Viktor Golishev, Salinger e i pescibanana [PARTE II]

[Traduzione da Colta, qui la PARTE I]

Certo, forse alcune tue tracce del libro rimangono nella traduzione, ma in realtà stai cercando di non sovrapporti. Il tuo lavoro è secondario. Non c’è bisogno di esprimere se stessi. Ci si esprime, quando ascolti bene il tuo capo, ossia lo scrittore. Quando si traduce, si cerca di soddisfare lo scrittore, perché ti è piaciuto. A volte capita di tradurre libri brutti, in questi momenti provi vergogna e sdegno per il fatto di dover tradurre una cazzata del genere; ma quando è scritto normalmente non c’è nessun’altra voglia che entrarci dentro o in qualche modo migliorarlo.

Io non rileggo le mie traduzioni. Mai. Ne sei pieno. Ed io ricordo abbastanza bene ciò che ho tradotto. Inoltre, non credo di essere diventato più capace in tutto questo tempo, al contrario, mi sono indurito. L’esperienza aumenta sicuramente. Quando ristamparono Un giorno ideale per i pescibanana avrò corretto, esagerando, quattro parola. Non ne ho voglia di farlo, e le buone azioni non restano impunite. Le traduzioni invecchiano, e così i libri. C’e tutta una mitologia sul fatto che non invecchino.

L’esperienza continua ad aumentare, ma allora non si poteva sapere tutto: non c’era internet, i vocabolari erano di bassa qualità. A volte, per una citazione o nome, passavi intere giornate in biblioteca.  


