Lettera aperta al Premier Letta

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Caro Primo Ministro Letta,


E’ davvero assurdo che gli unici mezzi di comunicazione diretti con lei siano dei social network e neanche un indirizzo e-mail, o un angolo della posta come quello dedicato nel sito della Presidenza della Repubblica. purtroppo mi vedo costretto a scriverle tramite Facebook, tweetter e il mio blog. Le scrivo la presente per una particolare urgenza di esprimere il mio stato d’animo a seguito delle vicende politiche della nostra povera Italia. Sono davvero preoccupato per l’incapacità che questa classe politica ha avuto in tutti questi anni di mal governo. Sicuramente le sfide a cui è stato messo di fronte non sono semplici, non lo metto in dubbio, ma il governo che Lei porta avanti è la prova schiacciante di un declino umano/culturale/economico/sociale che ci caratterizza da qualche tempo. I rattoppi che sono stati fatti in questi mesi, non riusciranno mai a coprire i “buchi” provocati da anni di logorio. Abbiamo ucciso la cultura, il ragionamento, il dialogo, la stessa arte politica, mentre ora siamo costretti a guardare l’eterna bagarre di chi si contende la poltrona in parlamento e che dice di pensare al “bene dell’Italia e degli italiani”. Sicuramente ci sono forze più grandi di Lei, primo ministro, che spingono in certe direzioni, ma l’unica cosa che doveva fare, e da subito, era abbassare drasticamente i compensi di ministri, parlamentari, senatori, sindaci, consiglieri e chi più ne ha più ne metta; per dare una parvenza di credibilità al vostro lavoro. Invece, ciclicamente sono avvenute le seguenti cose: creazioni di tasse che cambiano nome ma non la sostanza; governi ostaggio per volere di pochi; tira e molla sulla decadenza di Berlusconi, ed ora ci ritroviamo nuovamente a dover assistere all’estenuante teatrino di giochi di potere. Un teatrino di cui ormai mi sono stufato. Io mi chiedo come sia possibile sopportare ancora tutto questo.


Io voglio una vera
alternativa, ma intorno c’è il vuoto. C’è una canzone che descrive
pienamente quello stato d’animo di cui le parlavo all’inizio e si
initola “Anche oggi si dorme domani”. L’ha mai sentita? E’ di un
cantautore siciliano, poco più che ventenne, Colapesce. Se non le
dispiace le riporto il testo qui di seguito.


Mettiti in fila dai

Il tuo turno arriverà

Hai solamente 30 anni ed intorno c’hai il vuoto

E ti lamenterai

Finché connessione c’è

La pace dei sensi nel condividere il nulla

Storie di bar e poi

Quotidiano iPad e noi

Alla conquista di un nuovo paesaggio lunare

E ti ritroverai

A rimpiangere un telefilm

In lingua inglese perché tradotto fa schifo

Tua madre non sa cosa cerchi nel vuoto

E non capirà questa voglia di nuovo che invecchierà domani

Padre mio dove sei

Per fortuna ci sei tu

Hai lavorato 30 anni per fare sei stanze

Mutuo mon amour

Non ci lasceremo mai

È una promessa ti darò in sposa mia figlia

Adesso come non mai

Desiderio di civiltà

Invece ti tocca sperare che arrivino gli UFO

Cerca la verità

Negli amori di serie B

Nelle vetrine che un tempo volevi incendiare

Tua madre non sa cosa cerchi nel vuoto

E non capirà questa voglia di nuovo che invecchierà domani

Ti ho vista al telegiornale

Non sembravi neanche tu

Fra diecimila persone

Fra le sirene tu canti

Hai preso un master da poco

E un lavoro su per giù

Vedi la neve nel cielo

E quest’amore nel vuoto

Mettiti in fila dai

Il tuo turno arriverà

Hai solamente 30 anni ed intorno c’hai il vuoto.

Credo
che meglio di così, non si possa far capire quello che si prova a
vivere in un paese come è l’Italia di oggi, pieno di contraddizioni,
vicoli ciechi e con un poco roseo domani. La mia “ricetta” per
sopravvivere a tutta questa disillusione è rendermi utile nel piccolo
della mia comunità, cercare che la gente partecipi con le proprie idee,
che esponga le problematiche, che ci siano solo interessi di carattere
personale. La società civile e i vertici hanno tagliato il cordone
ombelicale in modo netto col Porcellum, ma questo credo lo sappia anche
lei. Io mi rendo utile alla comunità, o almeno provo a farlo, ma quello
che sento è di non appartenere a questo paese. Almeno, non appartengo
alla classe che dovrebbe rappresentarmi.


Con questo la saluto, porgendole i miei più cordiali saluti.


Cristian Zinfolino

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