Perché il Sud Sudan imperversa nella violenza?

[Traduzione da Liberation]

Il Sud Sudan non imperversa ancora in una guerra civile, ma ci si sta avvicinando pericolosamente. Resosi indipendente nel luglio del 2011 dopo due decenni (1983-2005) di guerra tra il Nord, musulmano e arabofono (l’attuale Sudan), e il Sud, animista e cristiano, è il più giovane stato al mondo immerso nella violenza da metà dicembre. Dal momento della separazione, le tensioni con Khartoum sono rimaste a causa del controllo di importanti risorse petrolifere e del delineamento dei confini. Ma questa volta, anche all’interno del Sud Sudan, un paese senza sbocco sul mare con undici milioni di abitanti e afflitto da rivalità politiche e conflitti etnici, la situazione si aggrava e rischia di diventare incontrollabile. Al punto che le Nazioni Unite hanno deciso di inviare 6.000 uomini per rafforzare la missione Onu già in loco.

Il grilletto: un fallito colpo di stato

Il conflitto non si è manifestato per settimane, ma è esploso con forza il 15 dicembre, quando il presidente in carica dalla creazione dello Stato, Salva Kiir, ha accusato il suo ex vicepresidente Riek Machar di tentato colpo di stato. Riek Machar, che ha denunciato la “deriva dittatoriale” di Salva Kiir e il suo obiettivo di candidatura per la presidenza nel 2015, nega il tentativo di golpe e grida ad un complotto per toglierlo di mezzo. Ma da allora, i suoi uomini hanno preso due capitali regionali strategiche: Bor, nel Jonglei (un governatorato cronicamente instabile) e Bentiu, nel governatorato di Unità, ricco di petrolio. Tale colpo di stato sventato, se reale o no, ha innescato un ciclo di vendette tra le due fazioni, entrambe all’interno del movimento per l’indipendenza.

In una settimana, lo scontro ha lasciato centinaia di morti e sta colpendo la metà del paese. I civili cercano di fuggire in migliaia nei campi delle Nazioni Unite completamente sovraffolati, soprattutto nella capitale Juba, a Sud. Ci sono testimonianze di massacri e stupri di massa. Un team delle Nazioni Unite ha scoperto una fossa comune Martedì a Bentiu, la capitale del governatorato petrolifero d’Unità. Centinaia di migliaia di persone in più sono probabilmente fuggite nella foresta. Juba è in questi giorni relativamente tranquilla, ma è attraversata da uomini in divisa o da civili in possesso di armi da fuoco, coltelli o macheti. 



Il sottotesto: il conflitto etnico

La rivalità politica ritaglia grosso modo la principale frattura etnica del paese – che potrebbe estendersi maggiormente. Gli scontri vedono implicati l’etnia dinka di Salva Kiir, il gruppo di maggioranza ben rappresentato nell’apparato statale, e l’etnia nuer, di Riek Machar. La rivalità tra i due gruppi ha portato a episodi sanguinosi al momento della lotta per l’indipendenza, dove i conflitti etnici sono stati alimentati e sfruttati politicamente. Secondo le testimonianze raccolte nei giorni scorsi dall’AFP (Agence France-Presse), molti abusi sono stati commessi contro i civili nuer dai soldati governativi dinka. Ma anche i ribelli di Riek Machar sono accusati di diffondere violenza. I nuer hanno attaccato in particolare una base delle Nazioni Unite ad Akobo, nel governatorato di Jonglei, dove erano rifugiate famiglie Dinka. Almeno due caschi blu indiani sono stati uccisi, non si sa quello che è successo alle famiglie. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite in materia di diritti umani ha condannato le “esecuzioni di massa, senza alcun arbitrio, che mirano agli individui in base alla loro etnia producendo detenzioni arbitrarie“.

La questione del petrolio

Paese povero, il Sud Sudan è ricco di petrolio, che rappresenta il 95% dell’economia nazionale. Il paese estrae il petrolio, ma la sua raffinazione e trasporto sono gestiti dal Sudan, dove le tubazioni vanno fino al Mar Rosso. La divisione dei ricavi tra i due paesi è, in teoria, regolata da un accordo commerciale. Ma i conflitti persistono. Nel mese di aprile, il Sud Sudan ha preso con la forza la zona petrolifera di Heglig , situato sul lato nord del confine, prima di restringersi fino a Khartoum. Il Sud Sudan accusa il nord di sovratassare il passaggio attraverso i condotti e di mancanza di trasparenza sui dati di produzione che costituiscono la base della distribuzione del reddito.

Il settore petrolifero è stato colpito dai combattimenti recenti, che dovrebbero far reagire il vicino Sudan, le cui entrate significative derivano dalle tasse che impone al flusso di petrolio attraverso il suo territorio. Le compagnie petrolifere come la China National Petroleum Corp., prima compagnia petrolifera del paese, ha cominciato a evacuare il suo personale.

I caschi blu come rinforzo

Il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, lunedì ha raccomandato in una lettera al Consiglio di Sicurezza di inviare 5.500 soldati e 423 ufficiali supplementari in Sud Sudan per rafforzare la missione delle Nazioni Unite, la UNMISS, che ha già impegnato quasi 7.000 soldati. Gli Stati Uniti hanno proposto una risoluzione in questo senso, che sarà votato da 15 membri del consiglio martedì nel tardo pomeriggio. Il testo ha tute le carte in regola per essere approvato. 

Gli Stati Uniti coinvolti

Washington ha messo pressione al regime di Juba e alla ribellione, minacciando di sospendere il suo sostegno diplomatico ed economico in caso di colpo di stato militare di una delle due fazioni sull’altra. Lo scorso fine settimana, il segretario di Stato John Kerry ha chiamato il presidente Salva Kiir e gli ha comunicato che la violenza ha minato ciò che era stato previsto al momento dell’indipendenza, il 9 luglio 2011. L’amministrazione Obama ha mandato il suo ambasciatore, Donald Booth, per il Sudan e Sud Sudan a Juba e ha inviato 45 soldati per garantire la sicurezza degli americani rimasti sul posto dopo l’evacuazione di 300 cittadini. Se gli Stati Uniti sono stati coinvolti in questo modo è perché Washington è stato uno degli artefici dell’accordo di pace nel gennaio 2005 che ha offerto sei anni di autonomia al Sud, poi il referendum per l’indipendenza a gennaio 2011. Loro si difendono dicendo di non agire per interessi strategici o economici ed evidenziano l’emergenza umanitaria. 

 

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