Categoria: crisi economica

Andrea Camilleri: "Il popolo rassegnato è un popolo finito"

[Traduzione da El Pais]

La mattina del 19 febbraio 2003, lo scrittore italiano Andrea Camilleri (Sicilia, 1925) intese dai giornali che il suo amico Manuel Vázquez Montalbán morì di infarto all’aereporto di Bangkok. 
Quella notizia mi colpì, passai un giorno terribile. Dopo pranzo mi concessi un po’ di sonno e, alzandomi, mia moglie mi disse: “E’ arrivato un pacco per te”. Era l’ultimo libro di Manolo pubblicato in Italia.

Se non fosse per la vista, che gli impedisce da molto tempo la lettura su carta, Camilleri ha alle spalle 88 anni fortunatissimi. Continua a scrivere tutti i giorni, un mese fa ha terminato l’ultima sfida di Montalbano, fumando come un turco e infondendo il piacere della conversazione.

Lei a volte inizia a scrivere un romanzo da una frase sentita per strada, è vero?

Sì, però più che utilizzare una frase sentita per strada, uso alcune frasi lette in un libro. Ad esempio, La scomparsa di Patò, è nato da due frasi di un romanzo di Leonardo Sciascia in cui narra che nel 1873 in Italia ci fu una grande inchiesta parlamentare sulla Sicilia. Un giorno, il senatore che presidiava la commissione chiese al sindaco di un piccolissimo paese di Caltanissetta: Signor sindaco, nel suo paese si sono prodotti recentemente spargimenti di sangue? Il sindaco rispose: No, a parte un farmacista che per amore ha ucciso sette persone. Si immagini la pazzia, in quale ambiente viveva. Non considerava un fatto di sangue l’uccisione di sette persone!

Hanno vissuto sempre nei suoi romanzi, la Sicilia, la mafia…
La mafia ha sempre avuto un ruolo secondario, anche se sempre presente, perché non citarla sarebbe stato come negare l’esistenza dell’aria. Influisce su tutte le relazioni, condiziona il vivere, e lo Stato non sa ancora come contrastarla. All’inizio erano analfabeti, oggi invece sono in carriera, ma continuano ad essere mafia. E’ nella politica, nell’industria…
Non ha mai avuto problemi, scrivendo di mafia?
No. Nonostante sapessero già leggere. Quando iniziarono ad uccidere i giornalisti capii che era iniziata la loro alfabetizzazione. 
Perché scrive in siciliano?
Non è esattamente siciliano. E’ un siciliano molto modellato, come quello che si parlava nella nostra casa da piccoli borghesi. Il siciliano veniva usato per parlare in maniera intima, personale, l’italiano per tenere le distanze, addirittura per minacciare. Mia madre poteva parlarmi in dialetto, ma quando mi voleva avvertire di una cosa – te la ripeto una volta sola! – passava all’italiano.
Continua a scrivere tutti i giorni?
Sì, sono un impiegato della scrittura, ogni giorno, come se avessi delle scadenze. Comincio al mattino presto, alle 8 circa, ma devo aver già fatto altre cose: devo essere rasato e vestito come se dovessi andare in ufficio. Lavoro splendidamente fino alle dieci e mezza del mattino, quando inizia a squillare il telefono. Io sono il sostenitore dell’esercizio quotidiano, allo stesso modo del pianista, anche se non ha un concerto in vista, si mantiene facendo esercizio. E’ fondamentale per riuscire a mantenere attivi il cervello e la scrittura.
Si sente ancora comunista?
Sempre, sempre, sempre… Comunista per la giustizia sociale, che si allontana sempre più all’orizzonte.
Dov’è finita la sinistra italiana?
Mi ricordo di quel filosofo, Diogene, che cercava l’uomo con una lanterna. Ma non si riescirà a trovare la sinistra italiana andando in giro con una lanterna. Ora non c’è un’idea comune che la tenga unita. Un’idea di Paese, di Stato. L’Italia sta attraversando un periodo davvero brutto. La situazione della disoccupazione è terribile. Se 40 anni fa ci fosse stata una situazione tale la gente sarebbe scesa in strada. Oggi invece…
Le manca una reazione più forte?
Questo non è una bella cosa dal punto di vista della rassegnazione. Se un popolo si rassegna, è finito. Quelli che hanno perso la speranza di trovare lavoro e per questo non lo cercano più, stanno facendo un passo verso il suicidio. Prima, l’abitudine era un’altra [alza la voce, come fosse un disoccupato]: perdo la speranza di trovare un lavoro, allora ti sparo, perché la Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, quindi scendiamo in strada e chiediamolo…ma in piazza non ci andiamo. Questo significa che la malattia è molto grave.
Sembra molto disilluso dalla politica…
Credo nella politica, per questo scrivo molto spesso articoli sulla politica, ma credo nella buona politica, che non è ciò che si sta facendo ora. Mi interessa un politica dove non tutto è possibile, dove non si tradiscono i propri elettori il giorno dopo le elezioni. Questo mi fa inorridire. La politica che, con i suoi patti, continua a dare opportunità a Berlusconi, già condannato in definitiva quindi un delinquente, che continua a dominare la politica italiana. Questo paese dovrebbe vergognarsi che una persona così sia ancora in politica.

