3.Regole e Keynes

 
Piccolo omaggio a questo grande economista

Pronta oggi la terza parte dopo I.Introduzione e II.Omodossia. Vorrei richiamare l’attenzione sulla parte che ho sottolineato, perchè esprime un cencetto importantissimo: il comportamento umano per una volta analizzato in maniera realmente psicologica e non solo teorica (ricordiamo che la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes è del 1936 ma è attuale come non mai).

Riforma e controriforma

3.1 La razionale irrazionalità dei mercati

Nel capitolo XII della Teoria generale (“Lo stato dell’aspettativa a lungo termine”), Keynes dice una cosa molto semplice: ai mercati non interessa “compiere le migliori previsioni a lungo termine sul rendimento probabile di un investimento”, convogliando i capitali verso gli investimenti mediamente più produttivi, quelli che generano più crescita e più occupazione. Ai mercati questo non interessa non perché siano “cinici”, come talora sentiamo superficialmente dire, ma perché comportarsi in questo modo non è razionale: “sarebbe sciocco, infatti, pagare 25 per un investimento il cui reddito prospettivo sia ritenuto tale da giustificare un valore di 30, se nello spesso tempo si ritiene che il mercato lo valuterà 20 fra tre mesi”; “questo è il risultato inevitabile di mercati di investimento organizzati avendo di mira la cosiddetta ‘liquidità’”, nei quali quindi “lo scopo privato dei più esperti investitori” diventa “passare al prossimo la moneta cattiva”, in un contesto “soggetto ad ondate di ottimismo e pessimismo irragionevoli”, che la razionalità individuale non può contrastare anche perché “è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale, anziché riuscire in modo anticonvenzionale”.
Insomma, secondo Keynes i mercati non obbediscono alla logica dei rendimenti decrescenti, ma a quella delle bolle speculative. Se un iniziale afflusso di capitali spinge verso l’alto i prezzi delle attività finanziarie e immobiliari, gli afflussi successivi sono invogliati dalla prospettiva di lucrare ulteriori immediati aumenti di prezzo, più che dal rendimento a lungo termine (dividendi, interessi). Si apre così un gioco di aspettative che si autorealizzano (compro perché mi aspetto che il prezzo cresca e comprando faccio crescere il prezzo). Il gioco dura finché nuovi entranti sono disposti a “gonfiare” la bolla col loro denaro fresco. Quando si percepisce che il gioco si è spinto troppo oltre, gli afflussi cessano, la bolla esplode, i prezzi delle attività crollano, e le banche che le hanno in bilancio o a garanzia di prestiti falliscono, o vengono salvate dagli Stati con soldi pubblici. In quest’ultimo caso è agevole far passare per fallimento dello Stato quello che in effetti è il sintomo di un fallimento del mercato, cioè l’esito socialmente irrazionale di un comportamento individuale razionale[11]. E il gioco può ricominciare.

3.2 La risposta keynesiana

Abbiamo raggiunto una prima tappa nella nostra riflessione su crisi e regole. È difficile attribuire l’intera responsabilità delle crisi finanziarie ai debitori, considerando che i creditori, soprattutto quando operano sui mercati internazionali, hanno fior di strumenti per monitorare il rischio, e quindi se decidono di prestare a soggetti che non hanno merito di credito sono quanto meno corresponsabili in caso di problemi. Ma è anche un po’ sleale attribuire una parte della responsabilità ai creditori, perché per loro è razionale comportarsi in modo miope. Viene quindi da dire, con una frase un po’ anni ’70, che “la colpa è del sistema”. Ci avviciniamo allora alla domanda che qui interessa: è riformabile il sistema? E come? O dobbiamo tenerci le crisi?
Keynes spiega perché è difficile concepire regole che scongiurino il fallimento dei mercati finanziari, cioè, in altre parole, che inducano i mercati a valutare gli investimenti solo in termini del loro rendimento nel medio-lungo periodo. Continuando a citare dal capitolo XII della Teoria Generale: per assurdo “un rimedio utile per i nostri mali contemporanei potrebbe essere quello di rendere un investimento permanente e indissolubile come il matrimonio”. Costringendo tutti gli investitori a comportarsi come “cassettisti” li si indurrebbe a effettuare scelte in base ai rendimenti a lungo termine (i futuri dividendi), anziché ai guadagni in conto capitale a breve termine: il sistema ne guadagnerebbe in stabilità e in crescita di lungo periodo. Ma c’è un problema: in un mondo dominato dall’incertezza, piuttosto che vincolare così i propri capitali, molti preferirebbero tenerli liquidi, metterli “sotto un mattone”. E l’economia crollerebbe per mancanza di fondi. Proprio questo è il “dilemma”: la liquidità del mercato (cioè la possibilità di vendere le azioni in proprio possesso in qualsiasi momento) “spesso facilita – benché talvolta ostacoli – il processo dell’investimento nuovo”.

