Gangsterland

[Traduzione da The Economist]

Chiedo a Elisabetta Tripodi se sta cominciando a sentirsi sola, e lei risponde: “Un po’ sì”. La Tripodi è sindaco di Rosarno, una delle maggior città italiane oppresse dalla mafia. Era una delle tre autorità locali donne, in Calabria, che si è guadagnata l’attenzione a livello nazionale per il suo coraggio nello sfidare la ‘ndrangheta, un gruppo criminale organizzato che ha iniziato a livello locale e si è diffuso in tutto il mondo (controlla gran parte del commercio transatlantico di cocaina).

Carolina Girasole è stata la pioniera in una regione nota per il dilagante maschilismo, diventando sindaco a Isola Capo Rizzuto, nel 2008. E’ stata seguita da Tripodi e da Maria Carmela Lanzetta, eletta a Monasterace, nel 2010. Tutte e tre hanno sopportato violente intimidazioni. Ora è rimasta solo la Tripodi. La Girasole è stata sollevata dal suo incarico a maggio dopo aver perso il sostegno del Partito Democratico. Pochi giorni dopo, due appartamenti appartenenti alla sua famiglia sono stati dati alle fiamme, un sospetto “arriverderci a mai più!” della ‘ndrangheta. Il 30 luglio la Lanzetta si è dimessa. Mentre era sindaco, la sua farmacia è stata bruciata e la sua auto fatta esplodere.

La minaccia più grave per la Tripodi è stata più subdola. Sei mesi dopo il suo insediamento, ha ricevuto una lettera da un  “padrino” della ‘ndrangheta in carcere lamentando che aveva sfrattato la madre da una casa costruita illegalmente. La cosa agghicciante è che ha scritto al consiglio di cancelleria. Da allora vive sotto scorta della polizia. Lo scorso mese, in un incontro con le tre donne, Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, ha detto: “Hai voluto e vuoi fare cose normali. Ma in alcune zone ciò che è normale è considerato straordinario – così straordinario da essere percepito come inaccettabile”. Elisabetta Tripodi, a metà strada del suo mandato, dice: “Lo considero un risultato essere arrivata fino a questo punto. Tutti erano pronti a scommettere che avrei lasciato dopo sei mesi”.
 
In Italia, l’esperienza di questi sindaci è sempre stato tipico di individui e gruppi che prendono posizione ferme contro il crimine organizzato: tre passi avanti, seguiti da due indietro. Ma dimostra che la resistenza popolare alla criminalità organizzata è in crescita. Fino a poco tempo fa, questa resistenza era in gran parte limitata alla Sicilia. Una delle prime iniziative lì fu Addio Pizzo, un’associazione fondata a Palermo da quattro giovani che volevano gestire un bar senza finanziamenti di Cosa Nostra (il movimento prende il nome da pizzo, la parola slang per un pagamento estorto). Il suo sito ha una directory di ricerca dei suoi membri: negozi, bar e ristoranti, i cui proprietari si rifiutano di pagare e tacere. Che è più facile a dirsi che a farsi, su un’isola dove si stima che il 70% degli stabilimenti commerciali consegnino una parte dei loro guadagni alla mafia.

Uno che non vi fa parte è l’Antica Focacceria di San Francesco, che vende cibo tradizionale  siciliano da asporto in otto città italiane e all’aeroporto di Fiumicino, vicino a Roma. Ha iniziato la sua espansione per compensare le perdite subite a Palermo dopo che i suoi proprietari, i fratelli Conticello, hanno identificato i mafiosi che avevano tentato di estorcerli. Si sono alleati con Feltrinelli, una casa editrice con radici di sinistra che ospita punti vendita del panificio in molte delle sue librerie. Feltrinelli ora possiede il 95% della società e nel mese di gennaio ha avuto una partecipazione di maggioranza nella Focacceria originaria di Palermo. “Abbiamo cercato di resistere, per ragioni sentimentali oltre che economiche”, ha detto Vincenzo Conticello. “Ma la recessione, insieme alle minacce da parte della mafia, ci sta forzando la mano”.
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