Spesso è difficile capire da fuori l’incapacità dell’Italia di lasciarsi indietro certi vizi della politica…
Gli italiani, anche se quello che sto per dire è molto grave, non si sono ancora abituati alla democrazia. So che sono parole forti. Se lei guarda la Francia, troverà la rivoluzione francese. Il 36, in Spagna, ha rappresentato uno scontro che in seguito divenne mondiale tra fascisti e antifascisti. E’ stata pagata col sangue ma ora c’è un’idea di democrazia vinta. Sì, certo, noi abbiamo avuto la resistenza, la liberazione, ma era una cosa contro i tedeschi, contro gli occupanti, non contro il proprio residuo fascista. Non c’è stata una vera liberazione. Vera. E’ un problema non ancora risolto.
Cosa pensa un comunista convinto di Papa Francesco?
Viene da una chiesa più vicina alla povertà, e si vede. Non a caso, su L’Osservatore Romano è apparsa una recensione di un libro sulla teologia della liberazione, una blasfemia alcuni anni fa. Quindi non è solo apparenza, ma anche sostanza. Se avrà successo, questo non lo so. Il Vaticano è peggio di un clan mafioso..ahah Spero comunque che abbia successo.

Italia amore mio!

 No! Non voglio citare una canzone che ha fatto molto discutere e di cui non serve citarne gli interpreti, ma di una esclamazione doverosa per questo giorno di San Valentino.
Un giorno difficile per la nostra Repubblica, in cui il Ministro Letta presenta le dimissioni con un Renzi che si avvicina come un condor alla poltrona di Palazzo Chigi. Ma mi sorge spontanea una piccola riflessione: qualcuno ha chiesto il nostro parere su un possibile cambio di
governance
? Non c’era una crisi economica in atto che non poteva
presumere una caduta di governo? (ne sono caduti ben due, anzi tre: Berlusconi, Monti, Bersani [neanche iniziato, per altro]) 
La data delle prossime elezioni diventa sempre più un miraggio, quasi il nostro potere elettivo fosse svanito nel nulla: prima era il 2015
(ancora prima si diceva che nella primavera del 2014 si sarebbe andati a votare, dopo che tutte le cose sarebbero state messe a posto. Governo Letta = governo di transizione [!?]); ora, con il possibile
arrivo di Renzi, si parla del 2018 (!!!).

Ora dobbiamo davvero iniziare
a pensare…Cosa sta succedendo a quella che pensavamo essere una
Repubblica con partiti democraticamente eletti? Il nostro ruolo in
questa società qual’è? 

Abbiamo ancora la voglia di cambiare questo paese o aspettiamo che il cambiamento arrivi per induzione? Amareggiato mi chiedo: Italia, amore mio! Dove mi porterai?