In quel periodo la letteratura era un’altra. Non bisognava sapere niente in particolare di storia o di qualche vestito firmato. La vita era semplice: la terra era una e la gente andava. In casi estremi, bisognava controllare come veniva costruito un carro. Oppure, quando tradussi Steinbeck, bisognava conoscere come venivano costruiti i ponti di legno.Sono cose concrete, che non avevano bisogno di internet. I dizionari c’erano e per conoscere qualcosa sui ponti bastava un libro in biblioteca.
Senza internet era dura. Eppure la prosa era tale da non necessitare la conoscenza di piccole cose o nomi di marche. Nella prosa non ci sono fatti, solo invenzioni. Beh, certo, ho tradotto anche i no-fiction. Ad esempio il libro sulla fotografia di Susan Sontag, non l’avrei mai tradotto prima. Per prima cosa, è pervaso da una prosa tormentata, molto pesante; più di due pagine alla volta non si potessono tradurre. E’ scritto in maniera tale che nessuna frase in russo funziona, e ognuna deve essere riformulata. E’ scritto in un linguaggio pseudo-scientifico con frasi lunghe. Ci sono articoli ben più strani di Sontag, dove usa frasi molto brevi, ma in una solita frase usa diverse subordinate con alcuni participi. Se venisse tradotto così com’è scritto, il lettore russo non ne uscirebbe più. Il libro è molto chiaro, e i ragionamenti sono molto limpidi. Lei pensa proprio in maniera esatta e ha un forte temperamento, ma la costruzione delle frasi è molto difficile per la traduzione, non adatta. E’ uno dei libri più faticosi che abbia mai tradotto. 
Quando viene descritta una foto nei particolari, non ti è mai chiara fino in fondo se non hai la possibilità di vederla. Prima, questo libro non l’avrei mai tradotto e non mi sarei mai messo a tradurlo. Un tempo mi interessavo di fotografia e studiai qualcosa in proposito, ma in questo libro ci sono tanti fotografi che non conosco e per di più, inizia con una citazione di Baudelaire. Bisogna prima trovarla. Prima sarei andato in biblioteca, e sarebbe stata la fine del mondo, un giorno perso. Oggi perdi al massimo un’ora.
I termini gergali sono molto difficili da tradurre. Non sempre si possono traslare nella lingua d’arrivo. Non è possibile quando caratterizzano i neri. La traduzione implica sempre una perdita perché legata alla storia, alla vita materiale. Ed alcuni fili vengono strappati durante il processo traduttivo. Nel nostro paese non abbiamo molti neri e non sappiamo come parlano tra loro. Lo scrittore, spesso, distorce la loro pronuncia. Io ascolto anche il timbro, mentre parlano. Ma ricostruirlo è praticamente impossibile, perché da noi non ci sono, e questo è quanto. Quando le persone sono separate l’una dall’altra da chilometri nella scala sociale, ma parlano praticamente allo stesso modo, bisogna escogitare come poterlo riportare in traduzione.
I cliché americani non si devono tradurre con i cliché russi. E’ come con il linguaggio popolare: vieni catapultato da qualche parte a Rjazan’. E’ quello che ottieni è una bufala enorme: da una parte, Rjazan’; dall’altra, continui  a scrivere con preposizioni subordinate con i “che” e i gerundi. Anche i detti sono scomodi da tradurre, anche se ci sono dei detti paralleli nella nostra lingua. Bisogna riformularlo e trovare un modo, spesso il cervello non basta. 
Anche tradurre satira è un tormento. Ho provato un paio di volte a farlo, e non ne avevo molta voglia, perché ogni volta ti viene il dubbio sulla resa della comicità: sarà divertente oppure no? E alcune cose sono molto difficili da tradurre. Ad esempio, O. Henry non ha uno humour chiaro, la sua lingua è in qualche modo stravolta, un po come Zoschenko. E’ molto difficile trovare parallelismi. Meglio non avere a che fare con traduzioni del genere, in cui sai che andrai a perdere molto. Bisogna prenderlo in considerazione ogni volta: posso tradurlo oppure no? Dicono che si possa tradurre tutto, ma ciò che conta è il tuo personale giudizio. Solitamente non ho mai nessun dubbio sulle mie traduzioni, quindi non chiedo mai aiuto a nessuno. Non esistono due varianti.  C’è solo quello che tu produci, e non c’è spazio per piccoli consigli. A volte non piace ciò che si traduce, ma quella è un’altra questione.
Oggi, leggo poco la letteratura straniera tradotta. La maggior parte delle traduzioni sono di amici. Quando traduci, spesso non hai voglia delle traduzioni degli altri. Se si tratta di un amico, lo leggo per lealtà, che non è molto. Se fai lo spazzino tutto il giorno per strada, quando sei a casa non hai voglia di spazzare. Qui succede la stessa cosa.
Non mi preoccupo minimamente delle parolacce, così come del tempo: beh, capita che il tempo non sia buono. In traduzione si possono trovare dei sostituti per le parolacce. Non penso che la parolaccia possa essere uno strumento. Si tratta piuttosto di mancanza di disciplina. Si possono usare per un effetto comico, ed è per questo che io non uso le bestemmie. Nei libri americani, ancora negli anni ’40, la parola fuking non esisteva. Mueller in traduzione scrisse qualcosa tipo смехуечки (smehuechki), facendola diventare una parola da utilizzare sempre. Ora non ha più significato, è semplicemente un rafforzativo. Come il nostro реально (real’no: in realtà, effettivamente). Perciò è senza senso che una parola traduca il nostro termine corrispondente quando non significa nulla, mentre le nostre parolacce è come se riducessero lo spazio e spiccassero nella prosa. Mi sembra che questo sia solo un disservizio per l’autore.
