Categoria: crisi politica

[SPECIALE CRISI UCRAINA] A Kiev cresce la paura della "guerra"

[Traduzione da Libération]


E’ in un silenzio teso che i clienti di un caffè di Kiev ascoltato la notizia: il Consiglio della Federazione russa (la camera alta) ha approvato all’unanimità “l’uso sul territorio dell’Ucraina delle forze armate russe fino alla normalizzazione della situazione politica nel paese”, richiesto dal presidente Vladimir Putin,”in ragione (…) alle minacce delle vite dei cittadini russi, nostri connazionali, le forze armate russe andranno in Ucraina”. La Russia potrebbe ora utilizzare le forze della flotta russa nel Mar Nero, con sede in Crimea, o inviare truppe supplementari. Da diversi giorni, la situazione in Crimea è tesa, uomini armati senza riconoscimenti sono presenti per le strade di Simferopoli, e controllano il Parlamento di Crimea. Venerdì, l’Ucraina ha definito una “invasione armata” i 2000 soldati russi nella penisola.

“Ma non volevamo crederci, non potevamo immaginare che Putin sarebbe stato capace di attraversare il confine”, dice Marina, di origine russa, sconvolta, dopo aver ascoltato la notizia di Piazza Indipendenza. Sui social network , la parola “guerra” è onnipresente. Anche con sarcasmo: “Questa è una grande idea: portare le forze armate russe in uno Stato vicino per difendere i cittadini russi dalla minaccia rappresentata dalle forze armate russe inserite prima”, ha scritto un giornalista sulla sua pagina Facebook. Dalla piazza, uno dei coordinatori del movimento di Piazza Maidan invita alla calma. Tra la folla non c’è un sentimento di panico, ma una preoccupazione crescente. “I fatti sono molto gravi. La Russia ha violato i suoi accordi con l’Ucraina ed il nostro diritto di sovranità, è aggressione pura e semplice”, non dubita Egor, un ragazzo di Kiev venuto per guardare le notizie sul posto.

“Questa non è solo un’annessione”

Il Cremlino continua a mantenere l’incertezza, come ha fatto nei giorni scorsi: “E’ il punto di vista del Consiglio della Federazione. È il Presidente che prende la decisione [dell’uso dell’esercito]. Al momento, non vi è stata alcuna decisione”, ha detto il portavoce di Putin, Dmitry Peskov (RIA Novosti). Ma a Kiev, il messaggio è chiaro. E deve agire di conseguenza. “Il Parlamento ucraino dovrebbe chiedere al comandante in capo di dichiarare la mobilitazione generale dopo l’inizio della aggressione russa contro l’Ucraina”, ha detto uno dei leader dell’opposizione e candidato alle prossime presidenziale, Vladimir Klichko, richiamando anche l’attenzione “dei capi di Stato per garantire la sicurezza dell’Ucraina e rispettare i loro obblighi internazionali stabiliti dal Memorendum di Budapest. In questo modo si desidera fermare l’aggressione da parte della Russia contro l’Ucraina sovrana”.

“Quello che sta accadendo proprio ora, non è solo una annessione, si tratta di un intervento con le forze armate”, ha dichiarato da parte sua Ruslan Kochoulinsky, il vice-speaker della Rada (Parlamento ucraino) che deve decidere questa Domenica se dichiarare lo stato di emergenza nel paese.

Il presidente dell’Ucraina Oleksandr Turchinov ha annunciato Sabato sera che l’esercito ucraino è in allerta. Mentre il Primo Ministro Arseniy Yacenyuk, ha affermato di aver avuto un incontro con Dmitry Medvedev, Sabato sera, in cui ha chiesto alla Russia “di fare rientrare le sue forze armate nelle loro caserme sul Mar Nero per ridurre la tensione”. “Un intervento militare sarebbe inaccettabile perché sarebbe una violazione di tutti gli accordi internazionali”, ha detto, mentre afferma di essere convinto che “la Russia non lancerà un intervento militare perché significherebbe la guerra e la fine di ogni relazione tra i due paesi”.