Un anno di Bibrinews in immagini: post imperdibili che vi siete persi

Un bilancio di alcuni post del Bibrinews di questo 2013 che non vi hanno attirato molto ma dovevano…eccoli in una brevissima carrellata:

1. Un insieme di foto che documentano il passaggio dall’Unione Sovietica alla Federazione Russa

2. Un ritratto molto accurato e crudo sulla cultura occidentale e sul suo ruolo futuro

3. Uno spaccato di quello che rappresentava l’Italia a febbraio, prima delle Elezioni Politiche

4. Il berlusconismo si cura viaggiando: analisi de El Pais sul grave peso della cultura italiana

5. Il Venezuela piange il Caudillo: insieme di link per conoscere in maniera basilare la situazione politica venezuelana

6. Una bellissima raccolta fotografica sull’aspetto nel panorama religioso mondiale

7. Una riflessione importante sulle prime indiscrezioni che vennero fatte rispetto all’attentato di Boston di questa primavera

8. El Pais illustra la sua analisi sulla caduta di Bersani come uomo politico alla fine della sua carriera

9. In Francia la liberalizzazione dei Matrimoni tra persone dello stesso sesso ha scatenato delle proteste anche violente da parte dei “pro-life”. Ci si poteva aspettare di peggio?

10. Bellissimo reportage di Snob.ru su diverse famiglie ingushe in cui uno dei genitori è affetto da HIV.

11. Intervista a Laura Boldrini del giornale greco Ekathimerini

12. L’Ucraina e il suo corso ad ostacoli per “riuscire” a non entrare nell’UE

Cosa abbiamo da imparare dalla Grande depressione?

[Traduzione da The Economist]

Dall’inizio di ciò che alcuni ormai chiamano “la grande recessione”, nel 2007, gli economisti non hanno potuto evitare il confronto con la Grande Depressione dei primi anni 1930. Per alcuni, le somiglianze sono evidenti. Gli economisti come Paul Krugman e Barry Eichengreen hanno individuato diversi parallelismi tra i due crolli. Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha messo in guardia più volte nel corso degli ultimi anni sul fatto che il mondo avrebbe rischiato di cadere in una nuova “Grande Depressione”. Gli stessi esperti di storia economica hanno avuto un ruolo senza precedenti nel processo decisionale durante la recente crisi. Ben Bernanke alla Federal Reserve e la consigliere-amministrativa di Obama, Christina Romer, hanno entrambi una formazione accademica nella disciplina in questione.

Possono degli esperti di storia economica dare consigli politici sulla base di quello che credevano avesse causato la Grande Depressione? Una discussione su questo argomento è stata portata avanti dai migliori storici di economia della Gran Bretagna in una conferenza all’Università di Cambridge il 4 novembre. La questione è risultata più complessa di quanto appaia a prima vista. Anche se ci sono somiglianze tra questa crisi e quella del 1930, molti altri aspetti quali la tecnologia, la geopolitica, e il ruolo dello stato sono cambiati radicalmente nel periodo tra i due eventi storici. I mercati finanziari e dei sistemi di credito ora funzionano in modo diverso rispetto ad allora. Esotici strumenti derivati come CDO e CDS sono diventati ampiamente utilizzati solo nel 1990. Non esistevano istituzioni economiche globali come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, e l’Europa dipendeva dal Trattato di Versailles, non dall’Unione europea.

Ma ciò che ha reso la lezione più difficile è che molti punti di vista tradizionali circa le cause della depressione sono stati rovesciati dagli accademici negli ultimi decenni.

