Balkan express: viaggio fino ad Antivari

[Traduzione da The Guardian] di Ben Lerwill

Il sole tramonta sul Montenegro e il treno da Belgrado si snoda tra le montagne. Sui pendii colorati d’arancione dagli ultimi raggi del giorno, i villaggi scorrono come istantanee idilliache di legna arsa e fieno raccolto. A bordo, in quello che ottimisticamente potremmo definire carrozza ristorante, ci sono sigarette accese, il vociare aumenta e le birre sono riversate sul linoleum. Il controllore guarda distrattamente il gruppo di bevitori e le incantevoli colline, se ne accende una e si rigira verso il bancone appoggiando i gomiti. Benvenuti in uno dei segreti ferroviari meglio custoditi d’Europa. Sono sul treno Belgrado-Antivari, un viaggio di 477 chilometri dalla capitale serba alla costa adriatica del Montenegro. La linea fu inaugurata in pompa magna nel 1976 dal dittatore jugoslavo Tito, il cui treno blu una volta sferragliava regolarmente lungo il percorso. Attualmente la corsa dura 10 ore, e le sue carrozze coperte di graffiti e in vecchio stile, con scompartimenti a cuccetta da sei persone ne fanno una storia senza fronzoli. Il panorama, d’altra parte, è una sinfonia di ricchezze. Il viaggio costa l’equivalente di 22€.

“Sì. È il treno per il Montenegro”, mi ha confermato un addetto con le basette, indicando la locomotiva sul binario tre a Belgrado. La Serbia utilizza i caratteri cirillici e latini in modo intercambiabile. Ciò significa che le informazioni più essenziali – gli orari di partenza, ad esempio – sono spesso in cirillico, aggiungendo di mistero esotico ciò che toglie in termini di comodità. Io, però, so che il treno parte tutti i giorni alle 09:10, quindi mi concedo il tempo per uova fritte, caffè e focaccia calda al bar del piazzale. Più di 15 anni dopo il rovesciamento di Slobodan Milošević, Belgrado si è da tempo abituata ai turisti. È una mattina d’autunno di sole e la piccola stazione centrale è piena di vita. Quattro carrozze sono già pronte sul binario a passare 254 gallerie e 435 ponti per arrivare al capolinea sull’Adriatico. Salgo a bordo.

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Dieci ore sono tante ore da passare su un treno, quindi ho deciso di suddividere il mio itinerario in tre parti. Sto andando prima a Užice nel sud-ovest della Serbia, quasi quattro ore di viaggio. Abbiamo lasciato la capitale in orario, siamo passati sopra le rotaie soffocate dalle erbacce, e in 45 minuti ci si è aperta la campagna davanti agli occhi: enormi campi di grano, capre al pascolo e tozze chiese ortodosse. Poco dopo, l’orizzonte verso est si popola di colline blu. Ci fermiamo nelle stazioni locali. Fino a metà mattinata, condivido il mio scompartimento con tre anziane signore che trasportano fiori, le quali trovano la barriera linguistica tra noi molto divertente. Il mio serbo si riduce a “Ciao” e “Grazie”. Il loro inglese personale arriva fino a “Let’s go!”. Decido che sono tutte sorelle, e il viaggio diventa più divertente del previsto, in particolare quando insistono nel farmi odorare le loro rose. Arriviamo a Užice. La città è stata la prima in Jugoslavia ad essere liberata dai nazisti durante seconda guerra mondiale, ma mi sono fermato qui perché si riesce a raggiungere brevemente in autobus Zlatibor, una località turistica delle Alpi Dinariche. Ho scalato il monte Čuker, alto 1,359m, rifornito di cioccolato presa al supermercato. Quando arrivai in cima ero completamente solo, e la vista si estendeva in tutte le direzioni, piene di laghi, creste e valli assolate.

Tornato sul treno, continuiamo il viaggio verso sud. La prossima tappa è la capitale montenegrina di Podgorica, sette ore di tragitto che si snodano nella parte topografica più difficile della linea. I tunnel diventano sempre più frequenti. Mostrano l’impresa che la linea rappresenta: questa strettissima rotaia serpeggia attraverso i Balcani, spesso è sospesa in modo elettrizzante sopra i letti dei fiumi cristallini, altre volte attraversa in profondità le montagne. Passiamo tra le foreste di betulle. Abbiamo virato verso la Bosnia per qualche chilometro di abbondanti colline, poi di nuovo in Serbia. Nello scompartimento, i giovani incollati al telefono e le famiglie carichi bagagli vanno e vengono. Una piccola città con due minareti scivola via dal finestrino. Al confine, il funzionario montenegrino appoggia il mio passaporto sulla porta dello scompartimento per timbrarlo.

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Nelle due ore successive, si scende lentamente verso la città. Ad ogni stazione, un sorvegliante con cappello rosso presiede il binario e un addetto cammina lungo il treno con un martello, battendo delicatamente sul telaio. Nella nebbia di fumo della carrozza ristorante, il pomeriggio assetato si trasforma in una serata rumorosa con distillati di frutta frantumati. Le nuvole sopra le cime si colorano di rosa nelle luci al tramonto. Podgorica arriva nel buio. Esploro la città la mattina successiva e trovare un centro che si struttura in una scacchiera in cui è facile orientarsi con semplici edifici e alti sicomori, con una fontana che commemora l’indipendenza nel 2006. È un posto per cui ci si può innamorare facilmente. Podgorica, che dal 1946 fino al 1992 era conosciuto come Titograd, si trova a poco più di un’ora dalla città di mare Antivari. Rappresenta la fine appropriata del viaggio, il treno si muove lungo il lago di Scutari prima di dirigersi verso le cinture di oliveti delle colline a ridosso del mare. Durante gli ultimi chilometri traccia le coste dell’Adriatico. Nel centro storico di Antivari trovo un ristorante che serve polpo alla griglia e vino bianco locale. L’Oriente Express, mangia il tuo cuore. Ripenso al controllore annoiato nella carrozza ristorante e sollevo il bicchiere. Il poveretto ne aveva chiaramente avuto abbastanza di tutte queste belle cose.

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