L’isola della libertà (Parte III)

[Traduzione da Colta] Parte I, II

I mie affari

Quando ci lasciammo con Esekiel, avevo abbastanza soldi per comprarmi una casa da solo. Alloggiavo in un minuscolo appartamento in uno dei quartieri più poveri e criminali della città. Gli stranieri che giungevano a Sancti Spíritus venivano sempre avvisati di non andare per nessuna ragione al mondo in questo quartiere. Ma io lì vissi e comincia a parlare con la gente del posto. Erano persone semplici, gente comune e non potevano certo vantarsi di avere avuto una buona istruzione. Alla fine mi sentì a mio agio tra loro, mi abituai piano piano a quanto la musica fosse più alta delle altre parti e che sei circondato principalmente da neri. Fidati, ci puoi fare l’abitudine. Non è difficile. Il mio appartamento era molto piccolo. Era più semplicemente una stanza che un appartamento. Lo comprai a 800 dollari. Dal tetto passava l’acqua. Quando pioveva, l’acqua dentro era più di quella fuori. Dissi a tutto il vicinato che ero parrucchiere. Di venire a tagliarsi i capelli da me. La gente iniziò a venire da me. Prendevo meno degli altri: i tagli dalle altre parti venivano cinque pesos, io li mettevo a due quelli maschili, tre quelli femminili. Non so com’è in Russia ma a Cuba si dice che gli uomini tagliano i capelli meglio delle donne. Pian piano tagliavo i capelli sempre meglio. Non solo con la macchinetta ma anche con le forbici. E con Esekiel andammo un’altra volta all’Havana per comprare le materie prime per fare shampoo e gel in modo tale da venderli. I gel per capelli furono l’affare più vantaggioso. Per farlo servono degli ingredienti  davvero poco costosi e molta acqua. Con un po’ di chimica, dei piccoli pacchetti diventano secchi pieni di gel. E compravano il gel migliore di tutti. Vicino a noi c’era una palestra dove si allenavano studenti-sportivi. Compravano molto gel. I giovani voglio essere sempre alla moda, belli e sexy. Venivano da me molti clienti, e potevo alzare un po’ i prezzi. Ma non lo feci. Me ne sarei vergognato. Per questo lascia dal primo all’ultimo giorno della mia attività i taglia da uomo a due pesos e quelli da donna a tre. Molte persone non avevano nemmeno quei soldi così mi pagavano in margarina, riso, latte e carne. I cuochi portavano il pesce che rubavano dalle cucine dove lavoravano. Le donne delle pulizie si sdebitavano con prodotti per pulire, naturalmente, anche quelli rubati. Ho sempre avuto cose di tutto in casa. Quasi tutto lo davo a mia madre. E lei sempre mi chiedeva stupita: ma da dove viene? Io le rispondevo: vivo in un posto dove c’è tutto. Anche se vivo nel quartiere più povero. Lavoravo molto. Senza sosta. Iniziavo alle 9 del mattino, e finivo alle 11 di sera. Qualche volta senza pranzare. C’era sempre la fila da me. Tagliavo i capelli nel mio minuscolo appartamento e c’era la coda fino in strada. Non avevamo l’acqua calda, mentre quella fredda veniva chiusa di giorno. Pensavano che, essendo a lavoro, le persone non avessero bisogno di acqua. Così utilizzai un lavandino dove si pulivano piatti e panni: di notte lo riempivo di acqua da poter utilizzare di giorno dopo. I poliziotti non mi diedero mai fastidio perché la gente mi trattava bene. Non ero caro e quando le persone venivano da me e mi dicevano che non avevano soldi per pagarmi, io gli tagliavo i capelli gratis: “me li dai quando potrai”. Se una persona non aveva soldi per comprare il dentifricio al proprio figlio che andava a scuola, glielo davo io senza problemi. Potevo essere chiamato uomo ricco. Mangiavo bene, mi vestivo bene e alla fine mi trasferii in un appartamento più grande.

