"Mi vergogno di essere americano", intervista a Stephen King (PARTE I)

[Traduzione da El Pais]

Stephen King ha scritto circa 50 romanzi e ha venduto più di 300 milioni di copie. L’autore di Carrie (1973) e Shining (1977), il libro che Stanley Kubrick e Jack Nicholson trasformarono in un film incredibile, è sicuramente lo scrittore vivente più famoso al mondo. Simbolo e metafora della cultura pop statunitense ed incarnazione democratica del sogno americano, King è comunque una persona umile, un istrione sensibile e simpatico che minimizza il suo talento e che si prende continuamente in giro: un esericizio che a volte sembra sano, altre sembra rasentare il masochismo.
E’ appena arrivato a Parigi, per la terza volta nella sua vita, per promuovere il suo ultimo romanzo, Doctor Sleep (Sperling & Kupfer), una sorta di sequel o corpo a sé di Shining. Alloggiato al lussuoso Hotel Bristol, ha fatto una passeggiata per la città, ha fatto una grandissima conferenza stampa, ha fatto ridere migliaia di lettori al teatro Rex, lo stesso in cui ha suonato Bob Dylan, e non ha smesso un attimo di firmare copie e di farsi amici raccontando anedotti e ridendo della sua stessa ombra. L’autore di Misery ha raccontato di quando, a 35 anni, si chiese che fine avrebbe fatto il protagonista di Doctor Sleep, che non è altro che Danny Torrance, il bambino che leggeva il pensiero alieno e che sopravviveva alla furia violenta del padre alcolizzato e prevaricatore, Jack Torrance, in quel triste e solitario hotel in cui si svolge Shining.

Ora Danny ha quasi 40 anni, alza il gomito come papà, partecipa alle riunione degli Alcolisti Anonimi e cura gli anziani in punto di morte. Da qui, il titolo del romanzo, sintesi del potente universo di King: ci sono vampire che mangiano bambini per nutrirsi, persone con poteri paranormali, sparatorie, rituali satanici e sessioni di telepatia intensiva. Non si vive una paura mortale come in Shining, ma è un buon romanzo d’azione.
In un recente articolo pubblicato da The New Yorker, Joshua Rothman ha affermato che Kind è il canale principale da cui confluiscono tutti i sottogeneri della metà del XX secolo: fantascienza, horror, fantasy, romanzi storici, libri sui supereroi, racconti post apocalittici, western che vengono ambientati nel piccolo avamposto nel Maine, il remoto Stato a nord-est degli Stati Uniti dove vive, abitato di 1,2 milioni di persone. La prova del suo influsso nella cultura statunitense sono il cinema e la televisione, che continua a trarre ispirazione dalle sue storie. Anche se ha 65 anni, King continua ad insistere sul fatto che ciò che scrive non conta più di tanto, quarantanni di lavoro e una legione di lettori in tutto il mondo sono riusciti a convincere una parte della critica ed alcuni colleghi professionisti hanno capito che la sua letteratura pensata per intrattenere il popolo rurale povero americano è più interessante, con un senso e di qualità di quanto lui stesso pensi.
Nel 2003, King ha vinto la Medaglia della National Book Foundation per il suo contributo alla letteratura americana, un anno dopo Philip Roth. Quel giorno, lo scrittore Walter Mosley ha sottolineato la sua “comprensione quasi istintiva verso i mezzi che formano la psiche della classe operaia americana”. E ha aggiunto: “Conosce la paura, e non solo il mezzo della forza diabolica, ma anche quello della solitudine e della povertà, della fame e dello sconosciuto”. Ma soprattutto, King è un personaggio preciso. E’ figlio di una madre vedova e povera, è alto quasi due metri, è sgraziato e molto magro, ha una faccio molto grande, parla come una macchinetta, senza dire cose senza senso, si è messo nei guai con la “birra, la cocaina e lo sciroppo per la tosse”, suona con amici la chitarra in una band rock, ha una moglie cattolica “piena di fratelli”, tre figli, quattro nipoti, un conto con molti zeri, ha chiesto al Governo di pagare più imposte di quello che già paga, adora Obama, odia il Tea Party,fa campagne contro le armi e come intervistato è una bomba: raramente si dimentica di dare un paio di titoli come risposta.