[SPECIALE CRISI UCRAINA] L’inizio della fine

[Traduzione da Ezhdevny Zhurnal]


Ricordate questo giorno. Il 1 marzo non è stato l’inizio della primavera. La guerra è iniziata. Che si concluderà (Dio non voglia! Non voglio che finisca così! Spero in un miracolo!) con la bancarotta e il completo collasso del mio paese.

Tutto questo è accaduto prima. Era gli anni ’80. L’Unione Sovietica, dove sono nato, allora decise di ospitare le Olimpiadi e, allo stesso tempo, iniziare una guerra. Le Olimpiadi sono state un grande successo e hanno proclamato il trionfo della nostra squadra. Miliardi di rubli, quelli vecchi, spesi per una vacanza di due settimane, nessuno ci credeva.

Poco prima l’Unione Sovietica iniziò la guerra in Afghanistan. Una guerra inutile, la guerra che nessuno di noi aveva chiesto, dove i nostri ragazzi hanno combattuto eroicamente – ma per cosa? Questa guerra, le sue migliaia di tombe, i suoi migliaia di storpi, che sono ancora a chiedere l’elemosina nelle stazioni ferroviarie e nella metropolitana di Mosca. Insieme alle Olimpiadi. Insieme alla corsa agli armamenti, in cui non abbiamo avuto alcuna possibilità di conquistare un paese, tre volte più sviluppato. Insieme con altri miliardi di quei vecchi rubli spesi per sostenere i paesi che non hanno mai e non ci daranno mai indietro i nostri prestiti e poi ci sputano addosso alle spalle. Tutto questo insieme sarà l’inizio della fine della storia del paese dove sono nato. In soli 11 anni il paese sarà cancellato dalla mappa.

Ora la situazione attuale è diversa da quella precedente solo per due cose. Nel 1980 le Olimpiadi sono iniziate prima della guerra. Una seconda differenza è che ora i ritmi della vita quotidiana vanno più veloci. Quel paese ormai andato era molto più grande e più potente. Aveva un grande potenziale umano, militare, economico puramente aritmetico. Ora la ricca Ucraina con le sue risorse non fa parte della mia vecchia nazione ma è il nemico della mia nazione odierna. Ma aspettare 11 anni non è più necessario.

E’ sorprendente capire che in questo momento si sta vivendo all’interno di un manuale di storia, che viene scritto nel corso degli anni e i bambini che lo leggeranno, scuoteranno la testa. Eppure, dicono di aver vissuto, allora, in maniera miserabile. Ma io non voglio vivere in queste pagine di storia. E sono terribilmente dispiaciuto che la maggior parte dei miei connazionali adesso non si renda nemmeno conto che siamo tutti nella stessa barca e che ancora una volta ci tocca sopravvivere.

Italia amore mio!

 No! Non voglio citare una canzone che ha fatto molto discutere e di cui non serve citarne gli interpreti, ma di una esclamazione doverosa per questo giorno di San Valentino.
Un giorno difficile per la nostra Repubblica, in cui il Ministro Letta presenta le dimissioni con un Renzi che si avvicina come un condor alla poltrona di Palazzo Chigi. Ma mi sorge spontanea una piccola riflessione: qualcuno ha chiesto il nostro parere su un possibile cambio di
governance
? Non c’era una crisi economica in atto che non poteva
presumere una caduta di governo? (ne sono caduti ben due, anzi tre: Berlusconi, Monti, Bersani [neanche iniziato, per altro]) 
La data delle prossime elezioni diventa sempre più un miraggio, quasi il nostro potere elettivo fosse svanito nel nulla: prima era il 2015
(ancora prima si diceva che nella primavera del 2014 si sarebbe andati a votare, dopo che tutte le cose sarebbero state messe a posto. Governo Letta = governo di transizione [!?]); ora, con il possibile
arrivo di Renzi, si parla del 2018 (!!!).

Ora dobbiamo davvero iniziare
a pensare…Cosa sta succedendo a quella che pensavamo essere una
Repubblica con partiti democraticamente eletti? Il nostro ruolo in
questa società qual’è? 