Prendiamo, ad esempio, l’opinione secondo cui l’aumento del protezionismo, come ad esempio la legge Smoot-Hawley del 1930, abbia “causato” la Grande Depressione. Secondo una ricerca condotta da Paul Bairoch, i prezzi sono scesi nel periodo immediatamente precedente il disastro economico. Ha riscontrato che i tassi medi annui doganali dei paesi dell’Europa continentale sono rimasti sostanzialmente stabili tra il 1913 e il 1927, passando solo dal 24,6% al 24,9% in quei quattordici anni. I tariffari europei hanno continuato a mantenersi stabili fino al 1930, ben dopo l’inizio della depressione. Al di fuori dell’Europa, le tariffe medie sono scese nel periodo 1927-1929 come risultato del successo della Conferenza economica internazionale del 1927, momento in cui i paesi di tutto il mondo decisero di ridurre le barriere commerciali.

Anche se l’aumento del protezionismo amplificò la velocità e la profondità della crisi, quando nel 1930 le tariffe iniziarono ad aumentare, fu responsabile solamente di una parte del calo del PIL mondiale durante la Depressione. Dal momento che, nel 1929, le esportazioni americane rappresentavano solo il 7% del PIL, il calo dei volumi commerciali possono spiegare solo una parte della riduzione del 29,5% del PIL reale avvenuto tra il 1929 e il 1933.

L’idea che il crollo di Wall Street abbia causato la crisi economica ha perso consensi negli ultimi anni. Questa percezione è stata resa popolare dall’economista-insegnante ad Harvard, JK Galbraith, che nel 1950 sottolineò l’importanza del crollo della borsa nello scoppio della Grande Depressione.

Tuttavia, gli storici in altre parti del mondo hanno sottolineato che l’economia globale era già su un percorso discendente prima che i prezzi delle azioni a New York iniziassero a crollare. I prezzi delle case americane raggiunsero il picco verso la metà degli anni ’20 e l’industria delle costruzioni andò in tilt intorno al 1929. La produzione industriale in Germania e Gran Bretagna, le più grandi economie europee, stava già crollando a metà del 1928. In America, il reindirizzamento di capitali verso il già surriscaldato mercato azionario ha aggravato la carenza di credito nel resto del mondo prima dello schianto. Le imprese in Europa e America Latina stavano già affrontando una crisi del credito prima dell’inizio del 1929. Come con l’aumento del protezionismo, sembra che il crollo di Wall Street fu un sintomo dei problemi dell’economia globale, piuttosto che la sua causa di fondo.
 

Gli storici ora si concentrano su un diverso capro espiatorio per l’improvviso crollo economico del 1930: la struttura del sistema finanziario mondiale prima del 1929. In particolare, il lavoro degli storici, come Eichengreen e Peter Temin, ha recentemente sottolineato l’importanza del cattivo funzionamento del sistema monetario aureo quale causa della depressione, così come la sua gravità.

Dalla metà del XIX secolo, la maggior parte dei paesi era ancorato alla propria moneta per un valore fisso di oro, un accordo che divenne noto come “gold standard“. Questo sistema funzionò fino a quando i paesi dovettero aiutarsi l’un l’altro, attraverso dei prestiti, per risolvere periodiche crisi della bilancia dei pagamenti (e fino a quando le scoperte di giacimenti di oro mantenennero le tendenze del livello di prezzo su standard accettabili), ma la prima guerra mondiale interruppe questo sistema. Il risultato fu che molti paesi si trovarono con monete fissate ad un tasso di cambio inadeguato rispetto a quelli di altri paesi. Mentre la Francia e l’America, nel 1920, inizialmente guadagnarono al tenere le loro valute ad un valore molto basso, paesi come la Gran Bretagna e la Germania soffrirono di ricorrenti problemi di bilancia dei pagamenti come risultato delle loro valute sovrastimate.

Questo sistema precipitò alla fine degli anni 1920 quando l’economia globale iniziò quello che, in un primo momento, sembrava essere una normale congiuntura sfavorevole. Quando il calo della domanda globale provocò una crisi della bilancia dei pagamenti nei paesi di tutto il mondo a causa dei deflussi dell’oro, molti furono costretti a utilizzare mezzi fiscali e monetari per sgonfiare le proprie economie e proteggere il valore fisso delle proprie valute (ricorsero anche ai dazi doganali).

