L’isola della libertà (Parte IV)

[Traduzione da Colta] Parte I,II, III

Forti legami

Quando vivevo a Cuba, lasciare l’isola era praticamente impossibile. Prima di poter volare via dall’isola era necessario avere un permesso dallo Stato, la cosiddetta carta bianca. Costava 300$. Per la maggior parte dei cubani è un vero patrimonio. Questi soldi li paghi solamente per avere il diritto a fare una richiesta formale e non avevi la certezza di ricevere la carta bianca. Dovevi fare uno speciale colloquio: un vero interrogatorio da Gestapo. Era chiaro volessero rivoltarti come un calzino. Inoltre per il passaporto erano altri 50$. E poi i biglietti. Andata e ritorno. Obbligatori. Più di mille dollari. Pensare che lo stipendio medio di un cubano è di 10$ al mese. Ora, per andare in Russia non è necessario l’invito. Servono solo i biglietti di andata e ritorno. Sono un sacco di soldi. Prima se andavi e non tornavi più, ti confiscavano tutto: il tuo appartamento, i tuoi beni, comprese bicicletta e stoviglie. Le persone avevano paura che se fossero andati all’estero e non fossero riusciti a combinare nulla, no avrebbero avuto un posto dove tornare. Per questo preferivano andare negli Stati Uniti sulle zattere. Costava molto meno ed era tecnicamente più semplice. Costruivano le zattere e si inoltravano nel Golfo del Messico. Riuscire ad arrivare o no era un’altra questione. Molti morirono. C’è una legge che si chiama “piedi di sabbia”: se la guardia di frontiere americano si accorgeva di cubani a largo della costa, li rimandavano indietro. Se i cubani raggiungevano terra potevano chiedere asilo politico. Per questo motivo le persone raggiungevano il Messico attraversando il golfo e da lì cercavano di passare illegalmente la frontiera con gli Stati Uniti.

In una piccola zattera…

Il mio amico Esekiel mi disse che all’Havana c’era un uomo che portava le persone in Messico attraverso il golfo. Allora andai da questo uomo all’Havana. Non pensavo a quanto potesse essere pericoloso, desideravo solo ad andarmene da Cuba. Il viaggio per il golfo del Messico non costò poco: 2500$. Vendetti la casa e tutti i miei averi: il televisore, la bicicletta, letteralmente tutto. All’Havana incontrai un’agente: una donna che cercava persone che volevano emigrare. Per ogni persona guadagnava una parcella. Come mi spiegò in seguito, per lei era  la prima esperienza. Ma anche l’ultima. Questa donna viveva in un minuscolo appartamento col marito e due figlie, un pappagallo e un sacco di scarafaggi. Una famiglia molto povera. Un appartamento davvero sporco. Ma volevo così tanto andarmene da Cuba, ero così ossessionato da questa idea, che non desideravo altro. La moglie, il marito e le due figlie dormivano insieme in un unico letto. Io dormii sul pavimento sopra ad un tappeto. Quando mi alzai di notte per andare in bagno, accesi la luce e il muro era completamente nero dagli scarafaggi. Ma ero davvero contento come se fossi nel preludio del paradiso: davanti a me mi aspettava la libertà. Nell’appartamento c’erano anche altre due ragazze che volevano fare la traversata. Erano lesbiche. Poi iniziò il sabato tanto atteso. Fu molti anni fa, ma di quel giorno mi ricordo che fosse sabato. Alle sei del mattino è venuta a prenderci una macchina. Non aveva praticamente nulla con me. C’era questa regola: portare via con se solamente ciò che si poteva mettere addosso o mettere in valigia: spazzolino, aspirina, soldi, lettera dalla sorella, documenti. Mi vestii pesanti perché in mare ci sarebbe stato freddo. Dei temporali. Ed ecco che alle sei meno un quarto, io e le due ragazze lesbiche eravamo svegli ad aspettare e sudare. La macchina arrivò, ma non la nostra. Nell’appartamento entrò un uomo a chiedere i nostri passaporti. Era la polizia. Non ti posso descrivere come mi sentivo. Fu un tale shock che non fui nemmeno nervoso. Dentro di me ci fu come un vuoto. Non provavo nulla, non pensavo a niente. Tutto svanì. Davanti a me, mi aspettava il carcere. Ed io, in piena tranquillità, senza nessuna obiezione, mostrai il mio passaporto. Tutto perché la signora ha parlato molto al telefono. Certo, ha usato parole in codice, come “abbiamo un compleanno”. Compleanno significa che una barca sta per salpare. “Abbiamo un compleanno e ho tre ospiti. Abbiamo bisogno della birra, quanto costa la birra?”, e così via… Sai, a Cuba non funziona nulla o funziona malissimo: il telefono, le macchine, il televisore, tutto funzionale male. Ma il Ministero degli affari interni lavora in maniera efficiente. La polizia aveva sentito le conversazioni telefoniche e subito hanno capito cosa significasse il compleanno, gli ospiti e il costo della birra. Ci presero e caricarono in macchina: io, le due ragazze lesbiche, la signora e suo marito. Ci portarono e ci fecero rimanere dietro le sbarre. Poi ci interrogarono. Mi dissero che mi aspettavano tre anni di carcere. Io risposi: “fantastico, lasciatimi in prigione, non pagherò l’affitto e vivrò all’Havana gratis.” Ma in qualche modo, il mattino presto mi resero tutte le mie cose, anche i soldi che trovarono nella valigia e dissero: “vai!” Rilasciarono tutti. La signora, suo marito e le due ragazze. Loro adesso, però, abitano negli Stati Uniti perché riuscirono in qualche modo a raggiungerli. La signora mi rese tutti i miei soldi. 2500$. Una donna davvero onesta. Poteva anche non darmeli. Soprattutto dal momento che dopo il fatto la sua famiglia si trovò in una situazione disastrosa. Da allora, solo suo marito poté lavorare: faceva la guardia in un negozio. Poi fu licenziato e la famiglia si trovò senza nessun mezzo di sussistenza. La padrona di casa mi pregò di rimanere a vivere con loro, pagarli l’affitto. Ma mi resi conto che non potevo sopportare lo sporco, la grande miseria, la mandria di scarafaggi, mi cadde il velo sugli occhi. Mi dispiacque molto. Vissi con loro quattro giorni, feci loro la spesa, li aiuto in qualche modo, ma non potei continuare di più. E me ne andai.