Abbiamo ancora la voglia di cambiare questo paese o aspettiamo che il cambiamento arrivi per induzione? Amareggiato mi chiedo: Italia, amore mio! Dove mi porterai?

Escalation in Ucraina

[Traduzione da El Pais]

Dopo due mesi di paralisi, e nel mezzo di una temibile escalation di violenze, in Ucraina si susseguono le azioni senza che si delineino chiaramente delle soluzioni alla crisi politica che attanaglia il paese. Assediato da una mobilitazione popolare che si è estesa in diverse città e incalzato dai leader europei, il presidente Viktor Yanukovich ha annunciato ieri un rimpasto di governo e la modifica di una serie di leggi repressive che hanno infiammato le strade di Kiev. L’annuncio, avvenuto dopo i colloqui con il Commisario europeo per l’Allargamento, Stefan Füle, è stato visto con sospetto vista la traiettoria d’azione di Yanukovich, esperto ne guadagnare tempo per poi essere irremovibile nelle sue posizioni.

Questa volta, sembra però che la situazione gli sia sfuggita dalle mani. Quello che è cominciato a novembre come protesta per la stoccata del presidente rispetto all’Accordo di Associazione all’UE – sostituito da un accordo con la Russia e l’erogazioni di ingenti aiuti economici da parte del Kremlino – si è trasformato in una protesta aperta contro il Governo che tiene il paese in uno stato di recessione e corruzione dilagante. L’approvazione, attraverso il metodo poco ortodosso della mano alzata, di una legge che limita severamente il diritto di riunione e manifestazione ha finito per infiammare gli animi. Proprio nel nono anniversario della rivoluzione arancione, la società civile ucraina risorge nell’Euromaidan con una vitalità insolita, che detta l’agenda dei partiti d’opposizione.
Senza dubbio, ci troviamo davanti ad una crisi molto complessa in uno scenario fragile, diviso tra Occidente proeuropeo e Oriente russofono. Una eventuale integrazione europea fa temere, nel versante est, che i controlli comunitari e le rappresaglie russe finiscano per distruggere molti posti di lavoro, mentre l’approccio di un avvicinamento all’orbita ex sovietica provoca il rifiuto di un Occidente improntato alla modernizzazione e all’apertura.
In gioco c’è anche il potere politico. Per Yanukovich e chi lo sostiene, è molto più allettante militare nell’Unione doganale russa e andare a braccetto con i dittatori di Bielorussia e Kazakistan rispetto al far parte di un club europeo con regole rigide dal punto di vista della democrazia e delle libertà. In ogni caso, per quello che si sta vedendo, Yanukovich ha fatto male i conti pensando di poter continuare verso una deriva autoritaria come quella di Putin.Ora, in pericolo, c’è l’integrità di un paese intero.

Una nuova ricetta per l’Europa

[Traduzione da Ekathimerini]

Laura Boldrini è un politico italiano e rappresenta l’attuale presidente della Camera dei Deputati del paese. Lei appartiene al partito Sinistra Ecologia e Libertà, fondata nel 2009. Il suo recente viaggio in Grecia all’inizio di questo mese è stata la sua prima visita in un paese straniero in veste ufficiale.

Quale assetto politico è stato ottenuto in Italia dopo le più recenti elezioni politiche e, in generale, dopo la nascita del Movimento Cinque Stelle? Quali lezioni possiamo trarre dal successo alle urne?

Direi che sia stata una risposta indiretta allo status quo e ai tradizionali partiti politici italiani. Le persone che sono nuove alla politica, ma hanno un forte background, sono in grado di dare fiducia ad un paese. Direi che in Italia c’è una forte diffidenza tra i politici e i loro partiti. Le persone sono molto deluse. Hanno forti risentimenti verso i loro politici, ma sono anche pieni di vita. C’è una reale necessità e il desiderio di cambiamento .

