“Sii ciò che vuoi, basta che non ti veda”, il Kazakistan e la comunità LGBT [Parte II]

[Traduzione da Colta, Parte I] di Adil’ Nurmakov

Internet può aggravare la radicalizzazione o la “arcaizzazione” delle coscienze, come la definisce Ainur Shakenova. L’ignoranza e l’aggressione di certe persone affiorano sempre di più nella comunicazione virtuale. I commentatori inneggiano a bruciare i gay sul rogo, anche se in realtà non hanno questo in mente, ma aumentano l’odio. La gente comune, che non ha una posizione specifica sulle persone LGBT o li tratta in maniera neutra, dopo aver partecipato a tali discussioni ha maggior probabilità di essere contro la “propaganda gay” piuttosto che volerne sapere di più sul problema. “Con un deficit di fonti di informazioni fuori dalla rete, internet può aiutare gli adolescenti ad imparare di più sulla propria identità di genere, trovare amici e interlocutori – riconosce Amin Altayeva, una giovane ricercatrice che studia la comunità LGBT e i social media – ma per coloro che non appartengono a questa comunità, il discorso che ora va per la maggiore assume un carattere distruttivo”.

A fine estate 2014, avvenne un fatto che divise gli internauti kazaki in due schieramenti inconciliabili. Tale fatto affrontava due questioni molto delicate: le tradizioni nazionali e l’omosessualità. La sezione locale dell’agenzia pubblicitaria internazionale, Havas Worldwide creò, per un importante concorso di pubblicità dell’Asia Centrale Red Jolbors a Bishkek (Kirghizistan), un manifesto per un gay club di Almaty, Studio 69,  di cui vinse il primo premio. Nel manifesto era raffigurato un bacio tra il poeta russo Alexander Pushkin e il compositore kazako Kurmangazy,  è diventato un modo popolare per Almaty per esplorare la città. Il club si trova all’incrocio di strade intitolate in onore di questi due artisti. Inoltre, l’immagine richiamava esplicitamente il famoso graffito di Dmitri Vrubel sul muro di Berlino raffigurante il bacio tra Leonid Il’ič Brežnev ed Erich Honecker (dopo lo scandalo della pubblicità, Vrubel si schierò a sostegno dell’agenzia pubblicitaria).

Il manifesto non doveva essere utilizzato per gli scopi previsti: era solamente un lavoro destinato ad un concorso. Ma, una volta in rete, ha provocato uno tsunami di commenti accesi per “l’abuso fatto del grande antenato della nazione kazaka”. L’agenzia pubblicitaria è stata accusata di “propaganda omosessuale fatta in modo ripugnante” – e tutta la comunità LGBT in Kazakhstan è stato vittima accidentale di questa campagna.

I commentatori più “innocui” hanno dichiarato che le minoranze sessuali non avrebbero dovuto “esporsi” e avrebbero dovuto rimanere nascosti; i più radicali hanno incitato a bruciarli vivi. Ma entrambe le parti erano d’accordo su una cosa: l’agenzia e così anche tutti i gay non devono restare impuniti. Il movimento giovanile conservatore “Bolashak”  tenne una tavola rotonda,  nella quale chiesero di dichiarare i cittadini omosessuali fuori legge e “picchettarono” il club Studio 69, irrompendo nel locale e gridando slogan omofobi. Dopo una serie di cause legali l’agenzia pubblicitaria è stata costretta a chiudere, e i suoi dirigenti costretti a lasciare il paese. Il processo principale si è svolto con violazioni delle norme processuali, e fu solo l’inizio.  Le vittime sono state risarcite per “danni morali” con una multa di circa 180 mila dollari riconosciuti agli insegnanti e agli studenti di Conservatorio Kurmangazy. Una persona tra i querelanti in seguito ha ammesso che il sindaco stesso li ha incitati a presentare esposto in tribunale.

Nella storia internazionale della lotta per i diritti civili, ci sono innumerevoli esempi di azioni provocatorie rivelatesi dei catalizzatori che potevano dare una spinta alle coscienze collettive. Tuttavia, la reazione pubblica della comunità gay in Kazakhstan rispetto allo scandalo è stata inesistente, e nelle conversazioni private è stato riconosciuto il più delle volte che il manifesto ha attirato verso di loro “attenzioni indesiderate” con aggravante omofoba. Nell’imminente futuro, nessuno potrà organizzare un Gay Pride in Kazakistan, temendo per la sicurezza dei suoi partecipanti (anche se in Russia, per esempio, gli attivisti si sono mostrati in pochissime manifestazioni, anche questo anno).

Tuttavia, nella valutazione di questo caso è importante considerare che la comunità LGBT in Kazakhstan, oggi, semplicemente non esiste. Quasi tutte le ONG, impegnate in questo ambito, hanno cessato di esistere o sono finite nell’oblio. È difficile aspettarsi posizione solide e concrete da parte di uno stato in cui le istituzioni pubbliche sono praticamente inesistenti, e lo stesso non è in grado di svilupparle. Affinché la campagna provocatoria possa dare i suoi frutti, non necessariamente tutta la società deve essere preparata, ma è necessario che coloro ai quali è destinata, siano sufficientemente mobilitati e motivati ad agire. “Se in questo momento fossimo stati sostenuti da più persone, forse, le conseguenze sarebbero state diverse”, – dice “la riluttante attivista” Darija Hamitzhanova, ex direttore dell’agenzia che ha sviluppato il manifesto. “Forse, un giorno qualcosa potrà cambiare,” – aggiunge al telefono da Kiev, dove è fuggita, temendo ulteriori persecuzioni.

Le autorità hanno ritenuto il manifesto una minaccia verso la propria politica, dice Eugene Plakhina. Da quel momento, l’accordo di reciproca neutralità della comunità LGBT e lo Stato, simile al noto principio don’t ask, don’t tell, è stato sciolto: la storia del manifesto ha dato una scossa alla società civile e il regime non è disposto a riconciliare situazioni che non può controllare. “La risposta dello Stato è stata rafforzare l’autocensura: la libertà di espressione, che ha rappresentato il manifesto, è una minaccia per la realizzazione delle libertà politiche – concorda N.B. – che non vogliono concedere “. Gulnara Bazhkenova, nota pubblicista kazaka, vede questo come un tentativo di placare lo stato d’animo della maggioranza. “Oggi la questione della mancanza di libertà nel paese ha un enorme potenziale e la politica ci gioca”, ci spiega.

[Parte III]

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