L’isola della libertà (Parte V)

[Traduzione da Colta] Parte I,II, III, IV

Il tempio della libertà

La prima cosa che vidi fu l’aeroporto. Difficile descrivere il mio stato d’animo: tutte quelle bandiere ad indicare che quella era la porta sul mondo. Da li partivano aerei per altri paesi. Mi sembrava così enorme, così splendido. Vi entrai quasi fossi in un santuario. Volevo essere come gli altri, volevo sembrare una persona per bene. Intorno a me c’erano persone che probabilmente avevano già volato. Tutti si comportavano in maniera naturale, per loro un aeroporto era semplicemente un aeroporto, una stazione qualunque dove aspetti semplicemente un volo. Il mio volo era alle sei del mattino. Non riuscii a fare colazione ed ero affamatissimo perché non potei mangiare in aeroporto: per prima cosa, perché era carissimo e poi perché sarebbe stato indecoroso mangiare in un posto così sacro. Rimasi seduto sulla panchina come un monaco in un tempio senza osare muovermi, nella mia maglietta con il leone dorato e la camicia a quadretti.  Davanti a me sedevano due ragazze russe. Tirarono fuori un sacchetto con del pollo e cominciarono a mangiare il avvolto nella stagnola. Lasciarono gli ossi nella spazzatura. Questo mi indigno molto. L’aeroporto era il mio sogno, quel posto incarnava la realizzazione di tutti i mie desideri di evasione, di guadagnarmi la libertà! Per questo non potei perdonare le due donne che avevano mangiato quel volgare pollo nella stagnola e che avevano buttato via le ossa nel cestino. Avevo 34 anni, ero già un adulto ma in altri aspetti rimasi un perfetto ragazzino. Non ci potevo credere! Non ci potei credere fino all’ultimo che fosse successo realmente che stavo davvero per volare via da Cuba in un altro paese! Stavo seduto ad aspettare che si presentasse un poliziotto e che mi dicesse: andate via, c’è stato un errore, non andate da nessuna parte! Ma me ne andai. La hostess distribuì a tutti noi delle salviette. Non capii cosa fossero. La confezione era molto carina, marrone. C’era scritto in russo e in inglese che non capivo. Forse, dall’euforia e dalla fame mi si era annebbiato il cervello e pensai fosse cioccolata e mi venne in mente di poter masticare questa salvietta. A Sheremetyevo mi fermarono alla dogana per controllare cosa trasportassi nella mia valigia molto pesante. Furono molto sorpresi quando videro quella quantità di dentifricio. Mi venne a prendere un giovane cubano. Per prima cosa gli chiesi di andare a mangia e lui mi porse una mela.

L’oligarca dorme per terra

All’aeroporto il ragazzo mi fece sedere su un taxi e mi portò in dacia. Una dacia enorme nella campagna di Pavarovo in direzione Leningrado, senza passare da Solnečnogorsk. La vivevano molti cubani, forse 15 persone. Non c’era il bagno e per fare i propri bisogni bisognava andare nel giardino e scavare un buco per terra. Prima di partire per la Russia, passai una notte all’Havana da una signora. Mi disse che anche suo figlio Luis abitava a Mosca e che si era sistemato, aveva fatto i soldi ed era diventato un oligarca. Luis aveva una casa enorme e tanti soldi da non sapere dove metterli. “Lui ti aiuterà”, mi disse la signora. Quando arriva nella dacia di Povarovo, inizia a chiedere a tutti: “Dov’è Luis?”, “Luis è a fare il manovale in un cantiere”; “Come in un cantiere? Ma lui è un oligarca! Non può lavorare come manovale.”

In dacia, molti dormivano per terra. La sera arrivò Luis e anche lui dormiva per terra. Lo vidi e fu per me uno shock! E in quel momento inizia a rendermi conto che qualcosa non era come sembrava. Ma volevo così tanto che i miei sogni diventassero realtà mi rifiutai assolutamente di fare attenzione a questi segni pericolosi. E quei segni urlavano, gridavano, mi strizzavano l’occhio e mi facevano fischi da tutte le parti: è un inganno,  una truffa, non ci riuscirai mai! Ma ricordi quando stavo nell’appartamento all’Havana senza far caso agli scarafaggi? Ma con questo Luis successe una casino. Ma te lo racconterò dopo.