Allora non le piace venire in Europa?

Una volta, venni a Parigi con mia moglie nel 1991; un’altra volta a Venezia  e Vienna con mio figlio nel 1998. Questa volta abbiamo passato una notte a Parigi, ma siamo andati a vedere un film di David Cronenberg. Quando vengo in Europa, provo vergogna: non parlo nessuna altra lingua eccetto l’inglese e non mi piace andare in giro dandomi arie da celebrità. Preferisco mantenere un profilo basso. Vivo ne Maine, in un paese piccolissimo in cui sono uno qualunque. Quando vengo a Parigi sono la novità, nessuna mi ha mai visto prima: a casa, mi vedono tutti giorni e quindi non gli importa molto; sono solamente il vicino.

Per quale motivo tende a sottovalutarsi? 

Diversamente mi dovrei definire Il Grande, che sarebbe lo stesso che definirmi Il Grande Stronzo. Non voglio essere così. Voglio essere trattato come una persona normale. Noi scrittori dobbiamo considerare la società, non il contrario. Se i miei editori mi dicono di venire a Parigi è perché vogliono vendere libri. Nelle feste americane ci sono delle ragazze che funzionano da esca: si mettono alla porta dei locali di striptease e muovono un po’ il culo per attirare i clienti. Io qui sono quello che muove il culo. In casa sono nel mio posto, sulla sedia giusta, a scrivere. E’ li che devo stare.

Come ci si sente ad aver venduto 300 milioni di libri? 

Ciò che conta è sapere che ci siano i soldi per mangiare, il numero di copie non importa fintanto che vendono abbastanza per continuare a scrivere. Io amo questo lavoro.

Non si sente orgoglioso? 

Non so se è l’orgoglio, ma mi rende felice sapere che il mio lavoro mette in collegamento le persone. Sono nato per raccontare storie e divertire. In questo senso credo di aver avuto successo. Ma la giornata è mia moglie che dice: “Steve , butta la spazzatura e metti su la lavastoviglie.”

Si sente giudicato male dalla critica? 

All’inizio della mia carriera vendendo tanti libri i critici dicevano: “Se piace a così tante persone, non può essere un buon prodotto”. Ma ho iniziato da giovane e sono riuscito a sopravvivere alla maggior parte di loro. Molti critici sanno che ho passato anni cercando di dimostrare di essere uno scrittore popolare, ma serio. A volte è vero che ciò che vende bene non è di buona qualità, per esempio 50 sfumature di grigio è spazzatura, un porno per le mamme. Invece L’ombra del vento di Ruiz Zafon, è un buon lavoro, e Umberto Eco pur essendo molto popolare, scrive meravigliosamente. La popolarità non sempre significa che qualcosa non vada. Quando leggo una recensione molto negativa, mi chiudo la bocca perché tanto il critico non sa fare altro che piagnucolare. Ma ogni volta le leggo perché voglio imparare, e quando un commento è ben fatto, è utile conoscere cosa hai sbagliato. Se tutti dicono che qualcosa non funziona, ti può fidare. In ogni caso, la migliore risposta ad una critica venne fatta da un musicista del XIX secolo la cui opera era stata demolita. Ha scritto una lettera al critico dicendo: “Sono nella stanza più piccola di casa mia. Ho la sua opinione davanti a me, presto me la lascerò alla spalle.”

Quando capì di essere uno scrittore? 

A dodici anni sapevo quello che facevo. La scrittura non è mai stato un lavoro. l’ho fatto per 54 anni e non posso ancora credere che continuano a pagarmi per questo. In realtà, non posso credere che ci paghino entrambi così tanto per fare questo!

[Fine prima parte]

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