Rivoluzioni permanenti 3.0

[Traduzione da Novaja Gazeta]

“Stadi da primo mondo, scuole ed ospedali da terzo”, questo è un degli slogan della “rivoluzione verde” in Brasile. Niente può descrivere meglio le motivazione delle proteste di quei paesi in cui i governi iniziano in maniera catastrofica ad allontanarsi dalla società civile e dalle richieste della classe media sulla qualità dei servizi dello stato e sulla democrazia politica. Ad esempio lo stesso Brasile, la Russia, la Turchia. Anche l’Iran, dove un tempo ci fu una classe media forte e le donne giravano in mini gonna e dove, l’attuale classe media ha esigenze che non differiscono dalle richieste delle società avanzate russe, brasiliane o turche.
Le proteste nascono per i motivi interni più insignificanti. Questa non è una caratteristica delle rivoluzioni contemporanee. Potremmo definirle 2.0 o 5.0. Twitter e Facebook, con tutto il rispetto per la forza di mobilitazione che hanno, non fanno certo il buono e il cattivo tempo. Il movimento studentesco del ’68 è nato dalla mancata ammissioni di alcune giovani in uno studentato femminile. Così anche Piazza Taksim e il “carnevale brasiliano” dovuto ai prezzi dei trasporti e ai soldi spesi per i campionati mondiali di calcio (tre volte di più delle spese per la Coppa del Mondo 2010 in Sud Africa) hanno preso vita da un esatta sorta di seme. Ma la “punta” di queste storie è la stessa: il malcontento verso lo Stato. Da una parte per la sua qualità; da un’altra per la sua ideologia.

Per il Brasile è una questione di qualità, nonostante il fatto che, a differenza della Russia – anch’essa membro dei BRICS -, il paese si sia sviluppato in modo dinamico. Per non parlare delle reazioni dei poteri più alti rispetto a quello che sta accadendo: dai noi c’è assoluto silenzio, così come l’eterna discussione sul fatto che la piazza non rappresenti nessuno e non parli a nessuno. In Brasile c’è un’attenzione particolare verso le richieste dei manifestanti, il tentativo di regolare le azioni della polizia e, infine, le parole della Presidente Dilma Rousseff: “La classe media vuole di più è ha il diritto di farlo”. Ciò significa comprendere l’essenza di ciò che sta accadendo.

Non si può dire la stessa cosa di Recep Erdogan, che ha messo in moto una re-islamizzazione della quotidianità turca. E’ all’incirca allo stesso livello della ortodosizzazione delle opinioni ufficiose, cominciata durante il lungo comando di agenti segreti ortodossi con la loro eclettica ideologia isolazionista-dirigentista-nazionalista-imperativista.
In linea di principio, questo è un nuovo tipo di rivoluzione, è il risultato di un aggiornamento della rivoluzione 2.0. In un certo senso queste sono rivoluzioni permanenti 3.0, come li definisce Lev Davidovic Bronstein-Trotsky. Hanno un pretesto (apparentemente poco importante), delle motivazioni (profonde e gravi), una fase attiva (con crescenti proteste di piazza che si espandono come una bolla, e conquistano anche quelli che non hanno un rapporto con il malcontento della popolazione), una riduzione della fase attiva (la bolla scoppia, avviene una riflessione su ciò che sta accadendo e ci si adatta a nuovi obiettivi). 
Letteralmente: “La rivoluzione ha un inizio, ma non ha una fine” (a questa conclusione sono giunti Eric Schmidt di Google e Jared Cohen nel suo libro “La nuova era digitale“, 46 anni dopo i cantautori sovietici). E’ come una crisi purificatrice. Le sue richieste, così come i suoi effetti, dovrebbero essere ascoltati e osservati da vicino dalle turbolenze finanziare del governo. Diversamente, le società civili – che battono lo stato a livello di evoluzione – presto o tardi spazzeranno via, non necessariamente in modo violento, il governo inefficiente.
Come? Potrebbe succedere anche in Iran con l’aiuto di libere e regolari elezioni. O come è quasi successo in Venezuela, dove la parte più progressista era ad un millimetro dalla vittoria e dalla possibilità di un normale sviluppo.
Ci sono modi diversi per farlo. Ma, come abbiamo già detto, la Russia non è il Brasile. E neanche l’Iran.
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