Oh bellissimo nuovo mondo!

Dirigeva tutto una signora cubana: Carmen. Aveva sulla cinquantina, portava sulla testa un enorme chignon come negli anni ’60 e aveva un fidanzato molto giovane. Indossava sempre vestiti eleganti e tutti lo chiamavano “il conducente d’autobus” perché a Cuba i vestiti eleganti li indossano o i presentatori TV o i conducenti dei bus. Carmen mi disse che il visto e il biglietto sarebbero costati novemila dollari. Non avevo tutti quei soldi. Mi ero messo d’accordo con mia sorella, che vive in America, di farmi arrivare novemila dollari tramite Western Union. Poi Carmen mi disse che non poteva rimanere a Mosca senza registrazione per più di tre giorni. Quindi dovevo andare a Minsk e aspettare là finché tutto non fosse stato pronto e poi tornare a Mosca.  Allora mi comprai il primo telefono cellulare della mia vita: un Nokia minuscolo con lo schermo in bianco e nero. 70 dollari. Passa 10 giorno nella dacia di Povarovo fino a quando non arrivarono i soldi di mia sorella. Li consegnai direttamente alla signora con lo chignon e il giorno dopo sarei dovuto partire per Minsk. Al mattino presto mi svegliarono e mi accompagnarono da Povarovo a Mosca. E Mosca non l’avevo ancora vista. Sono stato tutto il tempo in dacia.

Non scorderò mai quando arrivai alla stazione in Bielorussia. Rimasi colpito! Una città enorme, palazzi grandissimi, chiese, molte macchine, belle macchine moderne! E quanta gente! Tutti indaffarati come formiche! Andammo a Minsk e aveva una stazione bellissima: di vetro! Trasparente! E pensai: ecco, sono in paradiso! A Minsk per la prima volta presi la metro ed era la prima volta che vedevo delle scale mobili. Tutti sembrava incredibile! Vidi per la prima volta anche il tram. Non puoi capire! Non riesco a spiegare cosa prova una persona che tutta la vita è vissuta nella campagna cubana e non ha mai visto nulla in televisione.

A Minsk

Era aprile. Ci mandarono in un vecchio appartamento nel quartiere Traktornyj Zavod. Rispetto alla dacia dove vivevo a Mosca, a Minsk vivevamo come dei re. C’era il bagno e dei letti normali. Un appartamento molto grande. Ci stavamo in cinque. Ma col passare dei giorni non ebbi più nessuna notizia dai tizi a cui lasciai novemila dollari. Passarono due o tre mesi, non ricordo. Ti rendi conto? In un altro paese, senza sapere la lingua, senza soldi  e senza avere notizie. I nostri soldi si sciolsero come neve sotto il sole della Primavera. Mi rimasero 100 dollari. Era la mia riserva intoccabile. Lo conservavo come un gioiello inestimabile. Ecco che mi tornarono utili i saponi e i dentifrici che mi ero portato da Cuba. Lentamente all’appartamento in Traktornyj Zavod arrivarono sempre di più nuovi cubani e iniziò davvero ad andare in rovina. C’era troppa gente, musica fino a tarda notte, conversazioni ad alta voce, un baccano infernale. Non poteva che finire male. Infatti una volta uscii per andare a far la spesa. Presi qualcosa da mangiare e tornando indietro mi chiamarono al cellulare. Mi dissero: non tornare a casa, la polizia ci ha arrestati. Li rilasciarono tutti. Gli dissero: avete ventiquattrore per andarvene via dalla Bielorussia. Oh se mi ricordo come comprammo i biglietti. Ero l’unico che in quel breve tempo aveva imparato qualche parola di russo. Alla bigliettai dissi al posto di “nedorogo” (poco costoso), “ne doroga” (nessuna strada) e non mi capii.

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