"Bisogna pur morire qualche volta nella vita": intervista a Malala Yousafzai [PARTE II]

[Traduzione da El Pais, PARTE I]

– Il libro ha una parte che sembra quasi una storia dell’orrore. Lei scrive: “Avevo dieci anni quando i talebani sono arrivati nella nostra valle. Moniba [la sua migliore amica] ed io stavamo leggendo i libri di Twilight e volevamo essere vampiri. Abbiamo pensato che i talebani erano venuti di notte proprio come i vampiri”…

– La cosa importante è che se si chiede ai bambini qui di cosa hanno paura, loro rispondono di un vampiro, di Dracula o di un mostro, ma nel nostro paese abbiamo paura degli esseri umani. I talebani sono esseri umani, ma sono molto violenti e così tanto dannosi che quando un bambino sente un talebano ha paura, proprio come se fosse un vampiro o un mostro.

– E’ un sistema perverso e folle: hanno vietato la musica, hanno vietato il canto…

– Hanno bandito tutto e se sentivano rumori e risate in una casa, facevano irruzione. Così, se stavi cantando o guardando la televisione, rompevano il televisore. A volte mettevano semplicemente in guardia le persone, a volte le picchiavano, fucilavano o massacravano. Non ci facevano nemmeno giocare a fare le parruchiere con le bambole.

– Avete finito per guardare la TV in un armadio. L’apoteosi dell’assurdo.

– Sì, e con il volume molto basso, in modo che nessuno potesse sentirla. Con così tanta paura ovunque, la vita era molto dura e abbiamo pensato disperatamente al nostro futuro, a come stavamo andando incontro ad una convivenza quotidiana con la paura, a quanto fosse pericolosa la situazione…. Ma  ci rimaneva ancora un briciolo di speranza in un angolo del cuore.

– Poi i talebani hanno iniziato ad uccidere. Prima i poliziotti, così che lasciassero il loro posto di lavoro e mettessero annunci sui giornali confermando di non essere più della polizia, per evitare di essere uccisi…. Dopo hanno cominciato ad uccidere i musicisti, così anche i musicisti iniziarono a mettere annunci dicendo di aver lasciato i peccati della musica e di essere già diventati ferventi credenti…. Mi colpì molto questa faccenda degli annunci. Quando minacciarono suo padre, mise un annuncio che diceva: “Uccidetemi pure, basta che non facciate del male ai bambini della mia scuola che ogni giorno pregano il vostro stesso Dio in cui credete”.

– Sì. Poi c’era i talebani erano anche alla radio: facevano la predica due volte al giorno. E lanciavano messaggi come: “Congratulazioni a Tizio che si è fatto crescere la barba e quindi entrerà in Paradiso; Complimenti a Caio, che ha chiuso il suo negozio di video e si è pentito, siamo lieti che la bambina Tal de Tali ha smesso di andare a scuola”… Le bambine, come me, che frequentavano le classi ogni giorno venivano insultate in modo molto brutto dicendo persino che sarebbero finite all’inferno.

– Negli ultimi anni, eravate convinti che suo padre, Ziauddin, sarebbe stato ucciso. E avete escogitato ogni sorta di strategia per evitarlo… I suoi fratelli più giovani volevano costruire un tunnel…

– Sì, abbiamo pensato anche a nascondere mio padre in un armadio. Mia madre dormiva con un coltello sotto il cuscino. Lasciammo persino una scala appoggiata al muro, in modo che mio padre avrebbe potuto fuggire se fossero venuti a prenderlo. Qualche tempo dopo un ladro entrò in casa nostra grazie alla scala e ci rubò il televisore.

– In effetti, – interviene il padre dall’altra parte del tavolo – eravamo molto contenti che ci avessero preso il televisore, perché se ci avessero portato via solo la scala, avremmo avuto paura davvero.

– Giusto! Perché significava che era uno come voi, che voleva guardare la TV!

– Sì, sì! (Malala e Ziauddin ridono) Grazie a Dio era un ladro!

– Come riuscivate a contenere questa paura ogni giorno?


– Allora la paura ci circondava. E’ stato così difficile. Non sapevamo che cosa il futuro avesse in serbo per noi, volevamo parlare ma non sapevamo che le nostre parole potevano portare il cambiamento, che venissero ascoltate in tutto il mondo. Non eravamo consapevoli del potere che ha una matita, un libro. Tuttavia, è stato dimostrato che i talebani con fucili ed esplosivi erano più deboli rispetto alle persone con matite e libri.
 