Figura 1 – Un secolo di tasso di crescita reale dell’economia statunitense. Prima del 1947 il tasso di crescita si muoveva in un “corridoio” che andava dal +16% al 15%. Dal 1947 in poi, l’impegno dei governi occidentali nell’adottare politiche anticicliche ha ristretto i margini del corridoio dal +10% al 3%. L’ultima recessione (2010) è cinque volte meno intensa della recessione più grave del periodo fra le due guerre.

Allora non c’è niente da fare? Non è detto. Nella visione keynesiana lo Stato può arginare l’inerente instabilità del sistema capitalistico in due modi. In primo luogo, a posteriori, intervenendo con politiche anticicliche che contrastino le fasi di espansione e recessione. Ma oltre a questo, lo Stato svolge un’importante funzione stabilizzatrice anche a priori, tramite la sua opera di intermediario finanziario: il debito pubblico, se ben gestito, da secoli fornisce una opportunità di investimento appetibile per investitori avversi al rischio (come Voltaire; vedi la nota 1); una funzione simile viene svolta (implicitamente) dai sistemi di welfare. In entrambi i casi una porzione di risparmio delle famiglie viene sottratta al circuito intrinsecamente instabile della finanza privata, alla stazione di pompaggio delle bolle, e avviata ad altri impieghi, assolvendo al contempo una funzione redistributiva. Certo, si ripete che sia per il debito pubblico che per il sistema di welfare si pongono oggi problemi di sostenibilità. Ma abbiamo già segnalato come commentatori assolutamente mainstream (Shiller, Paul De Grauwe)[12] individuano la causa degli attuali squilibri della finanza pubblica nei suoi interventi a soccorso di quella privata. Al di là di questi aspetti, su cui torneremo, qui ci preme segnalare un dato storico non trascurabile: in termini di stabilizzazione la risposta keynesiana, basata su interventi anticiclici discrezionali, ha funzionato.
Guardate la Fig. 1. Il suo messaggio è chiaro: prima del secondo dopoguerra, periodo nel quale gli stati occidentali ritenevano di non dover intervenire attivamente nell’economia, il ciclo economico degli Stati Uniti oscillava entro un corridoio largo più di 30 punti, da espansioni del 15% a recessioni del 16%. A riportare il Pil sui livelli pre-crisi ci pensava molto spesso la guerra: l’espansione più grande della prima metà del secolo scorso coincide con lo scoppio della seconda guerra mondiale. I costi sociali di questo atteggiamento (la crisi del ’29, gli oltre 70 milioni di morti dell’ultimi conflitto mondiale), resero i politici più ricettivi al messaggio keynesiano e più disposti a intervenire attivamente nell’economia. A partire dal 1947 l’ampiezza del ciclo si riduce drasticamente, e soprattutto si riduce la gravità delle recessioni. Dopo aver osservato l’ampiezza del ciclo economico in assenza e in presenza di esse, risulta difficile contestare l’efficacia delle politiche attive.