Questo bisogno di cambiamento non è esclusiva del Movimento cinque stelle. Tutti i partiti politici si stanno rendendo conto che se vogliono sopravvivere, hanno bisogno di adattarsi. Il loro focus è spostato verso coloro che sono nuovi all’interno della scena politica, i giovani e le donne. Il trenta per cento dei nuovi politici italiani sono donne, per esempio. E anche quando questi nuovi politici non sono giovani in termini di età, lo sono in termini di esperienza politica. Questo momento di crisi ha richiesto ai partiti politici un look fresco, di rinnovamento, che siano più trasparenti e si comportino in modo più responsabile.


Quali segni concreti ci sono per poter affermare che l’establishment politico sta cambiando?

Non è un cosa veloce. Ma è sorto un forte dibattito su come la politica italiana è stata condotta. In generale, il dibattito è positivo – volto a cambiare un sistema danneggiato. Prendiamo ad esempio la nuova legge sul finanziamento ai partiti. E’ già stato approvato e cambierà il modo in cui i partiti sono finanziati. Finora, i partiti politici hanno ricevuto finanziamenti pubblici. Ora questa legge introduce un altro tipo di finanziamento, che è pubblico solo per un grado molto piccolo. Esso consente alle parti di ricevere finanziamenti da fonti private. Certo  dobbiamo stare attenti, perché non vogliamo essere in una posizione in cui le grandi multinazionali – i lobbisti – facciano pressione sui partiti al fine di attuare i propri programmi. Non è un caso che il finanziamento politico nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea è pubblico.

Ma in Italia c’è stato senza dubbio la necessità di riconsiderare il finanziamento pubblico perché il denaro pubblico è stato usato male, con episodi di corruzione, scandali. In questo modo però ci sono maggiori rischi. Io non sono convinta che la reazione dovrebbe essere quello di passare esclusivamente al finanziamento privato. Non vogliamo prendere una strada completamnente alternativa.

Come regola generale, stiamo cercando di cambiare pur rimanendo cauti circa le conseguenze. L’umore generale nel paese è che tutti i politici rubino soldi pubblici, che tutti i politici sono uguali. Questo non è vero, e partiti politici hanno la capacità di dipanare tali dubbi. Ma nella situazione attuale, la paura tra i politici è che se non si segue l’opinione pubblica , si perde consenso. E per non correre questo rischio, i politici fanno quello che la gente vuole. Ma a volte ciò che la gente vuole non è accettabile – non pagare le tasse , reintrodurre la pena di morte. Sì, io credo che che in Italia un tentativo per cambiare le cose è stato fatto. La mia speranza è che le cose cambieranno in meglio, anche se rimaniamo cauti per quanto riguarda tutte le probabili ripercussioni.

Come funziona il parlamento con un nuovo blocco di politici che non hanno ancora esperienza e sono così ansiosi di cambiare?

Beh, è ​​un processo di apprendimento. A volte, i nuovi politici non si rendono conto di essere all’interno dell’istituzione. A volte continuano a parlare come se fossero all’esterno, il che significa che quando si è “dentro”, è necessario utilizzare gli strumenti istituzionali a nostra disposizione. La mia impressione è che loro continuino ad utilizzare gli stessi strumenti di prima .

Parliamo di Silvio Berlusconi. La sua carriera è finita? Ha ancora il potere di far cadere il governo?

Non so cosa succederà . Non dipende da me Abbiamo due camere; lui è un senatore nell’altra camera. La mia unica speranza è che, indipendentemente dal risultato, non interferirà con la vita istituzionale del paese. Mi auguro che il senso di responsabilità prevalga all’interno del paese e all’interno del suo partito. L’interesse del paese deve venire prima in questi casi.

Lei è venuta in Grecia per favorire la cooperazione tra i paesi dell’Europa meridionale per quanto riguarda le nuove politiche sociali contro la disoccupazione, l’immigrazione ecc… Può approfondire questo argomento?

Beh, per essere chiari, le politiche economiche attuate in Grecia sono diverse da quelle emanate in Italia – ma ci sono state misure di austerità anche in Italia, e hanno colpito la nostra economia.

