SPECIALE ELEZIONI AMERICANE: Grandi speranza per un realismo sobrio

[Traduzione da The Indipendent]

Il punto di vista comune in Europa su Mitt Romney visto come un mostro della destra religiosa ultra capitalista è esagerato. Come governatore del Massachusetts è stato un leader pragmatico dell’ala liberale del partito repubblicano. Per gli europei ai quali la religione americana è poco familiare, il mormonismo sembra un culto minaccioso piuttosto che una forma più o meno tradizionale del Cristianesimo. Allo stesso modo, noi europei non siamo abituati alle elezioni primarie e quindi tendiamo a dare troppo peso a ciò che i candidati americani dicono per vincere le elezioni di partito.
 
Si da il caso che il Governatore Romeny, con il suo aspetto alla Rushmore, la sua buona famiglia e la sua ricchezza personale, ha svolto una campagna elettorale da manuale, girando bruscamente verso il centro subito dopo le primarie. Ha colto l’occasione offertagli dal dibattito televisivo per portarlo a suo favore, soprendendo un Barack Obama un po’ arrugginito con il suo vigore e la sua moderazione. 

Nel forzato sistema americano, le politiche del Presidente Romney non sarebbero poi così diverse da quelle di un secondo mandato del Presidente Obama, come si potrebbe supporre. Non si può sempre giudicare i presidenti in base a quello che dicono prima di essere eletti. Geroge W. Bush, dopo tutto, criticò Bill Clinton per il suo interventismo nel contesto estero. Ma quando, nel terzo dibattito, il governatore Romney disse riferendosi agli attacchi terroristici, “non possiamo rendere vana la via d’uscita da questo guaio”, non ha comunicato un grande appetito per l’avventurismo estero. 
 
Forse, se Romney rappresentasse una prospettiva meno terribile rispetto a come viene descritto fuori dagli Stati Uniti, la rielezione del presidente Obama sarebbe meno convincente dei suoi appelli ispiratori di quattro anni fa. Ci sono state delle delusioni nel suo mandato, naturalmente ci sono state. Il fatto di non essere riuscito a chiudere la prigione di Guantanamo e il maggiore utilizzo di droni in Pakistan sono stati sconfortanti. Ma lui ha capito il paese – e quindi il mondo – durante la crisi economica. Simbolicamente, lui ha salvato l’industria automobilistica americana quando Romney diceva che sarebbe stato una battaglia persa. I numeri dei posti di lavoro della scorsa settimana hanno mostrato che, anche se la disoccupazione è ancora forte, la creazione di posti di lavoro è alta. 
 
Ha approvato la riforma sanitaria: non è perfetta, sembra costosa, complessa e burocratica per noi Europei; ma è sicuramente meglio di come era prima e milioni di americani ne hanno giovato. E’ importante sottolineare che lui ha insistito anche quando alcuni suoi consiglieri volevano rinunciare; lui decise, contro i consigli datigli,  di supportare interventi limitati in Libia guidati dagli europei; e lui decise, quando i consiglieri titubavano, di autorizzare il raid contro Osama Bin Laden.
 
Per tutto questo, il presidente Obama non è stato all’altezza delle speranze impossibili che sono state investite su di lui; e per tutto questo, a volte è sembrato freddo, distaccato o addirittura fiacco; lui ha preso grandi decisioni da solo, e la maggior parte di queste erano giuste. Contro un record simile, uno sfidante che sembra credere in così poco non merita di vincere, non importa quanto sia da manuale. Quale miglior opportunità, una settimana prima delle elezioni, se non quella del test che ha comportato l’uragano Sandy:  ha imposto  quel segno di differenza ideologica tra i candidati, con un Obama sostenitore del Governo attivo.
 
In una elezione dominata da una campagna elettorale negativa, è Romney a risultare il peggior presidente. Per quanto riguarda Obama, l’ingenua emozione del “hopey, changey thing” dovrebbe dar vita ad un acuto sostegno caloroso. Dovrebbe essere nell’interesse degli Stati Uniti e del mondo se i votanti rieleggessero il loro presidente.
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