I sogni si avverano

La signora da cui vissi all’Havana mi scrisse su un quaderno il numero di telefono di una persona che poteva farmi partire per la Russia. Quando, però, le ho detto che non sarei stato più da lei, si arrabbiò molto, prese il quaderno e strappò la pagina col numero. Tornai a casa a Sancti Spíritus. Rimanevo sveglio tutte le notti tormentato dal pensiero di come avrei fatto ad andarmene. Passarono due settimane. Quando riaprii il quaderno notai che la signora, avendo scritto il numero in modo calcato, aveva lasciato le cifre anche nella pagina seguente. Chiamai subito e mi dissero: “nessun problema, 2500$ e arrivi in Russia”. Mi fecero un invito falso. Prestai molta attenzione: i cubani non hanno bisogno di visto per andare in Russia. Quindi l’invito non era per il consolato russo ma per lo stato cubano per farti rilasciare la carta bianca per permetterti di andare via. Inizio un inferno burocratico: bisognava consegnare una quantità incredibile di carte, certificati, fare code interminabili e farsi interrogare! Non lo sapevo e non ero pronto ad affrontarlo. L’interrogatorio fu fatto da un’impiegata. Mi urlo così forte, minaccio di mandarmi a processo, in carcere. Mi innervosii terribilmente. Fu una tortura, ma rimasi impassibile. Le dissi che mi aveva invitato un amico, Anton, che conobbi all’Havana e che volevo andare a trovarlo nel più breve periodo possibile. Dopo inizia a tremare come fossi febbricitante, le gambe mi cedevano. Mi resi conto che detti tutti i soldi che avevo rimanendo senza nulla. E davanti a me c’era l’ignoto: nessuna garanzia che mi avrebbero restituito i documenti. Tutto ciò mi sembrò così irreale, così utopico. Dormi quasi un giorno intero. Passarono due settimane, forse, le più lunghe della mia vita. Mi rassegnai all’idea di rimanere e marcire fino alla fine dei miei giorni in quella città dimenticata da Dio. Ma alla fine mi restituirono sia la carta bianca sia il passaporto. In quel modo, comprai il biglietto.

Cuba adiós!

Non stavo immigrando in Russia. Pianificai di arrivare a Mosca e da lì partire per il Messico. Quando presi il volo, indossai il mio miglior vestito. Me lo portò mia sorella dagli Stati Uniti: una maglietta nera con una grande leone dorato sul petto. A cuba amano le cose brillanti. Pensano che più brillano, meglio sono. Sopra indossai una camicia a quadretti e una giacca pesante. Si sa che in Russia c’è freddo. Ero sicuro di sembrare molto alla moda. Mi consigliarono di portare un po’ più di sapone e di dentifricio. I cubani pensano che se a Cuba c’è scarsità di prodotti, ovunque sarà lo stesso. Andai a Mosca con una valigia piena di dentifricio, sapone e detersivo in polvere. La valigia era molto pesante e all’aeroporto mi fecero pagare 100$ in più per il peso maggiore. 100$ dei 500 che pensavo potessero bastarmi per minimo sei mesi se non fossi riuscito a partire subito per il Messico. Per non dire che mi toccò spendere i soldi in dentifricio, sapone e detersivo in polvere.

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