalizzazione, ma qualcosa che è sempre successo)[1]. Ci sarà utile qualche precisazione terminologica.
Gli economisti parlano di importazione di capitali quando i capitali
affluiscono in un paese. Questo significa in parole povere che il paese
in questione si sta indebitando con l’estero, e quindi accumula
passività (perché si presume che i capitali in questione non siano
regalie, ma crediti, che, per chi li riceve, sono debiti). Notiamo che
all’afflusso di capitale farà riscontro il deflusso di
un reddito nei periodi successivi, visto che sui debiti si paga un
interesse. La fuoriuscita di capitali è invece un’esportazione di
capitali: in questo caso il paese sta accumulando crediti, cioè
attività, e al deflusso di un capitale farà riscontro il successivo
afflusso di redditi, visto che sulle somme prestate si esige il
pagamento di un interesse.
Nessun paese ha solo debiti o solo crediti: la posizione creditoria/debitoria di un paese viene quindi valutata in termini netti
(attivo meno passivo). La variazione di questa posizione netta
sull’estero (cioè l’accreditamento/indebitamento estero netto di un
paese) è il saldo delle “partite correnti” della bilancia dei pagamenti.
Concorrono ad esso il saldo commerciale e quello dei redditi, il che
significa, in buona sostanza, che un paese si indebita con l’estero se
spende (per importazioni e pagamenti di interessi) più di quello che
guadagna (per esportazioni e riscossione di interessi); di converso, un
paese, per avere risorse da prestare all’estero, dovrà aver guadagnato
(esportando) più di quanto ha speso (importando)[2].
Questo dato contabile abbastanza ovvio (anche ognuno di noi si indebita
se spende più di quanto guadagna) ha una conseguenza: un paese
importatore netto di beni (cioè con deficit delle partite correnti) è
anche un importatore netto di capitali, e simmetricamente un paese
esportatore netto di beni è anche esportatore netto di capitali. Ciò
raccorda le dinamiche finanziarie (indebitamento/accreditamento) a
quelle reali (acquisto/vendita di beni).
La comunicazione dei fatti economici tende a essere sempre schermata da
valutazioni moralistiche. Il medesimo fenomeno può essere presentato
surrettiziamente come positivo o negativo a seconda di quale termine
(sempre tecnicamente corretto) si decida di adottare. Esempio: quando i
giornali lamentano il fatto che il nostro paese non è sufficientemente attrattivo per i capitali esteri, stanno in effetti deplorando che il nostro paese non si stia indebitando abbastanza
con l’estero. Insomma, da prospettive diverse lo stesso fenomeno si
presenta in modo molto diverso. In effetti, nessuna variabile economica,
e quindi tanto meno l’indebitamento con l’estero (movimenti
internazionali di capitale in entrata), è di per sé “buona” o “cattiva”.
È banalmente una questione di misura: il troppo stroppia. Sarebbe bello
poter dare una valutazione più paludata in vesti scientifiche, ma
purtroppo non è possibile. Uno dei limiti, ampiamente riconosciuti e
ammessi, della scienza economica è proprio quello di non essere
riuscita a fornire una definizione scientificamente fondata da un lato, e
operativa dall’altro, del concetto di sostenibilità del debito
[3].
Ne è prova il fatto che Nigel Chalk e Richard Hemming intitolano la
loro rassegna “la sostenibilità in teoria e in pratica”, proprio per
sottolineare questo insanabile scollamento fra teoria economica e
indicatori utilizzati in pratica da istituzioni e mercati. Questo limite
riconosciuto va ovviamente tenuto ben presente ogni qual volta
vengano proposte regole di politica economica che hanno per scopo
quello di garantire la “sostenibilità” delle finanze pubbliche, concetto
che, come abbiamo visto, può apparire univoco solo a chi non lo ha
studiato in termini scientifici.
Un’ultima precisazione: un paese non coincide con il suo settore pubblico e quindi, ad esempio, il debito estero dell’Italia (cioè i soldi che il “sistema paese” riceve dal resto del mondo), non coincide con il debito pubblico
dell’Italia (cioè con i soldi che il governo prende a prestito, in
Italia e all’estero). È un dato ovvio, ma conviene precisarlo, perché i
mezzi di comunicazione ci bombardano con un messaggio fuorviante: nei
loro resoconti il debito è tutto pubblico, un po’ come nel dizionario
dei luoghi comuni di Flaubert gli agenti di borsa sono tutti ladri, gli
architetti tutti imbecilli, le imperatrici tutte belle. Non mi intendo
di architetti o imperatrici, ma certamente il debito non è tutto
pubblico, e in particolare i capitali che viaggiano da un paese
all’altro lo fanno principalmente per sovvenire a esigenze finanziarie
del settore privato. In altre parole, indebitamento (deficit) pubblico e
indebitamento (deficit) estero non sono “gemelli”. Di norma e in media
un punto di indebitamento pubblico si scarica sull’estero solo per un
terzo, il che significa che di norma e in media i due terzi degli
afflussi di capitale di un paese sono assorbiti dal (cioè sono debito
del) settore privato[4].

