Finno a quando Israele piangerà, noi rideremo

[Traduziono da Izvestija]

La sera di mercoledì si è distinta, forse, per essere stata la più infuocata dall’inizio dell’operazione “Colonna di nube” da parte di Israele. Solo 40 minuti dopo il tramonto, su Gaza sono caduti una quantità di razzi superiore rispetto ai due giorni precedenti messi insieme. I proiettili volavano dalla terra ferma, dal territorio israeliano e dal mare, dalle navi della flotta militare.

 

Subito dopo, sopra i monti, si sono iniziati a vedere gli elicotteri. Con un forte sibilio, da uno di questi è stato sganciato un razzo, spargendo molte scintille. Colpisce vicino al palazzo “internazionale” di Gaza, in cui sono presenti gli uffici di alcune organizzazioni per i diritti umani, la rappresentanza della Croce Rossa, l’ufficio consolare russo.
 
Fendendo l’aria in modo assordante con le eliche, gli elicotteri sfrecciavano sopra il fuoco e volavano via da Gaza; sul territorio palestinese rimarrà in eterno solo il ronzio dei droni  nel cielo.
 
Le esplosioni sono continuate per tutta la notte. Dormire è stato quasi impossibilie: le esplosioni erano assordanti e l’onda durto proveniente da quest’ultime faceva tremare gli edifici.
 
Nello stesso momento nelle strade non c’era panico. Anche dalla case vicine ai palazzi saltati in aria non fuggiva nessuno. I vicini dei morti e dei feriti guardavano dalla finestra le conseguenze delle esplosioni e agitavano le braccia ai giornalisti: “Hey! Hello!”. Solo i pipistrelli, che volavano in stormo via da edifici e alberi esplosi, erano preoccupati. Così anche i galli che ruzzavano tutta la notte e, da lontano, il loro grido poteva sembrare il pianto di una donna straziata.
 
 
 
Le donne palestinesi piangono raramente. In pubblico, quasi mai. E le donne russe che vivono nella Striscia di Gaza hanno imparato l’impassibilità. Quando di mattina presto sono arrivati gli autobus per i cittadini dei paesi del CSI per farli evacuare in Egitto, le donne non piangevano, nonostante stessero salutando i mariti che rimanevano. Questi nella maggiorparte hanno solo passaporto palestinese per questo non possono essere evacuati.
 
 
– Allora, i cittadini russi vanno sul primo autobus; quelli ucraini, bielorussi e delle altre nazionalità, nel secondo – spiegavano i dipendenti dell’ambasciata russa a chi doveva lasciare la Striscia.
 
– Ecco che i kacapy (soprannome dispregiativo rivolto ai russi) che si infilano davanti a noi – ride forte una donna che tiene in braccio il figlio con la tuta della nazionale ucraina – Ma sì, certo, gli ebrei non ci hanno portati via e voi non ci porterete via.
 
La donna che scherzosamente malediceva i kacapy si chiama Natasha. E’ sposata con un arabo, da molti anni vive a Gaza e ha lavorato in una scuola di musica, fino a quando non è stata chiusa ad inizio bombardamenti. Dall’Egitto, Natasha ha pianificato di tornare a casa, a Charkiv.
 
– Il mio bimbo, magari , con uno zio giornalista di Charkiv, vivrà bene là – Natasha spinge in avanti suo figlio.
 
– Buongiorno – dice un giovane dalla pelle scura con uniforme giallo-blu in russo, con un evidente accento – Sono contento di trovare qui connazionali.
 
Come riusciranno a raggiungere la loro terra natia, le donne ancora cercano di non pensarci, l’importante è allontanare i bambini dal fuoco israeliano poi “a Tahrir è possibile comprare un biglietto con l’elemosina”. Ma bisogna andare anche dal Cairo a Tahrir. L’autobus lascierà al confine le donne e i bambini, poi dovranno proseguire da soli.
 