– Nel libro ha raccontato che di recente, in un centro commerciale di Abu Dhabi , ebbe un rapidissimo attacco di paura. Un comprensibile attacco d’ansia. Le è successo di nuovo?

– Sì, due o tre volte. Quando ho visto la gente intorno a me ad Abu Dhabi, tutti questi uomini intorno, improvvisamente ho pensato fossero in agguato, armati, e pronti a spararmi. Poi ho pensato, perché hai timore adesso? Hai già visto il volto della morte, e non dovi avere paura, si vede che la morte non vuole più ucciderti, la morte vuole che tu viva e che lavori a favore dell’istruzione. Così ho detto, non avere paura, vai avanti, che Dio e la gente sono con te. Bisogna pur morire qualche volta nella vita.

– Ma lei è troppo giovane…

– Troppo giovane, troppo giovane – ripete gravemente il padre, come un coro greco .

– C’è un’altra cosa che mi sembra molto importante sul suo conto, che è che una credente. Un intellettuale algerina mi ha detto anni fa che la sinistra dell’Algeria aveva fallito nel suo tentativo di modernizzare il paese, perché si era completamente alienata dal suo popolo e dalla sua stessa società. Erano laici, rottamatori, troppo moderni, troppo occidentalizzati per essere accettati dalla maggioranza. Lei, invece, è perfettamente integrata nella sua cultura e religione.

– Io amo Dio perché mi ha protetta, e penso che mi chiederà il giorno del giudizio, ” Malala, hai visto la sofferenza della gente a Swat, hai visto quanto le bambine hanno sofferto, hai visto massacrare le donne, uccidere molti poliziotti. Che cosa hai fatto per difendere i loro diritti?” Sentivo che era mio dovere gridare per i diritti delle bambine, per i miei diritti, per il diritto di frequentare la scuola, e lo faccio in nome di Dio, motivo per cui i talebani mi hanno sparato.

– Quando aveva undici anni e stava scrivendo il blog, il New York Times ha fatto un bellissimo documentario televisivo su di lei e suo padre. Le dirò che, quando l’ho visto, ho pensato che suo padre era il più idealista, il più folle, e che lei fosse quella con più buon senso dei due. Su, lei sembrava la madre di suo padre. Mi perdoni, Ziauddin.

(Entrambi scoppiano a ridere)

– Le sono sembrata così? Nella società pashtun, se una ragazza è molto matura e inizia a parlare subito di faccende di famiglia, ad undici anni ad esempio, le dicono niya – nonna.
 

– Beh, non so se lei sia una niya, ma ha sicuramente una grande praticità. Le prime due cose che ha detto in ospedale a Birmingham, dopo una settimana di coma, è stata: “Dov’è mio padre?” E “Non abbiamo soldi per pagare tutto questo.”

– In quel periodo ero ancora molto intontita, molto confusa. Quando vidi un medico parlare con una infermiere, pensai che gli stesse chiedendo come potevamo pagare l’ospedale, e pensai che avrebbero potuto cacciami, dovendomi così cercare un lavoro.

– Nello stesso documentario dice che suo padre voleva che facesse la politica, ma che lei voleva essere un medico e che non gli piaceva la politica… Ora ha cambiato idea.


– Io amo mio padre e lui mi ispira, ciò non significa che io sia sempre d’accordo con lui. Non sono d’accordo con lui su molte cose, egli ritiene che la politica è buona e serve per cambiare il mondo, ma io volevo essere un medico. Poi il tempo passava e mi rendevo conto che il governo non stava facendo nulla, che il suo compito principale era quello di concedere diritti di base alle persone, fornendo energia elettrica, gas , istruzione, buoni ospedali. E poi improvvisamente ho pensato che volevo essere politico per un grande cambiamento nel mio paese. Così un giorno il Pakistan sarà in pace, senza guerra o talebani e con tutte le ragazze che vanno a scuola. E non voglio essere solo politico, ma anche leader.

– Social leader.