2.2 Le leggi dell’omodossia

Fatte queste precisazioni, cerchiamo ora di capire come dovrebbe
funzionare il mondo secondo l’economia che ho deciso di chiamare
omodossa, e che coincide in larga misura con la scuola di pensiero che
gli economisti definiscono neoclassica o mainstream, che i
giornalisti definiscono liberista, e che gli storici del pensiero
tendono a definire marginalista. Sì, forse non ci sarebbe bisogno di
introdurre un altro nome per un atteggiamento intellettuale che ne ha
già tanti. Ma parlare di omodossia ci aiuta a ricordare che studiosi
abbastanza disparati in fondo si ritrovano su alcuni principi fondanti,
insomma, sotto sotto la pensano un po’ tutti allo stesso modo.
Un primo principio fondante dell’omodossia è quello dei rendimenti
decrescenti, secondo il quale di norma, in un processo produttivo,
successivi incrementi di un fattore di produzione determinano incrementi
di prodotto sempre minori (se manteniamo costanti gli altri fattori
produttivi). Tecnicamente diciamo che “la produttività marginale dei
fattori è decrescente”[5]. A contrario, questa legge suggerisce che i fattori di produzione (capitale e lavoro) sono più produttivi dove sono più scarsi.
Una seconda “legge” dell’omodossia stabilisce che i fattori di
produzione (capitale e lavoro), vengono remunerati in base al contributo
marginale (decrescente) che apportano al processo produttivo.
Tecnicamente diciamo che “in un equilibrio di concorrenza perfetta i
fattori di produzione ricevono una remunerazione pari alla propria
produttività marginale”. A differenza della prima legge, che ha un
fondamento “oggettivo” nella struttura fisica del processo di produzione
(le virgolette non sono messe a caso, ma per gli happy few), la seconda legge è determinata dal comportamento umano, e in particolare dal movente del profitto[6].
Una terza legge dell’omodossia è quella, a tutti nota, della domanda e
dell’offerta. Il prezzo dei beni sui diversi mercati viene determinato
dalla loro scarsità relativa, e quindi cresce se un bene è molto
domandato o poco offerto, e cala nel caso contrario. Il prezzo è il
segnale che orienta le scelte degli operatori e concorre a ristabilire
un equilibrio fra desideri e realizzazioni.

2.3 L’armonia prestabilita in teoria…

Le prime due leggi implicano che in presenza di mercati dei capitali
perfettamente integrati (cioè con piena libertà di movimento e costi di
transazione ridotti), il movente del profitto indirizzerà il capitale
dove è meglio remunerato, cioè dove ha la produttività marginale più
alta, cioè dove è relativamente più scarso.
Notate le due caratteristiche “virtuose” di questa dinamica.
La prima è che il capitale va dove è relativamente più utile, perché ce
n’è relativamente di meno. Il dato “virtuoso” è che i movimenti di
capitale aiutano così il “recupero” (catch up) delle economie
che “sono rimaste indietro”. Queste si indebitano fisiologicamente per
finanziare il proprio sviluppo, esattamente come una giovane coppia
laboriosa può accettare un prestito dai genitori per “metter su casa”
(il rassicurante moralismo dell’omodossia…). Crescendo, le economie
arretrate producono risorse per ripagare i propri debiti.
La seconda è il carattere autoequilibrante. A mano a mano che il
capitale arriva, diventa meno scarso, quindi meno produttivo, quindi
offre rendimenti sempre minori, fino a che essi non uguagliano quelli
prevalenti sui mercati internazionali e l’afflusso non si smorza
naturalmente: il paese non contrae più nuovi debiti, e ha capitale
(infrastrutture, macchinari, know-how) sufficiente per ripagare quelli
già contratti.
Anche la contropartita reale degli scambi finanziari segue una dinamica
autoequilibrante, indotta dalla legge della domanda e dell’offerta. Un
paese diventa esportatore netto di beni se i suoi beni sono
relativamente più appetibili di quelli dei suoi concorrenti. Le
conseguenze sono due: da un lato il paese raccoglie risorse finanziarie,
che riesporta verso il resto del mondo; ma dall’altro, il prezzo dei
suoi beni aumenta, rendendoli meno convenienti, e smorzando così
l’esportazione netta di beni e quindi di capitali. Alla fine il
movimento dei prezzi riporta i saldi in pareggio. Se il paese è dotato
di una propria valuta, e il cambio non è mantenuto fisso dalle autorità
monetarie, il primo bene ad apprezzarsi in caso di surplus sarebbe
proprio la valuta nazionale (il cambio si rivaluterebbe). Il meccanismo
di aggiustamento comunque opera anche in caso di cambio fisso o di
unione monetaria, attraverso i prezzi dei beni.
Dovremmo concludere come Pangloss, che “quelli che hanno detto che tutto
va bene hanno detto una sciocchezza: bisognava dire che tutto va per il
meglio”. Un mondo simile non avrebbe bisogno di avvocati, né di
storici, né di economisti: basterebbero ingegneri, giornalisti sportivi e
contabili. Ma succede a noi quello che succedeva al povero Candido: il
mondo non ci offre lo spettacolo di una simile armonia prestabilita.

