L’isola della libertà (Parte VI)

[Traduzione da Colta] Parte I,II, III, IV, V

Senza speranze

A Mosca, Carmen ci è venuta a prendere alla stazione. Oh, se è stata furba quella signora con lo chignon. Hai capito che roba? Per tutto il tempo che ho passato in Russia nessuna mi ha mai abbracciato. È stato davvero pesante: capisci cosa intendo? Sei in un altro paese, senza riuscire a parlare la loro lingua, senza prospettive. E così, si crea quella sensazione incredibile di solitudine. È difficile da descrivere. Quando vicino a te c’è qualcuno di affine, che può abbracciarti, che può condividere con te amichevolmente un po’ di calore, allora tutto è più leggero. Io non avevo nessuno. Ed è stata davvero dura. Non è una cosa che pensi. Assolutamente. Rimane nascosta nel tuo subconscio. E così, quando arrivai a Mosca, mi vidi con Carmen. Lei mi abbracciò è fu così sincero. Mi disse: “andrà tutto bene, cucciolo. Tutto andrà bene. Non essere triste. Ora sistemiamo le cose”. Per poco non scoppia a piangere. Da allora, ricomincia a crederle. Carmen mi disse: “Domani vado all’ambasciata a compilare i documenti necessari per mandarti in Messico. Tutto si sistema”. E così, sparì per sempre. Quella signora ha ingannato e derubato centinai di cubani ingenui. Guarda, ho incontrato miei connazionali che stavano aspettando da un anno o più per essere mandati da qualche parte. Giovani e vecchi. Sembravano zombie. Non so come descriverli o spiegarmi meglio, ma era così. La persona arriva ad un punto che non riesce più a muoversi, né avanti né indietro, aspettando qualcosa di indefinito. Come nel film degli orrori. Davvero. Per colpa di Carmen ho litigato con mia sorella. Lei pensava che Carmen fosse una persona sincera e che tutta la colpa fosse mia. Carmen le disse che avevo conosciuto un ragazzo di cui mi ero innamorato, che avevo speso tutti i soldi e che mi ero rifiutato di volarmene via. Mia sorella era arrabbiatissima con me. Non capiva in quale situazione mie ero ritrovato. Mi disse: “vai all’ambasciato e chiedi aiuto”. Ma io non poteva andarci perché non sapevo dove si trovava. E non potevo neanche chiederlo. Carmen se ne andò in Repubblica Ceca. E dal quel momento tutto divenne ancora più chiaro. Smisi di mentirmi, ammisi a me stesso che tutto questo ci aveva rotto i c******i.

Sopravvivenza

La dacia era di Chicho. Durante il periodo in URSS fu fondamentale: traduttore alla camera di commercio di Cuba a Mosca. Si era sposato con una ragazza russa, ebbe una figlia, poi cominciò a bere. La moglie lo lasciò e alla fine l’unica cosa che gli rimase fu quella dacia dove vivevamo. Mi ricordo che per non congelare durante l’inverno, ci comprammo una stufa elettrica. L’elettricità non la pagavamo perché la rubavamo. Inizia a cercare lavoro e lo trovai. Dalle sette del mattino alle dieci di sera. 500 rubli al giorno. Un sacco di soldi. Bisognava scavare dei canali e farci passare i tubi per le fogne. Era dicembre. Nevischiava. Feci questo lavoro con una ragazzo tagico. Fu un lavoro pesantissimo. Ma mi pagavano 500 rubli ogni giorno. Lavorai per una settimana, poi il servizio finì. In seguito, non ebbi lavoro per molto tempo. Proponevano di lavorare per un po’ di cibo, per una bottiglia di vodka, ma per soldi lavoro non ce n’era.

Disperazione

Ho sempre amato la vita. Mi è sempre piaciuto vivere. Ogni giorno è sempre stato affrontato con entusiasmo. Avevo una voglia di vedere, provare, sapere, sentire il più possibile. Sono attaccato alla vita. E ho sempre voluto vivere a lungo. Il più possibile. Per sempre. Ma quando fui a Mosca, pensai davvero di uccidermi, da quanto tutto fosse disperato. Ero da solo, senza amici e soldi. Non potevo neanche permettermi una dacia fetida a 500 rubli al mese. E a Cuba non potevo tornare, perché rappresentavo un traditore.

“La vecchia Avana”

Qualcuno mi disse che una ragazza cubana che aveva un gruppo di ballerini al ristorante “La vecchia Avana”, cercava un cantante. La paga era mille euro a spettacolo. Un sacco di soldi. Andai da lei e le dissi: “ho bisogno di soldi, altrimenti muoio”. Lei mi chiese:

  • Sai ballare?
  • Certo, che so ballare!
  • Sai cantare?
  • Certo che so cantare.

Per tutto quello che mi chiese dopo io risposi: “Certo, posso fare tutto!”

Quindi mi rispose: “Allora, vieni alla audizioni”.