La mera attuazione di misure di austerità non funziona. Abbiamo bisogno di qualcosa per stimolare l’economia, per curare la disoccupazione. Altrimenti c’è solo stagnazione, recessione. E forse, dopo anni di misure di austerità, è giunto il momento di equilibrarla approcciando misure volte ad aumentare la crescita. Credo che i paesi che sono più o meno nella stessa posizione devono unire le forze e di esprimere le loro preoccupazioni. Vi è, dopo tutto, la possibilità di aggiungere un’altra dimensione al dibattito nella sua forma attuale. In questi ultimi anni abbiamo sentito parlare molto di Europa fiscale, Europa finanziaria, ma dov’è l’Europa della tutela dei principi democratici, dei diritti dei cittadini, del benessere? Questa era l’idea iniziale alla base del progetto europeo. E se vogliamo limitare l’influenza della destra, dei partiti xenofobi, abbiamo bisogno di riproporre lo spirito di quel progetto.

Ha provato a spiegarlo ai tedeschi?

Questa è la mia prima visita ufficiale all’estero. Volevo che la Grecia fosse la mia prima tappa, perché penso che la Grecia e l’Italia abbiano molte cose in comune – a cominciare dai nostri governi di grande coalizione che attualmente si trovano in un mare di problemi. Entrambi i paesi si trovano ad affrontare crisi economiche taglienti. E condividiamo anche la stessa posizione geografica: siamo la frontiera meridionale dell’Europa. Al fine di avere un impatto, dobbiamo unire le forze, avvocato uno per l’altro, per far in modo che le nostre voci vengano sentite e ascoltate. Da soli, si perde.

Quali problemi specifici la Grecia e l’Italia hanno bisogno di affrontare insieme?

Il lancio della crescita economica, l’occupazione, la creazione di posti di lavoro per i giovani, l’immigrazione, i controlli alle frontiere, il rispetto dei diritti umani fondamentali. Bisogna crea un fronte comune affinché vengano ascoltate le nostre richieste. Se non abbiamo un fronte comune, non si viene ascoltati. Ho proposto l’organizzazione di una conferenza greco-italiano congiunta a Roma poco prima delle prossime elezioni europee, al fine di concentrarsi su un’altra Europa, per diminuire la distanza tra l’Europa e i suoi cittadini, per dimostrare ai cittadini che si può avere un’Europa basata non sull’austerità , ma su altre dimensioni economiche.

Ma quella nuova Europa dipende molto da quanto fortemente esprimiamo le nostre opinioni e quale decisione facciamo quando andremo a votare. Se si voterà per i partiti anti-europei, allora sarà la fine di un sogno. Ma se vogliamo ancora dare al nostro sogno una possibilità – il sogno dei nostri nonni e nonne – allora dobbiamo portare avanti la visione di un’Europa che affronti più da vicino i bisogni della gente. Abbiamo bisogno di attuare misure per aumentare la crescita. Attualmente ci manca qualcosa: la possibilità di alzarci e credere nel futuro.

Non posso obiettare a questo sia un’obiettivo, ma come si fa a attuarlo? Lei è un volto nuovo della politica, ma conosce bene i vincoli di base del dibattito: il paese che paga finisce per fare le regole.


Sì e no. Coloro che pagano impongono le regole, ma se producono, hanno bisogno di acquirenti. Hanno bisogno di clienti. Hanno bisogno di persone che siano in grado di acquistare. Se le persone sono sempre più povere, la produttività non è più una cosa positiva. Quando si dispone di migliaia di persone provenienti dall’Europa meridionale che lasciano i loro paesi, il sistema non riesce a sostenersi. In un mondo globalizzato, non si può considerare che tutto ciò che sta accadendo al di fuori dei nostri confini nazionali non influisca noi. Prima o poi lo farà.