2.4 …e in pratica.

Cominciando dal dato più macroscopico, il più grande prenditore netto
di fondi, cioè il paese con il più grande indebitamento estero, è anche
quello più sviluppato, cioè quello che, secondo l’omodossia, avrebbe
meno bisogno di indebitarsi per finanziare il proprio sviluppo: gli
Stati Uniti d’America. Nel 2007 (l’anno precedente allo scoppio della
crisi), i paesi in surplus hanno prodotto un’offerta netta di risparmio
sui mercati internazionali pari a 1718 miliardi di dollari (di cui circa
la metà originata da Cina, Germania e Giappone), e di questa il 41% è
stato assorbito dal deficit delle partite correnti degli Stati Uniti[7].
Insomma, più che il recupero di chi è rimasto indietro, i movimenti di
capitale sembrano finanziare il distacco di chi è già avanti.
Nel “microcosmo” europeo le cose apparentemente erano andate per il
verso giusto. In effetti, nell’ultimo ventennio i principali prenditori
di fondi erano stati i paesi che erano rimasti più indietro: Spagna,
Grecia e Portogallo. Nel 1993 questi paesi occupavano le ultime
posizioni in termini di reddito pro capite della futura eurozona  (con
redditi pro capite pari rispettivamente all’84%, al 76% e al 70% della
media dell’eurozona). E da allora sono stati i prenditori di fondi più
importanti, con un indebitamento estero netto cumulato fino al 2007 pari
rispettivamente a 556, 173 e 159 miliardi di dollari. Quindi tutto
bene: una posizione panglossiana espressa autorevolmente nel 2002 da
Olivier Blanchard e Francesco Giavazzi[8]. Ma anche qui qualcosa non è tornato: gli afflussi di capitale, per quanto ingenti, non hanno aiutato il processo di recupero[9],
e soprattutto, anziché diminuire a mano a mano che la dotazione di
capitale dei paesi riceventi aumentava, sono andati progressivamente
aumentando, sia in termini assoluti che in rapporto al Pil[10].
I due esempi differiscono perché nel primo caso (Stati Uniti) i capitali
sembrano andare nella direzione sbagliata (verso i ricchi) e nel
secondo in quella giusta (verso i poveri), ma un dato è comune: il
carattere persistente, quando non esplosivo, dei flussi, che aumentano
nel tempo anziché smorzarsi naturalmente. Non è difficile capire che
proprio la persistenza degli sbilanci è all’origine delle crisi
cui assistiamo. Quando un paese è inondato di capitali esteri le
possibilità di impiego redditizio si rarefanno, i rendimenti diventano
sempre meno appetibili e in teoria l’afflusso dovrebbe arrestarsi. Se
non lo fa l’eccesso di liquidità che affluisce al paese viene
convogliato dal sistema bancario verso spese meno produttive:
tipicamente, investimenti immobiliari residenziali, o consumi. Forme di
impiego che non generano un reddito sufficiente a ripagare i capitali
esteri. Quando poi le cose vanno male la “colpa” viene data a chi si è
indebitato, ma la domanda è: perché chi ha prestato soldi, cioè i
mercati finanziari, ha continuato a farlo anche in queste condizioni,
cioè anche quando era palese che le somme prestate non potevano essere
avviate verso impieghi redditizi?
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