Andrea Camilleri: "Il popolo rassegnato è un popolo finito"

[Traduzione da El Pais]

La mattina del 19 febbraio 2003, lo scrittore italiano Andrea Camilleri (Sicilia, 1925) intese dai giornali che il suo amico Manuel Vázquez Montalbán morì di infarto all’aereporto di Bangkok. 
Quella notizia mi colpì, passai un giorno terribile. Dopo pranzo mi concessi un po’ di sonno e, alzandomi, mia moglie mi disse: “E’ arrivato un pacco per te”. Era l’ultimo libro di Manolo pubblicato in Italia.

Se non fosse per la vista, che gli impedisce da molto tempo la lettura su carta, Camilleri ha alle spalle 88 anni fortunatissimi. Continua a scrivere tutti i giorni, un mese fa ha terminato l’ultima sfida di Montalbano, fumando come un turco e infondendo il piacere della conversazione.

Lei a volte inizia a scrivere un romanzo da una frase sentita per strada, è vero?

Sì, però più che utilizzare una frase sentita per strada, uso alcune frasi lette in un libro. Ad esempio, La scomparsa di Patò, è nato da due frasi di un romanzo di Leonardo Sciascia in cui narra che nel 1873 in Italia ci fu una grande inchiesta parlamentare sulla Sicilia. Un giorno, il senatore che presidiava la commissione chiese al sindaco di un piccolissimo paese di Caltanissetta: Signor sindaco, nel suo paese si sono prodotti recentemente spargimenti di sangue? Il sindaco rispose: No, a parte un farmacista che per amore ha ucciso sette persone. Si immagini la pazzia, in quale ambiente viveva. Non considerava un fatto di sangue l’uccisione di sette persone!

Hanno vissuto sempre nei suoi romanzi, la Sicilia, la mafia…
La mafia ha sempre avuto un ruolo secondario, anche se sempre presente, perché non citarla sarebbe stato come negare l’esistenza dell’aria. Influisce su tutte le relazioni, condiziona il vivere, e lo Stato non sa ancora come contrastarla. All’inizio erano analfabeti, oggi invece sono in carriera, ma continuano ad essere mafia. E’ nella politica, nell’industria…
Non ha mai avuto problemi, scrivendo di mafia?
No. Nonostante sapessero già leggere. Quando iniziarono ad uccidere i giornalisti capii che era iniziata la loro alfabetizzazione. 
Perché scrive in siciliano?
Non è esattamente siciliano. E’ un siciliano molto modellato, come quello che si parlava nella nostra casa da piccoli borghesi. Il siciliano veniva usato per parlare in maniera intima, personale, l’italiano per tenere le distanze, addirittura per minacciare. Mia madre poteva parlarmi in dialetto, ma quando mi voleva avvertire di una cosa – te la ripeto una volta sola! – passava all’italiano.
Continua a scrivere tutti i giorni?
Sì, sono un impiegato della scrittura, ogni giorno, come se avessi delle scadenze. Comincio al mattino presto, alle 8 circa, ma devo aver già fatto altre cose: devo essere rasato e vestito come se dovessi andare in ufficio. Lavoro splendidamente fino alle dieci e mezza del mattino, quando inizia a squillare il telefono. Io sono il sostenitore dell’esercizio quotidiano, allo stesso modo del pianista, anche se non ha un concerto in vista, si mantiene facendo esercizio. E’ fondamentale per riuscire a mantenere attivi il cervello e la scrittura.
Si sente ancora comunista?
Sempre, sempre, sempre… Comunista per la giustizia sociale, che si allontana sempre più all’orizzonte.
Dov’è finita la sinistra italiana?
Mi ricordo di quel filosofo, Diogene, che cercava l’uomo con una lanterna. Ma non si riescirà a trovare la sinistra italiana andando in giro con una lanterna. Ora non c’è un’idea comune che la tenga unita. Un’idea di Paese, di Stato. L’Italia sta attraversando un periodo davvero brutto. La situazione della disoccupazione è terribile. Se 40 anni fa ci fosse stata una situazione tale la gente sarebbe scesa in strada. Oggi invece…
Le manca una reazione più forte?
Questo non è una bella cosa dal punto di vista della rassegnazione. Se un popolo si rassegna, è finito. Quelli che hanno perso la speranza di trovare lavoro e per questo non lo cercano più, stanno facendo un passo verso il suicidio. Prima, l’abitudine era un’altra [alza la voce, come fosse un disoccupato]: perdo la speranza di trovare un lavoro, allora ti sparo, perché la Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, quindi scendiamo in strada e chiediamolo…ma in piazza non ci andiamo. Questo significa che la malattia è molto grave.
Sembra molto disilluso dalla politica…
Credo nella politica, per questo scrivo molto spesso articoli sulla politica, ma credo nella buona politica, che non è ciò che si sta facendo ora. Mi interessa un politica dove non tutto è possibile, dove non si tradiscono i propri elettori il giorno dopo le elezioni. Questo mi fa inorridire. La politica che, con i suoi patti, continua a dare opportunità a Berlusconi, già condannato in definitiva quindi un delinquente, che continua a dominare la politica italiana. Questo paese dovrebbe vergognarsi che una persona così sia ancora in politica.

Spesso è difficile capire da fuori l’incapacità dell’Italia di lasciarsi indietro certi vizi della politica…
Gli italiani, anche se quello che sto per dire è molto grave, non si sono ancora abituati alla democrazia. So che sono parole forti. Se lei guarda la Francia, troverà la rivoluzione francese. Il 36, in Spagna, ha rappresentato uno scontro che in seguito divenne mondiale tra fascisti e antifascisti. E’ stata pagata col sangue ma ora c’è un’idea di democrazia vinta. Sì, certo, noi abbiamo avuto la resistenza, la liberazione, ma era una cosa contro i tedeschi, contro gli occupanti, non contro il proprio residuo fascista. Non c’è stata una vera liberazione. Vera. E’ un problema non ancora risolto.
Cosa pensa un comunista convinto di Papa Francesco?
Viene da una chiesa più vicina alla povertà, e si vede. Non a caso, su L’Osservatore Romano è apparsa una recensione di un libro sulla teologia della liberazione, una blasfemia alcuni anni fa. Quindi non è solo apparenza, ma anche sostanza. Se avrà successo, questo non lo so. Il Vaticano è peggio di un clan mafioso..ahah Spero comunque che abbia successo.
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