Elezioni 2013: Chi può salvare l’Italia?

[Traduzione da The Economist]

Il pericolo per la moneta unica europea sembra esser stato abbattuto. I rendimenti delle obbligazionari dei paesi periferici sono calati, le preoccupazioni che alcuni membri potessero essere cacciati si è dissipato, i disavanzi di bilancio si sono ridotti, i primi segnali di ripresa si stanno verificando in Irlanda e persino in Spagna. Eppure, la crisi della zona euro è tutt’altro che finita. Piuttosto, la sua fase acuta è diventata cronica. La preoccupazione si è spostata dai bilanci statici e le bancherotte, a una mancanza di posti di lavoro e crescita lenta.

La perdita della competitività, l’alto tasso di disoccupazione e la stagnazione sono sempre stati i più grandi rischi a lungo termine per la moneta unica europea. Questi problemi possono essere più evidenti nel soliti sospetti periferici – Grecia, Spagna e Portogallo, ma non sono. La zona euro rimane in recessione. Le economie di Germania e Francia si sono ridotte nel quarto trimestre del 2012. La Francia sta lottando per riformare. Ma la peggiore di tutte è l’Italia.

I fallimenti dell’Italia non sono così evidenti come quelli di altri paesi. Nonostante il suo enorme debito pubblico , quasi il 130% del PIL – le sue finanze pubbliche e le sue banche sono in condizioni migliori di quelle in Grecia o Portogallo. Ha anche evitato la bolla edilizia che ha devastato la Spagna e l’Irlanda. Eppure l’economia dell’Italia è una delle uniche due sole nella zona euro in cui il PIL reale pro capite è diminuito da quando l’euro è entrato in circolazione. Nella classifica mondiale della crescita del PIL pro capite, si trova al 169 su 179 paesi nel periodo a partire dal 2000, battendo solo una manciata di casi cronici come Haiti, Eritrea e Zimbabwe.

Ora l’Italia rischia anche di essere lasciata indietro dai suoi vicini. I costi di lavoro nella maggior parte dei paesi mediterranei della zona euro è salito al di sopra della Germania dopo la creazione dell’euro, ma nella maggior parte di questi sono crollati bruscamente dall’inizio della crisi. Nelle fabbriche italiane, invece, sono aumentati dal 2008 molto di più che in qualsiasi altro paese della zona euro ad eccezione della Finlandia.

I problemi economici italiani significano che le sue elezioni il 24 e 25 febbraio, saranno anche questioni che andranno ben oltre le Alpi. Se la terza più grande economia dell’eurozona e il suo più grande debitore pubblico non può riaccendere la crescita e creare nuovi posti di lavoro, gli italiani finiranno per perdere la speranza o i loro vicini del nord perderanno la pazienza. In entrambi i casi, la zona euro cadrà a pezzi.

Quando accontentare tutti è possibile

Fortunatamente c’è una via d’uscita per l’Italia: profonde e omnicomprensive riforme alla sua eccessiva regolamentazione economica. Il governo tecnocratico uscente, guidato da Mario Monti, in carica da quando il sipario è sceso su Silvio Berlusconi nel novembre 2011, ha iniziato su questa strada con le pensioni, le normative e le modifiche del mercato del lavoro. Secondo alcune stime, queste misure hanno già sollevato il potenziale di crescita in Italia di quasi mezzo punto percentuale. Ma  è necessario fare molto di più.

L’Italia ha troppe categorie protette, dai notai ai farmacisti, dai taxì a fornitori di energia. Ha anche troppi dipendenti di governo: amministrazioni provinciali, regionali e locali che spesso duplicano piuttosto che sostituire le attività del governo centrale. Un costipato sistema giudiziario che rende le azioni legali incredibilmente lunghe, costose e imprevedibili: il processo civile medio in Italia dura circa 1.200 giorni, rispetto ai 331 della Francia. Il lavoro è troppo pesantemente tassato, e la spesa pubblica è sbilanciata verso i trasferimenti piuttosto che verso gli investimento.

Eppure tutto questo offre anche una possibilità. Un recente studio del Fondo monetario internazionale, che ha coinvolto anche l’attivita di altri paesi, ha concluso che le riforme del prodotto e del mercato del lavoro in Italia potrebbero aumentare il PIL pro capite del 5,7% in cinque anni e del 10,5% in dieci anni. Se tutte queste cose venissero effettuate simultaneamente (e possono essere più facili da affrontare, gli interessi tutti in una volta, piuttosto che uno alla volta) e venissero completate con la messa a punto di riforme fiscali, il salto potenziale del PIL, dopo dieci anni, crescerebbe di oltre il 20%. Questo dovrebbe fissare un obiettivo chiaro per il prossimo governo.

Il meglio e il resto

Gli italiani hanno una scelta tra il buono, il brutto e il ampiamente accettabile. Il miglior risultato sarebbe che il signor Monti rimanesse come primo ministro. E’ in corsa come riformista sostenuto da una coalizione di partiti di centro. Purtroppo, il professore non sa are campgna elettorale come sa governare: nei sondaggi non è mai andato oltre il 15%, mettendolo al quarto posto.

Il peggior risultato sarebbe una vittoria di Berlusconi e della coalizione di centro-destra. Per una serie di ragioni personali e politiche, questo giornale continua a considerare il magnate dei media non idonei per l’ufficio. Non è riuscito a riformare il paese in oltre otto anni di potere e il suo partito, a differenza dei suoi colleghi di centro-destra in altri paesi europei in difficoltà, è ancora in campagna elettorale su un programma che ignora anche le riforme.

Dato uno spudorato favoreggiamento di Berlusconi verso i propri interessi a spese del suo paese, è incredibile che gli italiani ancora lo sostengano. Eppure, nei sondaggi si è ridotto il divario con il centro-sinistra di Pier Luigi Bersani, dandogli la possibilità di vincere con una maggioranza alla Camera dei deputati, anche se la maggioranza al Senato (e quindi essere in grado di formare un governo) sembra lontana. Ma Berlusconi potrebbe paralizzare il sistema politico, probabilmente forzando un’altra elezione, allarmando i mercati e rinvigorendo la crisi dell’euro: un orribile caos anche per i suoi standard.

Questa fa sperare in Bersani, la cui coalizione di centro sinistra è sempre stata in cima ai sondaggi da quando sono state decise le date delle elezioni. I suoi sostenitori sono ex comunisti, e ha un partner di coalizione dell’estrema sinistra. Eppure l’onorevole Bersani ha anche un decente passato come un riformatore nei governi precedenti. Se vincesse le elezioni, ma non riuscisse a ottenere la maggioranza al Senato, dovrebbe formare un’alleanza con Monti, e Monti potrebbe usare il suo potere contrattuale per chiedere un ruolo di ministro straordinario che supervisioni l’economia.

Un governo guidato da Bersani, con il signor Monti responsabile della economia, sarebbe un risultato decente per l’Italia. Sarebbe avere la fiducia dei mercati e le istituzioni internazionali la cui approvazione è necessaria per tenere a galla i paesi. Ancora più importante è fare davvero delle riforme importanti dell’economia che, se va avanti come ha fatto sotto la presidenza di Berlusconi, finirà per crollare e trascinare l’euro giù con esso.

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