L’amore

Avevo dieci anni quando inizia a sospettare che in me ci fosse qualcosa che non andasse. Giocavo con gli amici a nascondino e c’era un bambino nel gruppo. Ci arrampicammo in un bugigattolo stretto e buio e nel tempo che siamo rimasti seduti ci siamo toccati a vicenda. Non so perché. Fu qualcosa di molto innocente. Ci siamo guardati, ci siamo baciati, ma non capivamo cosa si stesse facendo. Ci successe ancora un paio di volte, poi lui se ne andò. I suoi genitori si trasferirono all’Havana. Dopo la scuola dell’obbligo andai al militare, poi frequentai l’università. Per molto tempo non ebbi nessuno. Dopo aver terminato l’università, una volta, per carnevale – a noi piace molto organizzare il carnevale – conobbi un ragazzo. Era cosi virile, bello, un vero macho. Non avrei mai pensato fosse gay. E mi sembrava che nessuno sapesse della sua omosessualità. Inizia a uscire con lui e la sua compagnia. Lui era incredibilmente bello: mulatto, alto, con un corpo meraviglioso. Mi vide mio fratello e mi chiese: “E perché esci con questo frocio?”. Gli ho risposto: “Non è frocio, lui lavora con m, è un mio collega”. Mio fratello mi rise in faccia e disse: “ma che collega, lui è frocio, lo sanno tutti, e non devi averci niente a che fare”. In quel momento ero un po’ ubriaco e gli dissi che ero abbastanza grande per decidere con chi passare il tempo. Mi guadagnavo già da vivere. Dopo questo fatto, tutti in città seppero di me. Anche mia mamma.

Omofobia

Molti smisero di scherzare e parlare con me. Ma non mi importava. A Cuba non ci sono mai stati dei veri omofobi, nonostante ci fossero dei forti credenti. Sì, l’omosessualità era considerata sbagliata, una vergogna e i gay preferivano non ostentare il proprio orientamento. Delle aggressioni fatte apertamente non ce furono mai. La più grande omofoba della mia vita fu mia madre. Mi disse che dovevo curarmi. Fu un periodo molto triste. Piangevo quasi tutte le notti. Mio fratello, ogni sera poteva portare una ragazza diversa a casa e non potevamo certo esserne contenti. Mia mamma non dormiva la notte: mi faceva la guardia affinché, non sia mai, non portassi nessuno in casa quando tutti dormivano.  In qualche modo rischiai e portai a casa un ragazzo. Mia madre si alzò da letto e si è gettata sul malcapitato: “frocio, vattene via da casa mia!” Mia madre andò in una chiesa protestante, dove sostenevano di poter curare l’omosessualità: scacciavano l’anima malvagia dell’omosessualità dalla persona. Mia mamma insisteva tutte le volte che andassi a farmi curare presso di loro. In quel periodo mi lasciai con il bel mulatto. Era una persona molto complicata, una testa calda, geloso.  Ci siamo anche picchiati. Una volta, per poco non mi uccise. Era molto più forte di me, molto più alto e quando si arrabbiava perdeva letteralmente la testa. Mi picchio tanto da mandarmi in ospedale e da quel momento non tornai più con lui. Accettai di andare alla chiesa che mia madre mi consiglio. Ci andai un anno. Canti insieme agli altri. Mi diedero da leggere delle preghiere particolari che dovevano farmi tornare etero. Capii subito che era tutta una farsa. Naturalmente, non cambio nulla. Quando vivevo con Esekiel, mamma non mi rivolse la parole per due anni. Per me fu una cosa molto spiacevole, dal momento che non potevo certo averne una colpa. Mia mamma non volle capirlo e per me fu un vero dolore. Ma poco prima di morire, decise di fare pace con me. Negli ultimi anni il rapporto di Cuba con gli omosessuali cambiò radicalmente. Quando andai lì l’ultima volta, rimasi stupito da quanto da quanto tutto fosse così aperto e libero. I gay si baciavano apertamente e i poliziotti non solo non erano contrari ma stavano attenti affinché nessuno li minacciasse. Perché questi cambiamenti? Non saprei. Adesso il presidente è Raul Castro, e ci sono sempre state voci che fosse gay. La figlia di Raul, Mariela, è un’attivista del movimento LGBT a Cuba. Ha fatto molto per i gay, lei stessa ha aperto una spiaggia per gay. Per il giorno del compleanno sia di Fidel che di Raul ha guidato un gay pride nella via principale dell’Havana.

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