Questo trasformò la recessione in una depressione. Secondo alcuni storici monetaristi, le quattro ondate di crisi bancarie nel periodo 1930-1933 che mandarono in bancarotta la metà delle banche americane furono causate dalle strette monetarie della Federal Reserve in risposta a deflussi di oro. Effetti simili sono stati osservati anche in Europa. L’austerità in Germania e in Austria portarono a un’ondata di fallimenti bancari nel 1931, facendo precipitare l’economia europea centrale nel suo più grave periodo di contrazione. Secondo una ricerca condotta dal Eichengreen, i paesi che sfuggirono al gold standard e adottarono per primi i tassi di cambio fluttuanti, come ad esempio la Gran Bretagna nel 1931 e l’America nel 1933, ebbero la tendenza a recuperare prima e molto più velocemente. La critica sulla politica monetaria come filo conduttore della depressione è stata introdotta dal libro A Monetary History of the United States, 1867–1960 di Milton Friedman e Anna Schwartz, uscito per la prima volta nel 1963 .

I politici hanno tratto alcune lezioni dal 1930. A differenza della Grande Depressione, le banche centrali in Gran Bretagna e in America hanno evitato inutili strette monetarie. Invece, hanno tagliato i tassi di interesse e utilizzati stimoli monetari non convenzionali come l’alleggerimento quantitativo, nel tentativo di respingere la deflazione (un flagello della depressione). Anche il ruolo delle crisi bancarie nella trasformazione da una normale recessione ad una depressione profonda è stata riconosciuta. I governi le hanno provate tutte per evitare che il fallimento della Lehman Brothers generasse una crisi finanziaria globale, pienamente consapevoli del ruolo che ebbe il contagio finanziario negli anni ’30.

Tuttavia, può essere più difficile di quanto si pensi intravedere la lezione appresa dalla Grande Depressione rispetto ai problemi attuali europei. La zona euro è un sistema di cambi fissi, con elementi simili a quelli del gold standard. Ma i vincoli politici ed economici che frenano le politiche nazionali sono diverse da quelle che prevalsero negli anni ’30. Oggi gli economisti sostengono che, attualmente, la maggiore integrazione finanziaria europea porta la zona euro verso una prospettiva molto più rischiosa rispetto a quella che avrebbe portato il gold standard dopo gli anni ’30. Ma la zona euro ha una banca centrale che può stampare moneta – qualcosa che il sistema gold standard non aveva.

Forse gli storici possono dare un contributo migliore, garantendo che non venga fatto un abuso della storia passata nel dibattito sulla crisi dei nostri giorni. Per esempio, dare tutta la colpa a Wall Street per la Grande Depressione – o ai banchieri, nella crisi odierna – non regge ad un esame storico. La responsabilità può trovarsi più propriamente in una complessa combinazione di fattori, come il modo in cui sono strutturati i sistemi finanziari mondiali. Ma questo deve ancora essere interpretato da prove concrete del presente piuttosto che da “lezioni” semplicistiche del passato. Come scrisse una volta l’economista irlandese Cormac Ó Gráda, “è responsabilità sociale dello storico mandare in frantumi i pericolosi miti del passato”. Tali sentimenti dovrebbero essere rivolti tanto alla Grande Depressione, quanto a qualsiasi altro episodio della storia.

Ultimi giorni di vita

[Traduzione da Ekathimerini]

Le contrattazioni tra il governo e la troika si fanno sempre più difficili. Nonostante l’immeso dramma, i colloqui sono destinati a finire come sempre: nel compromesso. In poche parole, questo significa il crollo, o almeno un crollo parziale, della linea difensiva costruita dalle amministrazione greche che si sono susseguite; come hanno più volte ceduto agli istituti di credito delle nazioni estere.

