La Spagna ha vinto

[Traduzione da La Vanguardia]

Le elezioni catalane sono state vinte dalla Spagna. Per dirlo in maniera più ortodossa, le ha vinte lo status quo spagnolo. Le ha vinte l’ordine vigente, a sua volta sommerso in un crescente disordine. Ha vinto l’ordine costituito spagnolo per un lungo, lunghissimo periodo storico. Costerà molto capirlo e accettarlo, costerà molto digerirlo in grandi settori della società catalanista, che continua a essere una chiara maggioranza sociale – una maggioranza sentimentale -, ma la fragilità della relazione delle forze si imporrà col passare dei giorni, settimane e mesi. Il Partito Alfa della classe media spagnola, dopo le gravi difficoltà messe in atto dalla crisi, continua a mantenere il controllo del consiglio.

In realtà, c’è una maggioranza sovrana nel nuovo Parlamento, dalla quale può uscire nelle prossime settimane una coalizione di governo di segno nazionalista. CiU (Convergenza e Unione) e ERC (Sinistra Repubblicana di Catalogna) contano insieme 71 deputati, più che sufficienti per concordare un esecutivo stabile, con l’istituzione di una consulta sovrana come punto centrale del programma. Il CiU, dopo il colpo di frusta, ha il vantaggio tattico di poter esplorare una nuova maggioranza di governo con i socialisti (con cui arriverebbero a 70 deputati). Potrebbe anche negoziare l’appoggio del PP (Partito Popolare) su alcune questioni (i due partiti occuperebbero 69 seggi). Non esiste la possibilità di un tripartito di sinistra alternativo (PSC [Partito Socialista di Catalogna],  ERC e ICV [Iniziativa per la Catalogna Verde] arrivano solamente a 53 seggi; 56 se aggiungessimo il partito emergente CUP [Candidatura di Unità Popolare]). Qualsiasi formula di governo passa per Convergenza e Unione e in caso di strangolamento parlamentare cadrebbe la possibilità – non del tutto inverosimile – di nuove elezioni in un medio periodo di tempo.
 
Gravemente colpito, il CiU continua ad essere il pilastro portante. Continua ad essere l’espressione politica più genuina delle castigate classi medie catalane. Mettendo da parte le differenze, continua ad esercitare il ruolo che esercitò in Italia la Democrazia Cristiana. Continua ad essere il Partito della Catalogna. Tutto questo è molto chiaro, ma le elezioni le ha vinte la Spagna. L’ha vinte l’ordine vigente. Di conseguenza, la maggioranza sovrana va ben oltre la somma della prima e della seconda forza. CiU, ERC, ICV e CUP, chiaramente sostenitori del diritto di scelta hanno raggiunto gli 87 deputati, molto vicino ai due terzi. La maggioranza catalanista, in senso ampio, continua ad essere enorme. I partiti che, in un modo o nell’altro, hanno inserito nel loro programma elettorale la decisione di indire una consulta o un referendum (CiU, ERC, PSC, ICV e CUP) sull’unione della Catalogna con la Spanga, aggiungono altri deputati, arrivando a 107; una maggioranza assoluta travolgente che lascerebbe a bocca asciutta i 28 deputati di orientamento ispanista.

Sì, è anche vero che il PSC e il PPC, i due partiti più organicamente vincolati all’establishment spagnolo, Cánovas  e Sagasta, Sagasta e Cánovas, contano appena 39 deputati (su un totale di 135), con la perdita di 7 seggi. Anche se tutto ciò indica che il CiU continua a godere di un ampio margine di manovrabilità per negoziare, all’italiana: diverse maggioranza parlamentari. E’ certo che la Spagna ha vinto le elezioni catalane. Niente di più inquietante per l’ordine vigente, va a formarsi in Catalogna nei prossimi tempi. Si dovrà lavorare molto per la formazione di un governo stabile, per l’approvazione dei bilanci e della governabilità di un enorme apparato amministrativo che dipende dalle trasferte mensili del Ministro delle Finanze. 
 
Sicuramente, la stampa straniera, specialmente quella britannica, farà una lettura molto diversa rispetto ai risultati elettorali di Madrid, dove la politica catalana sarà radicalmente disprezzata. Gli anglosassoni diranno – già l’hanno fatto ieri sera – che in Catalogna ha vinto la maggiornaza indipendentista con virata a sinistra per effetto della crisi. Mentre nella capitale della Spagna si sottolineerà, senza paliativi, l’insuccesso di Artur Mas. Forse, in termini europei, la prima lettura sarà più lucida, ma è certo che la Spagna ha vinto le elezioni catalane. Ha vinto l’ordine vigente. 
 
Ha vinto perché tale ordine, con tutta la sua durezza ed i suoi impresentabili kompromat (compromessi) per terrorizzare l’avversario, è stato molto forte e la società catalana ha desistito a concentrare i desideri di un ordine distinto nella stessa storia. Il catalanismo è, oggi, una maggioranza di sentimento con gravi difficoltà di operatività politica. La Catalogna non è l’Olanda, anch’essa molto frammentata politicamente. Quando, nel giro di una settimana, si sono accordati per la formazione di un nuovo governo, gli entusiasmi per far parte di un esecutivo obbligato a seguire il sentiero dei duri sacrifici saranno perfettamente prevedibili. 

La Spagna ha un problema, quello è certo: un crisi da cavallo e due parlamenti sovrani (quello basco e quello catalano). Ma sarà un problema gestibile: i baschi non faranno nulla che possa mettere realmente in pericolo i saldi fiscali positivi del vantaggioso statuto, e la Catalogna, intrappolata dalla retorica sentimentale della sovranità, si trasformerà in un vespaio. Ha vinto la Spagna, ha vinto l’ordine vigente e lascia intendere chiaramente che Nicolò Machiavelli non nacque a Castellar de n’Hug. La politica, quella di Stato, non è fatta per i catalani. E’ già stato dimostrato chiaramente negli anni ’30, ma per tutte quelle cose che succedono nella vita – nella quale tutto deve ricominciare – lo avevamo dimenticato.  
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