– Sì , social leader e guidare le persone, perché il popolo pachistano è fuori strada, è diviso in molti gruppi: arriva un leader e forma come gruppo; ne arriva un altro e forma un gruppo diverso, ma non ho mai visto nessuno che sapesse unire la gente. Voglio che tutte queste persone si uniscano, voglio che il Pakistan sia uno, voglio vedere l’uguaglianza e la giustizia fra tutti.

– Pensa quindi di poter riuscire ad unire il popolo pachistano?

– Per raggiungere questo obiettivo devo acquisire potere, e il vero potere è l’educazione e la conoscenza. Inoltre abbiamo bisogno di uno scudo, che è l’ unità del popolo. Quando le persone si mi sostengono, quando i genitori delle bambine mi sostengono, quando siamo insieme, mi sosterranno con la loro voce, la loro azione, la loro compassione. Quando ci sosteniamo a vicenda, quando educhiamo noi stessi, quando raggiungiamo questo potere, possiamo tutto. Quindi tornerei nuovamente in Pakistan .

– Nel suo libro dice che, a tredici o quattordici anni, ha visto il DVD americano della serie Ugly Betty “che era una ragazza con un apparecchio enorme e anche un cuore grande grande. L’ho amato e sognavo la possibilità di andare a New York un giorno e lavorare in una rivista come quella”. Sembra una dichiarazione struggente . La rivista di Ugly Betty è alla moda! Questo desiderio di una vita normale, senza il peso sovrumano che porta sulle sue spalle…

– Mi piaceva guardare la serie,  mi piaceva pensare ad un altro mondo dove il problema più grande era la moda , che indossa quegli abiti, quelle scarpe, quale colore di matita per labbra utilizza quella ragazza… Mentre d’altra parte, le donne stanno morendo di fame, così i bambini; frustano le donne e  vengono esposti i corpi decapitati…

– Ma, ad ogni modo, ciò che  vuole indicare questo testo è che sotto c’è quel desiderio comprensibile di vita spensierata e normale…

Malala mi guarda, prende un paio di secondi e poi annuisce con la testa. Non osa nemmeno verbalizzare il suo desiderio di un’altra realtà. È una ragazza intrappolata tra le ruote di una responsabilità enorme. Immaginate la situazione: una realtà di violenza e di abuso insopportabile, un padre eroico che segna il cammino e la bambina è molto intelligente, ovviamente dotata, consapevole della propria dignità e con una grande capacità di compassione. La vita di Malala è stata una congiura che l’ha braccata nel suo destino di Giovanna d’Arco. I proiettili dei Talebani l’hanno catapultata verso una visibilità mondiale e forse, quando leggerete questa intervista, le avranno dato il premio Nobel per la pace, che sarà reso pubblico quando questo giornale sarà in stampa. Ho firmato chiedendo il Nobel per lei, ma ora mi preoccupa il fatto che glielo diano: il peso sarebbe ulteriore, un altra esigenza. Malala, entusiasta per essere sopravvissuta e ancora molto giovane, nonostante la sua maturità, ha grandi sogni per il futuro del suo popolo. Sogni sfuggenti, innocenti e difficili da raggiungere ma che lei forse riuscirà a mettere in moto perché questo pizzico di donna è potentissimo. Padre e figlia hanno qualcosa di incontaminato, il cuore in bocca, una luce che abbaglia. Ma la luce di Malala è piena di ombre, una stella oscura piena di dolore e di determinazione. A sedici anni è disposta a sacrificare la sua vita per il suo progetto.

– Si è mai innamorata? Mi riferisco a quelli amori adolescenziali, un attore, un vicino.

– (Ride) Io amo i giocatori di cricket. Ma questa è solo una parte della vita, quando ti affezioni a qualcuno intendo, ed io mi sono affezionata a tanti. C’è un giocatore chiamato Shahid Afridi, che viene sempre eliminato senza segnare, ma noi tutti lo amiamo molto. C’è anche Roger Federer. Ce ne sono molti, ma questo non significa che io li sposerei.

– Pensi di sposarti?

– Forse!

– Interessante, perché nella sua parte del mondo, tutte le leader politiche hanno certamente dovuto sposarsi: Benazir, Indira … E’ una buona risposta.
 

– E’ una risposta diversa.

– La ringrazio molto, Malala .

– Grazie per il suo amore e sostegno .

E sentire la sua squisita risposta definitiva mi sento come il signor Obaidullah, il suo Professore di Chimica . 



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