Il primo ministro Antonis Samaras e il suo vice, Evangelos Venizelos, mercoledì scorso hanno escluso eventuali misure orizzontali. Al di là della serie di misure strutturali che le amministrazioni greche hanno firmato fino ad ora ma non hanno mai applicato, gli ispettori della troika non hanno ancora chiarito come il divario fiscale sarà coperto. Fedele alla forma, la classe politica sta facendo in modo che l’élite finanziaria locale rimanga illesa.

Nonostante la cacofonia delle ultime settimane per quanto riguarda gli indicatori economici, la dimensione del surplus di bilancio, l’ampliamento della base imponibile e il crescente divario tra le popolazioni rurali e urbane, paradossalmente il problema non è l’economica in senso stretto, ma la politica.

Il sistema politico non riesce ad assolvere i suoi doveri. I partiti europeisti di centro-sinistra, Pasok e Sinistra Democratica, hanno visto un calo significativo della loro influenza elettorale. Ora è lecito chiedersi se riusciranno a raccogliere il 4,5 per cento di cui hanno bisogno per entrare nel Parlamento europeo. Il loro argomento principale contro il partito di sinistra Syriza,finora all’opposizione, è stato la mancanza di chiarezza sul destino di permanenza della Grecia nell’eurozona.


Durante la sua visita in Texas il leader di Syriza, Alexis Tsipras, ha confermato l’impegno del partito per la moneta unica. Certo, le differenze sui dettagli rimangono, ma questi sono di poca importanza in politica.

Nel frattempo, a destra, la Grecia è divisa. L’attacco ad Alba Dorata e al suo marchio considerata alla stregua di un organizzazione criminale, in realtà, non ha dato i suoi frutti. La recente uccisione di due membri di Alba Dorata da parte di alcuni terroristi ha facilitato la ricaduta in seguito all’assassinio del rapper di sinistra, Pavlos Fyssas, da parte di un membro del partito neo-nazista.

Almeno il crollo del movimento sindacale offre qualche conforto. Solo il partito comunista (KKE), riesce ancora a mettere insieme un numero considerevole di persone nelle sporadiche manifestazioni di protesta.

La delusione è molto diffusa ed è diretta contro i deputati che stanno cercando di passare la rabbia della gente sul potere esecutivo e questo rappresenta la disorganizzazione del governo. E’ difficile negare che il sistema politico non si stia dissolvendo.

L’incubo democratico

[Traduzione da The Economist]

Per chi la critica, l’Unione Europea è nata nel peccato: un progetto ideato da e per le élite, privo di legittimità democratica. Tutti i tentativi di rendere buono il “deficit democratico”, un termine coniato nel 1970, sono falliti. Elezioni dirette del Parlamento europeo (PE)? L’affluenza alle urne è scesa da quando sono state istituite nel 1979. Dare un potere reale al parlamento? Il parlamento non ha mai avuto così tanto peso, ma la fiducia nell’UE è a un minimo storico .
 
La crisi economica in Europa si sta rivelando un grave problema cronico. Una ragione è che, in particolare nella zona euro, Bruxelles si sta intrufolando sempre più profondamente nella vita nazionale, immischiandosi in tutto, dai bilanci alle pensioni e alla formazione dei salari. Un altro motivo è il contraccolpo atteso dagli elettori nelle elezioni del prossimo maggio al PE. Ci saranno grandi vittorie per i partiti anti-europei e anti-immigrati di tutti i colori – dai nativisti dalla lingua tagliente del Partito Indipendentista britannico ai criminali neonazisti greci di Alba Dorata. I partiti euroscettici potrebbero vincere alle urne in Francia, Gran Bretagna e Paesi Bassi, e potranno avere buoni risultati in Finlandia e in Italia , e in più mite apparenza potrebbero vincere dei seggi per la prima volta in Germania.

Il senso di allarme è palpabile. François Hollande, il presidente francese, afferma che l’ascesa di nazionalisti ed euroscettici potrebbe portare a “regressione e paralisi”. Enrico Letta , il primo ministro italiano, ha calcolato che gli euroscettici potrebbero vincere fino a un terzo dei seggi. Radicali e populisti sono un gruppo eterogeneo, preferendo fare discorsi che influenza politica, così i centristi dovrebbe essere ancora in grado di ottenere ruoli parlamentari importanti. Forse l’influenza più grande sarà l’avvelenamento della politica interna, che potrebbe ostacolare il processo decisionale dei governi.