3.3 Il dibattito sulle regole, ovvero “è della scienza il fin la maraviglia”

Ma a partire dagli anni ’70, in sincronia con l’oscillazione a destra del pendolo della politica statunitense, l’efficacia dell’intervento pubblico nell’economia veniva contestata dalla controriforma omodossa. Questa parte dal presupposto che siccome gli agenti economici sono razionali, cioè conoscono perfettamente il sistema economico e la probabilità degli eventi futuri (cioè il “modello vero” dell’economia), essi sono in grado di anticipare gli effetti delle politiche attive, annullandoli. Queste politiche diventano quindi inutili, anzi dannose, perché generano solo incertezza e inflazione, senza alterare l’equilibrio reale del sistema economico (e quindi, ad esempio, senza influire sulla disoccupazione)[13]. Di più, esse sarebbero impossibili da mettere in pratica, perché i modelli utilizzati per implementare le manovre non tengono conto del comportamento razionale degli individui e quindi emettono previsioni sistematicamente sbagliate: è la cosiddetta critica di Lucas[14]. Di più, viene a cadere la stessa raison d’être delle politiche anticicliche: il ciclo economico non sarebbe infatti la manifestazione dell’inerente instabilità del sistema, ma la risposta a shock esogeni, efficiente e perfettamente compatibile con l’equilibrio degli agenti economici, (per cui, ad esempio, la disoccupazione durante le recessioni sarebbe “volontaria”): è la cosiddetta teoria del real business cycle[15]. E allora (e questa è forse la conclusione che qui maggiormente interessa) le politiche anticicliche di carattere discrezionale dovrebbero essere sostituite da regole automatiche di gestione degli aggregati monetari e di finanza pubblica: è il cosiddetto dibattito rules vs. discretion[16]. E se proprio bisogna fare interventi discrezionali, allora è meglio farli in senso opposto a quello che Keynes suggerisce: come spiegano Francesco Giavazzi e Marco Pagano, per rilanciare l’economia, anziché manovre espansive, occorrono drastici tagli alla spesa pubblica[17].
L’idea che nel cielo turbolento dell’economia globale la cosa migliore da fare sia affidarsi al pilota automatico appare paradossale ma il suo trionfo accademico (sancito da una sfilza di premi Nobel[18]) non sorprende. Analizzando il successo dell’omodossia Keynes osserva: “il fatto che essa pervenisse a conclusioni del tutto diverse da quanto si aspetterebbe una comune persona non istruita, accrebbe – io penso – il suo prestigio intellettuale”[19]. Pensate a Zenone di Elea: i suoi paradossi ce li ricordiamo ancora (Achille e la tartaruga, ecc.). Ma chi ricorda più che per rispondere a un suo discepolo, che sosteneva non esistesse il movimento, Diogene “si alzò e si pose a camminare”[20]? Il fatto è che Diogene, riportando il dibattito sul piano fattuale, era accademicamente perdente, perché non scalfiva lo splendido (ancorché errato) costrutto della teoria eleatica, disobbedendo a una delle leggi non scritte di una certa produzione scientifica: quella che impone di épater les bourgeois. Una legge che per fortuna non ha generale applicazione: non ce lo vedo un magistrato a lamentarsi del fatto che una sua sentenza non sia “abbastanza controintuitiva” (il neologismo che gli economisti usano al posto di “paradossale”). Ma in un dipartimento di economia sentirete muovere spesso una critica simile a lavori propri o altrui. Quando Paul Krugman accusa gli economisti di essere dei romantici visionari[21] si sbaglia di un paio di secoli: più che a Hölderlin, la loro ricerca del “maraviglioso”, pardon, del “controintuitivo”, fa pensare a Giovambattista Marino.
La controriforma si basa sull’ipotesi di razionalità individuale: le politiche espansive sono inefficaci perché i consumatori sanno che se il governo spende in deficit, in futuro dovrà imporre tasse per ripagare il debito, e quindi cominciano a risparmiare da oggi per pagare le tasse future, delle quali conoscono esattamente ammontare e distribuzione nel tempo. Il comportamento “razionale” annulla così gli effetti della spesa pubblica. A contrario, se lo Stato spende di meno (tagliando istruzione, sanità, servizi pubblici locali…) i cittadini spenderanno di più, perché sono rassicurati dal sapere che il governo sta facendo la cosa giusta. Ma come possono spendere di più, se il governo sta togliendo loro delle risorse? Semplice: rivolgendosi a mercati finanziari efficienti (cioè indebitandosi). Ma abbiamo visto che i mercati finanziari non sono efficienti! E infatti, nota Krugman, in pratica nessuno ha mai visto politiche restrittive avere effetti espansivi, nonostante, aggiungo, il trionfo della controriforma abbia coinciso con un’esplosione dei debiti delle famiglie, negli Stati Uniti a partire dagli anni ’90, e in Europa dall’ingresso nell’euro: e sono questi i debiti all’origine della crisi[22].
Questi sono i fatti. Ma come la passeggiata di Diogene, così questa evidenza, e quella fornita dalla Fig. 1, non sono riuscite a orientare il dibattito: non erano “controintuitive”! Si è così affermato il principio dell’inefficacia, anzi, della dannosità delle politiche discrezionali, e del primato delle “regole”, viste come strumento per imbrigliare i politici, costringendoli a “fare la cosa giusta”. Un’idea ingenua (qual è “la cosa giusta”? come si fa a determinarla se la scienza economica non ha raggiunto un consenso intorno a concetti fondamentali come il livello sostenibile di debito o il livello ottimale di inflazione?), contraria al principio di realtà (perché fortunatamente nessun governo ha mai realmente rinunciato a interventi discrezionali), i cui presupposti non sono empiricamente verificati (ad esempio, la razionalità degli individui è stata smentita da numerosi studi scientifici[23], e su questo tema è stato anche assegnato un Nobel, quello a Daniel Kahneman nel 2002), e la cui stessa coerenza sul piano formale è stata autorevolmente messa in discussione[24]. Ma nonostante fosse sbagliata, l’idea del primato delle regole era politicamente, oltre che accademicamente, spendibile, soprattuttoin quei paesi nei quali la classe politica si rivelava regolarmente al di sotto delle aspettative degli elettori e dei compiti cui era chiamata (come il nostro). Di questa idea ha risentito fortemente, fra l’altro, la costituzione economica dell’Unione Europea, a partire dai parametri di Maastricht, fino alla richiesta di inserire in costituzione la regola del pareggio di bilancio. Un irrigidimento, questo, del tutto fuori luogo, anche perché nel frattempo si trascurava comme par hasard di regolare la cosa forse più importante per l’economia globale: il sistema monetario internazionale.

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