[SPECIALE OLIMPIADI SOCHI] Amicizia, gioco leale e omofobia III

[Parte III – Traduzione da Snob]

Natal’ja, membro della squadra paralimpica russa, 35 anni, Mosca


Omofobia e sport paralimpico

Tra gli atleti paralimpici, ci sono certamente gay e lesbiche, ma nessuno di loro lo dichiara. Tutti sanno cosa questo può comportare: espulsione dalla squadra. Nelle persone in salute, l’orientamento sessuale può essere dettato da abitudini e comportamenti. Ma noi, che siamo in qualche modo ciechi, cosa vediamo? Ho delle ipotesi rispetto ad alcune persone all’interno della squadra, e molto spesso mi scrivono su internet: «Anche voi ne avete una così», ma nella vita, nessuno solleva questo tipo di tematica.

Per gli atleti paralimpici, in generale, è molto più diffcili rispetto agli altri altleti. Non hanno bisogno di inutili seccature. «Ne abbiamo uno in squadra? Allora va subito eliminato, così che non ne rimanga traccia alcuna». Molte cose nello sport paralimpico non si possono fare…E anche se avessi aperto la bocca una sola volta, è fatta! Addio! A loro non importano le persone invalide, ma le medaglie e i soldi.

Sono abbituata da una vita a nascondere il mio orientamento sessuale: di stupidi siamo pieni. Nella mia squadra, non lo sa quasi nessuno, solo qualche amica e il mio allenatore.

Su di sé

All’età di 10 anni avevo provato una gran varietà di sport. Ma per problemi di vista sono stata espulsa da ognuno di questi. Quando frequentavo la prima elementare sono andata ad una lezione di danza classica, ma non mi hanno preso perché ero troppo alta. Ho fatto ciclismo, poi a 10 anni ho provato atletica leggera, mi hanno presa per il lancio del peso. Ma smisi presto: l’allenatore aveva paura ad aumentare il peso della palla, così persi la voglia. Ho giocato anche a calcio, ma anche loro avevano capito che non ci vedevo molto bene. A 16 anni, frequentai il rugby. Anche lì, mi hanno detto: «Ragazza, curati gli occhi e poi torna».

Quello che sognavo era andare alle Olimpiadi. Un giorno, al lavoro, mi hanno consigliato: vai, mi hanno detto, partecipa a quello per i diversamente abili. Arrivai terza il primo anno; quello successivo, seconda. Poi conobbi il mio allenatore paralimpico. «Dai, prova – mi ha detto – vinci questo, questo e quest’altro e andrai alle Olimpiadi». Risultato: ho partecipato tre volte alle Paralimpiadi.

Ho capito di me alle superiori…Avevo 16 anni, e iniziava a piacermi un’insegnante, ma non l’ho mai dato a vedere in nessun modo. Sono stata sempre discreta. Una persona non poteva sicuramente  immaginarlo. Ogni tanto ci penso ancora, continua a piacermi da allora…

Sono venuta a conoscenza della comunità LGBT più avanti, grazie ad internet.  Tutto è inizaito con quei siti di incontri…E così, camminando per strada, da sola, senza conoscerti…Ti accorgi di aver passato l’itera vita in sordina.

Il Cumming-out

Se non fossi legata alla sfera paralimpica, non mi importerebbe nulla se la gente sapesse o no di me. Ma io vivo per questo sport. Mi prenderebbero in giro e si libererebbero di me. Non voglio dichiarare apertamente di essere lesbica. Non ne sento il bisogno. Se me lo chiedessero all’improvviso, vorrei non aver paure e rispondere onestamente: «Sì, lo sono». Ora, con questa legge (divieto di propaganda omosessuale), le perosne hanno inziato ad darci giù così pesante, che la cosa è diventatat ancor più nascosta. Soprattutto tra le persone con disabilità.

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