Come far fronte a tutto questo? Letta è tra chi vuole spronare le forze pro-europee trasformando l’elezioni europee in una elezione per il prossimo presidente della Commissione europea. Le principali “famiglie” politiche europee, le ampie coalizioni di partiti nazionali che dominano il parlamento, affermano che organizzeranno ogni campagna politica dietro un candidato “presidenziale”. I socialisti sembrano propensi a scegliere Martin Schulz, l’esuberante presidente tedesco del PE. I verdi stanno pianificando delle primarie aperte. I conservatori , destinati a rimanere il più grande raggruppamento, sembrano essere ancora in un vicolo cieco.

I sostenitori sperano di iniettare entusiasmo, rafforzare il mandato democratico della commissione, concentrando tutto sulle tematiche europee, e alzare la posta in gioco per evitare che il voto si trasformi in una protesta contro i governi nazionali impopolari. A meno che non ci sia qualche politico sangue-e-budella, dicono, i cittadini si rivolgeranno ai populisti .

Eppure l’Unione europea non è uno Stato, e la Commissione non è un governo. Essa ha il diritto quasi esclusivo di proporre una nuova legislazione, che deve essere approvata sia dal Consiglio dei ministri (che rappresenta i governi) che dal PE. Ma è anche un servizio civile, poliziotto del mercato unico e cane da guardia della concorrenza. In una nuova pubblicazione, il Centre for European Reform (CER), un gruppo di esperti britannico, sostiene che la Commissione “ha bisogno di agire come arbitro nel gioco politico, non come il capitano di una delle squadre”.

I leader nazionali hanno sempre nominato il presidente e gli altri 27 commissari, e non vorranno che vengano dettati dal Parlamento europeo, che la maggior parte considera come un fastidio . Il Trattato di Lisbona ha reso confuso con mailizia tale processo: si dice che i leader dovrebbero proporre un presidente “tenendo conto” del risultato elettoral , il candidato “viene eletto” dal PE. La disputa su chi sceglie, e controlla, il Presidente della Commissione può causare più ingorghi a Bruxelles di quanto potrebbero mai fare dei chiassosi euroscettici.

Una commissione più faziosa rischia di perdere credibilità nelle sue funzioni semi-giudiziari, come le decisioni sugli aiuti agli Stati (ad esempio, il salvataggio delle banche) e di far rispettare le regole antitrust. La Commissione ha acquisito maggiori poteri per esaminare i bilanci nazionali e le politiche economiche, e raccomandare sanzioni . Si propone di essere la massima autorità per la liquidazione delle banche. I primi ministri e presidenti vogliono consegnare fucili caricati a un presidente della Commissione apertamente  schierato?

L’UE ha bisogno di commissari migliori, ma l’elezione del presidente potrebbe restringere il campo. I primi ministri in carica non rischierebbero il proprio incarico nazionale per un mandato europeo, la scelta sarebbe ricaduta su politici senza lavoro o membri di Bruxelles. E gli elettori è certo che rimarranno delusi. Il Presidente della Commissione non decide le questioni che gli stanno più a cuore. Votare contro l’austerità in Parlamento non cambierebbe il fatto che i creditori fissano le condizioni per i salvataggi.

L’enigma irrisolvibile

L’Unione europea è in parte un’organizzazione internazionale ibrida e in parte una federazione. Non ci sono soluzioni chiare per l’enigma democratico. Un presidente semi-eletto potrebbe offrire la peggiore combinazione: troppo di parte per conservare la fiducia dei leader nazionali, troppo debole per guadagnarsi la fedeltà dei cittadini che potrebbero pensere di eleggere il presidente d’Europa, ma otterrebbe solo un debole segretario generale.