– Perché questa è l’evaquazione – questa è semplicemente una mossa pubblicitaria. La Russia ha da molto tempo salutato la Palestina, non le interessa cosa ci può capitare qui. Ma davanti al mondo bisogna comportarsi in una certa maniera, così hanno mostrato preoccupazione per far uscire i cittadini fino al confine e poi liberarsene lì: forza andate avanti nel deserto – il dottor Aimee dell’ospedale centrale di Gaza ha chiesto a sua moglie di andarsene nella loro casa in Crimea, ma lei si è rifiutata di lasciare il marito e, inoltre, attraversare senza di lui l’Egitto. – Potremmo andare via insieme, io mi sono laureato in medicina a Simferopol 18 anni fa, ma non ho modo di abbandonare Gaza, è come se fossimo in un assedio.
 
La parola “assedio” è pronunciata spesso anche da un’altro dottore dello stesso ospedale, Atef. Anche lui ha una moglie russa che si è rifiutata di lasciare Gaza, ed è laureato in all’istituto medico kazako.
 
– Gli ebrei ci tengono qui sotto chiave. Sono così altezzosi che non ascoltano nessuno: né la Russia, né la Cina, né l’Inghilterra. Si considerano meglio di altri e non risparmiano le nostre donne, i bambini e gli anziani. Magari potreste scrivere un articolo per fare in modo che la Russia ci difenda? Potrebbe essere utile – chiede il dottor Atef. I due medici sembrano stanchi già al mattino presto. Ora lavorano senza sosta, e hanno affermato che in ospedale, solo da loro, sono passati un migliaio di feriti solo negli ultimi giorni. Chi tra i feriti era pacifico e chi contro Israele, i medici non lo sanno. Credono che i palestinesi vogliano la pace e soffrano per l’aggressività del vicino.
 
Alla periferia di Gaza, di volta in volta dalla direzione di Israele, volano dei missili. Sei alla volta. E’ in questo modo che funziona il sistema multiplo del lanciarazzi. Le televisioni locali amano mostrare le scie bianche dei lanci, chiaramente visibili anche a distanza di chilometri. Ma è di gran lunga più seguita l’esecuzione dei traditori. Persone sospettate di trasferire informazioni a Israele sui movimenti di persone importanti, per le quali l’esercito israeliano è attivamente alla caccia.    
 
Alcuni ragazzi della folla per diversi minuti vengono picchiati a morte, poi uno di loro legato ad una moto, viene trascinato per le strade di Gaza tra le urla di approvazione di coloro che corrono dietro alla motocicletta. Le parti del corpo lacerate lasciano delle strisce di sangue lungo il tragitto.
 
 – Qui non siamo a Londra, non abbiamo tempo di fare dei processi. Il traditore deve essere immediatamente giustiziato, affinché non combini danni peggiori di quelli già commessi – un uomo dalla barba rossa con un rasoio tra le mani spiega i dettagli della giustizia palestinese ad un reporter britannico. – Gli ebrei sono nostri nemici. Peggio di loro sono solo chi li aiuta.
 
L’intervista dello straniero all’uomo con la barba è stata fatta in un cimitero, dove era appena stato seppelto uno di quelli raggiunti dai missili israeliani, probabilmente per mano di qualcuno di familiare. Il defunto aveva sette figli e fratelli, venuti alla tomba con le armi, con cui hanno sparato in aria per circa un minuto. – Morte ad Israele, morte all’America. Allāh Akbar.
 
Al funerale è arrivata una persona di 60 anni. In città raramente si sono viste così tante persone in una stessa strada. Anche nei bar ristoranti con la televisione in vetrina si ritrovano in due o tre, nonostante ritrasmettano la stessa notizia sull’attentato a Tel Aviv con tre passeggeri gravenmente feriti.
 
Le strade, poco dopo, si riempiono di vecchie macchine fumeggianti con megafoni sui cofani.
 
– Fino a quando Israele piangerà, fino a quando l’America piangerà, noi rideremo. L’attentato verso gli ebrei è una nostra festa, un altro passo verso la vittoria – trasmettono attraverso gli altoparlanti gli automobilisti delle macchine scarcassate. Non si riesce a capire se le urla siano di appositi agitatori che viaggiano sulle auto coi megafoni oppure sono urla che vengono dal cuore. Mahmud, uno dei conducenti, che già da qualche anno porta per Gaza i giornalisti, in risposta alla presente domanda farfuglia e agita una mano sulla testa.
 
Ma non è aumentato il numero delle persone felici a Gaza dopo l’attentato a Tel Aviv.
 
 
 

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