A morte l’amore romantico [Parte I]

[Traduzione da Jot Down] di Bárbara Ayuso

Non vi conosco, ma so qualcosa di voi: non credete che esista il “vero amore”. A questo punto della partita, sarete già naufragati su un paio di rapporti tossici, forse vi leccate ancora le ferite di una rottura e avrete certamente accumulato tra le vostre esperienze alcuni episodi umilianti. Anche se assaporate il miele della placidità romantica, le delusioni, le disillusioni e i flirt sporadici sono lì a ricordarvi con tragicità che l’unica cosa che realmente restano per sempre sono le cicatrici. E gli amori impossibili, ma in quel casino ci si metta qualcun altro. In ogni caso, ora, a questo punto particolare nella vostra esistenza avete già realizzato che l’amore dura quel che dura, e non è per sempre. Torri ben più alte sono crollate, no?

Ovviamente non rischio nulla nel dire di sapere un’altra cosa: nel profondo, sotto tutto quel bruciore nichilista con il quale abbiamo ricoperto tutta la nostra io interiore, credete realmente nel vero amore. Potete concordare con me che nessuno ci ascolta. Non avrete mai il coraggio di confessarlo in pubblico,  a meno che non siate autolesionisti – ne  tantomeno affrontare l’argomento per sostenerlo, ma è lì. Come un’utopia innocua, piccola, irrazionale e clandestina che si rifiuta di abbassare le armi. Potete supporre che non sarà mai l’esploratore, scrittore, tiranno o concertista che sognaste, ma c’è qualcosa dentro di noi che si aggrappa alla possibilità di quell’isola. Di questo amore pulito, definitivo, meraviglioso e tutto rosa che, perché no, può ancora esistere. Quello che si adatterà perfettamente in tutti gli angoli, cauterizzerà le ferite e, in ultima analisi, sarà certezza in tutto ciò che ha fallito fino a quel momento. Quella persona che vi farà sentire pieni e si troverà nelle coordinate dell’”amore romantico”, in cui affermate di non credere. Il mondo è pieno di pecore che si rifiutano di essere pecore e ancora pascolano.

Ma non preoccupatevi. Non è grave: si chiama uovo.

La voce fuori campo di Woody Allen in Io e Annie, subito dopo l’addio, racconta: E io pensai a… quella vecchia barzelletta, sapete… Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, e il dottore gli dice: “perché non lo interna?”, e quello risponde: “e poi a me le uova chi me le fa?”. Be’, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, ehm… e pazzi. E assurdi, e… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.

Le uova hanno un guscio sottile, che si sgretola alla minima frizione. O finzione.

L’epidemia dell’amore romantico

Come persone dotte, istruite e coinvolte nei più alti piaceri intellettuali, ricorderete centinaia di articoli che apertamente o trasversalmente, sostengono che l’amore romantico rappresenta già il prodotto di un’altra epoca. Un costrutto creato dal patrimonio dell’amore borghese, cortese e vittoriano che ha prevalso per secoli nella nostra cultura, ma è caduta lentamente in disuso per vari motivi, lasciando il posto a rapporti di altro genere. Ciò che ci rimane è solamente l’incertezza di quando tutto era più ingenuo e più color seppia, perché oggi il mondo è popolato da esseri orribilmente indipendenti, complessati e insoddisfatti che saltano da una relazione all’altra, manifestando l’effimero con egoismo e sete di novità. C’è del vero in tutto questo, ma c’è anche un grave problema: no, l’amore romantico non è un mito o un prodotto del passato. È così reale, così presente e inquietante che è ancora con noi come una malattia mentale insidiosa e destabilizzante.

Per averne conferma, non c’è niente di più semplice che dare un’occhiata in giro. Soprattutto se ci leggete da Parigi a un passo dal Pont des Arts, dove la stupidità passiva e il sentimentalismo più ironico si sono uniti alla luce del più grande monumento della semplicioneria collettiva mai costruito: decine di migliaia di lucchetti attaccati sulle ringhiere del ponte per celebrare il cosiddetto amore. Al contrario, è una simbologia perversa. Piccioncini di tutto il mondo sono venuti qui per suggellare la loro storia d’amore depositando il solito oggetto come un giuramento di pienezza e (questo è agghiacciante) immortalità del loro amore, gettando la chiave nella Senna e perpetrando un attacco estetico che ha avuto un effetto moltiplicatore anche in altre città e latitudini. Paradossalmente, il peso stava quasi per far crollare il ponte, così il consiglio comunale ha rimosso e distrutto tutti i lucchetti, mettendo una recinzione per scoraggiare i più temerari. Non è servito a niente. Pochi mesi dopo, il desiderio sdolcinato si è spostato al vicino Pont Neuf, per ricoprirlo di piccoli lucchetti con iniziali e cuori. La maggior parte delle testate di tutto mondo lo hanno definito un “trionfo degli innamorati perseveranti” o fautori di mal di stomaco e “puah” con tante “a” di disgusto.

Questo non è solo un attacco estetico in nome della pacchianeria, né l’eccesso infantile tipico dell’età prepuberale con gli ormoni della verbena, perché nel panorama dei fautori ci sono, allo stesso modo, quelli con i capelli grigi e quelli con l’acne. È solo un caso esempio dell’epidemia di pruderie che ci circonda, visibile senza andare troppo in profondità: Federico Moccia, Nicholas Sparks ei loro scagnozzi, cantautori che mettono in rima «cama vacía» e «almohada fría», spettacoli televisivi alla ricerca del partner ideale in formato contadino, semiconvittore o un signore della Murcia, i drammi sociali per rotture che “nessuno si aspettava”, i romantici che sdolcinati disegnano sulle strisce pedonali di notte, genuflessioni ad ogni rifornimento a Pretty Woman, gli inserti che illuminano la via per determinare se siate “fatti l’uno per l’altra” … o un altro esempio qualsiasi altrettanto ben redditizio.

Ovviamente, tutto questo è cominciato molto tempo fa, quando Platone nel Simposio, ci ha inoculato l’idea velenosa che senza l’altro siamo incompleti e quindi infelici. E non è un altro qualsiasi: è proprio uno in particolare, che la questione non sia troppo semplice. Giove, arrabbiato con la razza umana per aver scalato il cielo per combattere contro gli dei, decise di punire il modo più crudelmente possibile: ci ha separati in due metà. Così è nato il mito della dolce metà, quella ricerca instancabile e tortuosa per trovare il pezzo mancante, il Santo Graal della nostra esistenza. Una volta trovata, nulla li avrebbe separati. Nu-lla. Né la routine, le corna, l’apatia, la distanza, l’usura, la mancanza di rispetto o gli sproloqui, l’alcool o i mandarini da coltivazioni più ecologiche.

[Parte II]

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