Senza dubbio, la lingua russa sta cambiando in maniera sbagliata. Anche l’americano evolve, ma non in maniera così forte. Anche lì, avviene una sorte di burocratizzazione della lingua. A causa dei computer si sta semplificando enormemente. Tutto insieme. Gli smile vengono messi in modo breve e chiaro. Non mi piace il computer perché ti comanda. Enter, dice. Naturalmente lo uso, leggo, ma le traduzioni non le stampo. E’ necessario scrivere delle mail. E’ una piaga enorme e prima di tutto questo, si andava comunque avanti. Non mi è mai piaciuto scrivere mail. Per me scrivere le lettera a mano significa un giorno di tormenti. Non mi riesce. E con queste mail ogni giorni bisogna guardare la posta. Perché?
Sembra che il computer abbia solo semplificato la vita. Gli errori e i refusi nei libri sono sicuramente aumentati. Cosa ha reso più semplice? Prima prendevi il manoscritto e lo davi alla casa editrice. Ora lo mandi per posta elettronica. Velocità? Ma quale velocità? Mi ci vuole mezz’ora di auto per arrivare in redazione. Non è cambiato nulla. 
Ci sono più parole e concetti, ma il dialogo si è rinsecchito. Perché la vita è diventata più veloce, più frenetica. I sentimenti sono più semplici, brevi, le reazioni più veloci. Quale cazzo di riflessione ci può mai essere, quando devi correre al lavoro? Ma la vita cambia e tu non puoi metterti sui binari della locomotiva. Ti schiaccerà comunque.
Io non fuggo dal progresso, il cellulare lo uso, ma non arrivo a usare Facebook e non voglio usarlo. Ne ho abbastanza della posta elettronica. Questo porta via tempo. Leggere qualcosa in internet? Ne ho abbastanza anche senza leggere il New Yorker, meglio leggere Leskov. Le notizie le leggo, ma non molto. Le notizie di cronaca nera ti soffocano se ne leggi molte. Alcuni giornalisti non scrivono niente che si possa definire normale. Ma queste sono le persone che scrivono, loro hanno molto tempo, no? Quello che scrivono, a volte, potrebbe essere scritto quattro volte più breve. Un articolo, un concetto, così deve essere. Conciso. E quando si vuole dire un concetto specifico, lo si vuole fare, si trasforma in un colpo su un cuscino. Ci sono altre cose interessanti, ma molte cose non vere. In generale, abbiamo un giornalismo molto aggressivo, le persone non scelgono il linguaggio. La libertà di espressione è necessaria, certo, ma in misura accettabile. Noi purtroppo non abbiamo misura. Durante l’era sovietica, il mondo era in bianco e nero e non si poteva scegliere il modo di comunicazione; ora invece, non c’è questa limitazione, eppure la cultura non basta. Dare sfogo alla rabbia significa generare una risposta rabbiosa. Se tutti iniziassero a camminare e sgomitare, gli altri avrebbero dei lividi: per questo ci vuole un po’ di moderazione. 
Fare il traduttore non è un lavoro per tutti i giovani. Se una persona avesse 22-23 anni allora potrebbe capire se è in grado o meno di fare il traduttore. A volte va male e dopo la persona si fa le ossa. Può succedere invece che vada bene si dall’inizio, ma che in seguito non si ottengano risultati. La traduzione brutta e quella che non funziona, sono comprensibili, perché nel processo di traduzione bisogna avere una faccia tosta. Per i giovani senza un’esperienza di vita è difficile tradurre. Traducendo, ti metti alla prova, puoi percepire un sentimento come il suo opposto, oppure no. Beh, diciamo che alla persona non sia mai morto un parente. Certamente potrà tradurre di fantasia. Ma è impossibile che tutto riesca a sopravvivere, ma quando hai delle riserve interiori, allora è possibile tradurre fino in fondo. Ma mi viene difficile immaginarmi al posto di Raskolnikov (N.d.T.: personaggio immaginario protagonista di Delitto e Castigo), ma se avessi dovuto tradurlo, mi sarei potuto immedesimare.
Tradurre dal russo all’inglese, se quest’ultima non è la tua lingua madre, non è possibile. Io non conosco molto bene la lingua. E’ molto meglio se scrivo qualcosa di personale piuttosto che tradurre dal russo. Non riescono a tradurre Pushkin. Il perché, non lo so. Merito della rima. Ma è meglio tradurlo in qualche modo piuttosto che in nessun modo.
Quali devono essere le capacità di un traduttore? Deve semplicemente amare i libri e il paese della lingua da cui traduce. E, naturlamente, deve avere particolare cura della propria lingua madre. Ma il fatto che tu te ne stia da solo, senza frontiere, è qualcosa in più. Tutto qui. Non c’è la selezione tra chi è capace e chi è senza speranza. Chi lo fa ama profondamente ed è pronto a farlo quasi gratuitamente. Gli riesce e basta. Si può imparare a farlo ad un livello abbastanza decente. Ma le persone che sono adatte a farlo, sono ben poche. Come sempre e dovunque. Solitamente, due o tre persone a corso. Ora, da un punto di vista economico, non è possibile studiare. Non dà da mangiare in nessun modo. Solo i maniaci posso studiare traduzione. Io ho a che fare con persone del genere. Lavorano in un un posto e nel tempo libero traducono. Non riescono a viverci con la traduzione. Come professione, il traduttore non esiste praticamente più. 
Sono 50 anni che mi occupo di traduzione. Cos’altro posso fare? Questo è tutto quello che posso fare.
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