Una elezione diretta ha un senso se alla Commissione dovesse mai essere concessa l’autorità federale, inclusi i poteri di imposizione fiscale. Anche così, potrebbe avere bisogno di rinunciare a una parte delle sue funzioni regolamentari e tecnocratiche. Per ora Tesori rimangono strettamente nazionale. Eppure il problema della legittimità è pressante. Una risposta potrebbe essere che i parlamenti nazionali facciano un lavoro migliore di supporto dei ministri per tenerli aggiornati sulle decisioni che prendono a Bruxelles. Il CER propone un “forum” di parlamentari nazionali che esamini le azioni dell’UE in cui il PE non ha voce, per esempio, nell’elaborazione di pacchetti di salvataggio.

I politici europei non possono prevalere in nessun modo quelli nazionali in termini di legittimità e di interesse pubblico. Così è per i leader nazionali che non possono condurre la lotta contro gli euroscettici: smettere di incolpare l’UE per tutti i mali, difendere i benefici dell’integrazione, correggere i suoi difetti e, nella zona euro, spiegare le riforme necessarie per rimanere nella moneta unica. Sarebbe un grande errore lasciare che gli euroscettici sostengano le bandiere nazionali per sé stessi; la bandiera stellata dell’Unione europea non è sostituibile.

Un eterno dramma

[Traduzione da Business Week]

Domenica, in un incontro di quattro ore con i rappresentanti dei creditori internazionali della Grecia, il ministro delle finanze Yannis Stournaras aveva alcune notizie incoraggianti: la Grecia dovrebbe registrare un piccolo avanzo di bilancio quest’anno, e l’ economia dovrebbe contrarsi 3,8%, inferiore a quello precedentemente 4,2%.

Allo stesso tempo, il Fondo monetario internazionale dice che il governo greco dovrà affrontare un funding gap di € 4.4 miliardi ( 5,9 miliardi dollari ) l’anno prossimo e soglie di rendimento aggiuntive nel 2015 e 2016. Il primo ministro Antonis Samaras sta già segnalando che saranno necessari ulteriori aiuti.

La rielezione di Angela Merkel significa che la Germania, che ha finanziato la maggior parte della €240 miliardi in aiuti promessi ad Atene finora, è probabile che continui ad insistere sul fatto che la Grecia mantenga rigorosamente l’austerità di bilancio. Anche se lei sarà in cerca di una nuova coalizione – più probabile che sia il Partito dei Verdi o il Partito Socialdemocratico di centro-sinistra, l’SPD – il suo approccio alla Grecia non è destinata a cambiare, secondo l’economista Alex White di JPMorgan Chase (JPM) di Londra. Il Movimento della Merkel ha vinto con il 41,5% dei voti , il che significa che la cancelliera “starà negoziando da una posizione di forza “, dice White. “Data la loro posizione sfavorevole, ci aspettiamo che siano l’SPD e i Verdi a concentrarsi maggiormente sulle questioni di politica interna, e di non trattare le differenze europee come un punto di rottura”.

Nel frattempo, per Atene il cammino si fa sempre più duro. Recentemente, la polizia antisommossa è stata chiamata ad intervenire negli scioperi recenti dal personale della scuola, e il sostegno all’estrema destra, il partito nazionalista di Alba Dorata – implicati nella recente morte per accoltellamento  di un giovane musicista rap ad Atene – è in aumento.

Potenzialmente ancora più dannoso, il governo greco sta valutando l’abolizione della moratoria di cinque anni sui pignoramenti dei mutui che ha impedito a migliaia di greci di perdere le loro case. Circa il 29% dei prestiti sui conti delle banche greche sono in sofferenza, minacciando la solvibilità dei creditori.

In Spagna, i pignoramenti sui mutui hanno provocato suicidi e proteste di massa. Se la Grecia è costretta a revocare la moratoria come condizione per ulteriori aiuti “non sarà facile”, spiega Lefteris Farmakis, analista della sede londinese di Nomura International