Elezioni Politiche 2013: Verso il non governo

[Traduzione da El Pais]

A due settimane dalle elezioni italiane, il 18% non sa ancora per chi voterà e il 21% lo sa, ma ammette che potrebbe cambiare idea. Tenendo in considerazione questo dato, gli altri danno un po’ di vertigini. Perché gli altri dicono che il centrosinistra di Pier Luigi Bersani continua ad essere in testa con il 34,7% di intenzione al voto, ma che ha perso quattro punti in 15 giorni. Che il secondo classificato, un certo Silvio Berlusconi, ha già il 29%, tre punti e mezzo in più rispetto a due settimane fa. Insomma, che se il precedente primo ministro –  quello che è stato espulso dall’incarico poco più di un anno fa per evitare che il paese crollasse – riesce a mantenere questa tendenza al rialzo, l’Italia può andare incontro al fantasma dell’ingovernabilità.

Soprattutto, tenendo in considerazione che la terza posizione è già occupata dal comico Beppe Grillo, leader del Movimento Cinque Stelle, il cui “tsunami tour” contro la politica tradizionale continua a riempire piazze e ha già il 16% di intenzione al voto. Che per trovare Mario Monti bisogna scendere fino al quarto posto. Nonostante l’appoggio dell’Europoa, dei mercati e del Vaticano, il tecnico convertito a politico ha raggiunto appena il 13,6%.

In ogni caso, il futuro di Monti non dipende dalla sua vittoria, ma dalle sconfitte esterne. Cioè, se gli elettori italiani decidessero, il prossimo 24 e il 25, che il Partito Democratico (PD) si meriti una netta vittoria e che sia il momento di mandare in pensione Berlusconi, il primo ministro tecnico non avrebbe più molto da dire nella politica italiana.
Nonostante i suoi sforzi per addolcire la sua immagine – nelle ultime ore ha messo in circolazione un video in cui si occupa dei nipoti ed in cui adotta un cucciolo di cane in diretta -, Monti si porta dietro la faccia verde dei tagli e delle imposte che ancora pungono nelle tasche degli italiani. Invece, se la netta vittoria del centrosinistra non verrà raggiunta, il professore tornerebbe a giocare un ruolo cruciale forzando un accordo con il governo di Pier Luigi Bersani. Come successe nel novembre del 2011, il successo politico di Monti è subordinato al fallimento della politica italiana di amministrarsi.

La politica italiana – incluso Monti, che fa già parte di questa – continua ad avere un grande problema nel lasciare il il passo alla strada corretta. Nell’ultimo anno, i due grandi partiti, che in maggior o minor grado, hanno sostenuto Monti, il Popolo delle Libertà (PDL) di Belusconi e il PD di Bersani, non sono stati capaci di mettersi d’accordo per fare le riforme che tutto il mondo ha deciso essere necessarie da molto tempo: ridurre i costi dell’Amministrazione e il numero dei parlamentari, approvare una legge decente sul finanziamento ai partiti e, soprattutto, cambiare la legge elettorale detta “porcellum” che, anche se alla Camera la maggioranza vince un premio, il Senato lo polverizza.

In questo modo, secondo la media degli ultimi sondaggi raccolti dall’agenzia Reuters, il centrosinistra raggiungerebbe oggi la maggioranza assoluta in Parlamento, ma raggiungerebbe la maggioranza al Senato se vincesse le elezioni in due regioni chiave, Lombardia e Sicilia. Se perde in una di queste – o in entrambe -, il partito di Bersani rimarrebbe al di sotto del limite dei 158 senatori che formerebbero la maggioranza assoluta. E, in quel caso, la governabilità sarebbe molto difficile. In questo panorama, non è da escludere che gli unici due candidati che fingono di passarsela alla grande nella campagna elettorale saranno Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Il vecchio primo ministro, perché fino a due mesi fa era un cadavere politico – di fatto, aveva annunciato il suo ritiro nel mezzo del terremoto di corruzione che ha fatto tremare il suo partito – , ma in poche settimane ha riscosso e visto crescere in maniera esponenziale le sue possibilità. Il suo posto da combattimento sono stati l’apparire costantemente in televisione, inscenare una sorta di pulizia del partito togliendo di mezzo i candidati indagati per corruzione o per associazione mafiosa, promettendo sfacciatamente il cielo e la terra – eliminare l’imposta sulla prima casa, una amnistia fiscale e milioni di posti di lavoro – e, anche se poco, continuare ad apparire davanti al paese come un imprenditore simpatico e di successo capace di ingaggiare Balotelli al Milan.
Dall’altra parte, Beppe Grillo basa il suo successo sul fatto che riesca a riempire giorno dopo giorno le piazze di tutto il paese –  il resto preferisce luoghi chiusi e sotto controllo – e i suoi discorsi istrionici contro i privilegi della casta politica vengono applauditi là dove lui va. Non bisogna dimenticare che il suo movimento governa già a Parma e in Sicilia è diventata la forza più votata nelle passate elezioni regionali. Se i sondaggi non sono errati, il populista Berlusconi riuscirebbe a piazzare 127 deputati alla Camera, mentre il populista Grillo, 77. Lo spettacolo è assicurato, ma la governabilità?
Lo scorso sabato, durante un incontro a Torino con i leader progressisti europei, Bersani ha cercato di ricordare agli italiani che queste elezioni non sono un ulteriore comizio. “Sono un’opportunità per mettere l’Italia in un nuovo percorso, di superare la tappa del Berlusconismo, che non solo ha provocato gravi problemi al paese dal punto di vista economico e sociale, ma anche dal punto di vista del deterioramento dell’etica. E’ la punta di diamante più spettacolare di una regressione populista che ha finito per minare le radici dell’Unione Europea, che sono la solidarietà e il progetto comune”. In una campagna elettorale dove dove le barzellette e le dichiarazioni altisonanti di Berlusconi e Grillo fanno da protagonisti, la serietà e la misura che si impegna a mantenere il candidato di centrosinistra sembra che gli stiano presentando il conto.
Matteo Renzi, sindaco di Firenze, è venuto in soccorso nelle ultime ore, continuando ad essere il politico più apprezzato in Italia nonostante abbia perso le primarie di centrosinistra. La campagna di Renzi a favore di Bersani è orientata all’interno del Partito Democratico – “Ti puoi fidare di Pier Luigi”, ha detto al telefono ad una simpatizzante in un mercato di Torino – e anche verso chi, come l’ex giudice antimafia Antonio Ingroia, è saltato in politica e fa concorrenza alla sinistra nello stesso schieramento. ” La lista di Ingroia [Rivoluzione civile]”, ha detto il sindaco di Firenze in una cerimonia a Napoli, “non vuole vincere ma provocare la nostra sconfitta. E questo non è accettabile”. 

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