Volevo troppo ottenere questo lavoro. Facevo le prove a casa, cantavo dal mattino alla sera. Arrivai alle audizioni. Mi diedi molto da fare, ma fu un  vero disastro. Non avevo nemmeno un bel paio di scarpe. Mi prestarono degli stivali ma erano troppo grandi: tre numeri in più. E così arrivai da lei con questi stivali e cantai “Comandante Che Guevara”. Questa ragazza, che Dio la benedica, non mi disse: “cosa sei? un mostro? Mi stai facendo perdere tempo: canti in maniera pessima. Perché sei venuto? Non riesce a fare un tubo!” No, non esclamò così, ma avvicinandosi mi disse: “Là, in quel ristorante, cercano”.

I camerieri sono persone molto apprezzate

Nel ristorante cercavano barman e camerieri. Per me era un sogno. In Russia, il lavoro da camerieri non è considerato di prestigio; invece, a Cuba, sono persone molto apprezzate. Per formarsi servono almeno tre anni di studio. Mi immaginavo già: chiamare a Cuba e dire “sono un camerieri”. Tutti si sarebbero messi a ridere. Mi presero come barman. Il primo periodo fu una m***a. Sbagliavo sempre tutto. A Cuba bevono tutti il caffè, il tè non sanno neanche cosa sia. Ed io naturalmente, sapevo che c’era il tè verde e il tè nero. Ma non sapevo che il tè nero poteva essere  “Earl Grey” e quello verde, con gelsomino. Oltre al è c’erano anche i cocktail che non avevo mai fatto in vita mia. Oh, se fu terribile! Il ristorante lavorava 24h su 24h. Non chiudeva mai. C’era una disorganizzazione terribile, per questo motivo molti non resistevano. Lavoravo ininterrottamente e pensavo: se resisto, non mi licenzieranno mai perché non troveranno nessuno che possa sostituirmi. Il ristorante era grande. Due piani. Il barman, uno solo. Lui faceva caffè, tè, dava vino, birra, vodka, whisky e tutti i cocktail. Senza sosta. Cioè, normalmente questo lavoro lo svolgono in due o tre persone. Io facevo tutto da solo distribuite nelle 24h. Persino quando feci le buche per le canalizzazioni non fu così dura. A volte piangevo dalla stanchezza. Ma al mese guadagnavo mille dollari. Un sacco di soldi. Ricordo che quando presi lo stipendio, andai al supermercato e feci la spesa, la porta alla dacia: “Guardate cosa ho portato!” Come Babbo Natale. E per la prima volta riuscii a mandare 200 dollari a Cuba. Questa, per me, era la felicità.

Ho sognato Cuba

Mi comprai una giacca invernale, un piumino. Un orribile piumino con cappuccio per mille rubli. Ma al tempo mi sembrava molto alla moda. Una giacca costosa e alla moda per mille rubli. Così come le scarpe con la punta stretta. Te lo immagini: mi sentivo un figo. Poi col tempo, grazie a Dio, mi resi conto che quelle scarpe le portavano solo i kazachi, così non le indossai più. All’inizio, sognavo Cuba tutti i giorni. Per gli emigrati è difficile sopravvivere due, tre, quattro mesi, perché il primo mese, appena arrivato, è tutto nuovo. Vai in giro a bocca aperta e ti guardi intorno. Sei pieno di emozioni, adrenalina. Sei felice di essere fuori dalla dipendenza delle circostanze. Poi inizi a far caso alle problematiche: non sai dove andare a stare, non c’è niente da mangiare, fuori è inverno. La neve. Pozzanghere ghiacciate. E tu non hai vestiti caldi e non hai un lavoro. E tu, volente o nolente, ricordi Cuba e comincia a pensare che quei problemi non li avevi e se anche ci fossero stati, vicino a te avevi la tua famiglia, gli amici. Non eri da solo. E così, si comincia a sognare Cuba ogni notte.

Sesso

Sesso non c’era. Da quando ero arrivato non si era presentata l’occasione. Non capivo nemmeno come poter conoscere ragazzi a Mosca. A Cuba ci si riconosce per strada. Tu cammini e se per strada incontri un ragazzo che ti piace, lo guardi semplicemente. Lo guardi dritto negli occhi. Lui si avvicina, ma se gli piaci, si volta indietro. E basta. Ma a Mosca non è così. A mosca guardavo i ragazzi ma nessuno si voltava a guardarmi e pensavo: “dio mio, in questa città non ci sono omossessuali, solo eterosessuali!” Passò qualche mese e al ristorante “La vecchia Avana” conobbi un ragazzo che mi disse che i gay di Mosca vanno al “Propaganda”. Andai in questa discoteca e capii di non essere l’unico gay di Mosca. Ogni domenica andavo a ballare al “Propaganda”. Ballavo tutta la notte. Era il mio unico momento di svago. L’unico che potevo permettermi: entrata libera. Mi permettevo un bicchiere di birra.

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