Quindi sono fiduciosa sul fatto che le cose miglioreranno. Devono, perché è nell’interesse di tutti i paesi investire di più nel mondo del lavoro dei giovani, perché gioverà. Diminuendo la tassazione sulle imprese che assumono, le banche che sono disposte a fornire credito e i giovani, uno start-up di successo, queste cose non sono impossibili. In realtà sono facilmente realizzabili. Abbiamo solo bisogno di una nuova politica per la loro realizzazione, una nuova “ricetta”, e quindi nuovi “ingredienti”. E questo è quello che credo che i cittadini europei debbano considerare se prenderanno le decisioni giuste per fare un balzo avanti. I partiti anti-europei stanno prendendo campo in Francia, Italia , Grecia, Regno Unito, Ungheria e altrove. Questo è preoccupante .

Lei ha iniziato come giornalista. Qual’è la sua opinione rispetto alla chiusura della società radiotelevisiva di Stato greca?

E’ preoccupante. E’ importante avere una TV di stato che sia indipendente, autonoma e in grado di fornire informazioni senza supervisione istituzionale. So che il governo sta cercando di trovare una soluzione. Le persone sono state lasciate senza un lavoro, e questo è un problema.

Lei vede questo episodio sintomatico come un attacco più ampio contro televisione di stato in tutta Europa?

No, penso che il caso sia legato a quella specifica situazione. Spero che una soluzione equa possa essere trovato per tutti. E’ essenziale che ogni paese democratico abbia la sua propria TV di stato.

Cosa abbiamo da imparare dalla Grande depressione?

[Traduzione da The Economist]

Dall’inizio di ciò che alcuni ormai chiamano “la grande recessione”, nel 2007, gli economisti non hanno potuto evitare il confronto con la Grande Depressione dei primi anni 1930. Per alcuni, le somiglianze sono evidenti. Gli economisti come Paul Krugman e Barry Eichengreen hanno individuato diversi parallelismi tra i due crolli. Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha messo in guardia più volte nel corso degli ultimi anni sul fatto che il mondo avrebbe rischiato di cadere in una nuova “Grande Depressione”. Gli stessi esperti di storia economica hanno avuto un ruolo senza precedenti nel processo decisionale durante la recente crisi. Ben Bernanke alla Federal Reserve e la consigliere-amministrativa di Obama, Christina Romer, hanno entrambi una formazione accademica nella disciplina in questione.

Possono degli esperti di storia economica dare consigli politici sulla base di quello che credevano avesse causato la Grande Depressione? Una discussione su questo argomento è stata portata avanti dai migliori storici di economia della Gran Bretagna in una conferenza all’Università di Cambridge il 4 novembre. La questione è risultata più complessa di quanto appaia a prima vista. Anche se ci sono somiglianze tra questa crisi e quella del 1930, molti altri aspetti quali la tecnologia, la geopolitica, e il ruolo dello stato sono cambiati radicalmente nel periodo tra i due eventi storici. I mercati finanziari e dei sistemi di credito ora funzionano in modo diverso rispetto ad allora. Esotici strumenti derivati come CDO e CDS sono diventati ampiamente utilizzati solo nel 1990. Non esistevano istituzioni economiche globali come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, e l’Europa dipendeva dal Trattato di Versailles, non dall’Unione europea.

Ma ciò che ha reso la lezione più difficile è che molti punti di vista tradizionali circa le cause della depressione sono stati rovesciati dagli accademici negli ultimi decenni.

Prendiamo, ad esempio, l’opinione secondo cui l’aumento del protezionismo, come ad esempio la legge Smoot-Hawley del 1930, abbia “causato” la Grande Depressione. Secondo una ricerca condotta da Paul Bairoch, i prezzi sono scesi nel periodo immediatamente precedente il disastro economico. Ha riscontrato che i tassi medi annui doganali dei paesi dell’Europa continentale sono rimasti sostanzialmente stabili tra il 1913 e il 1927, passando solo dal 24,6% al 24,9% in quei quattordici anni. I tariffari europei hanno continuato a mantenersi stabili fino al 1930, ben dopo l’inizio della depressione. Al di fuori dell’Europa, le tariffe medie sono scese nel periodo 1927-1929 come risultato del successo della Conferenza economica internazionale del 1927, momento in cui i paesi di tutto il mondo decisero di ridurre le barriere commerciali.

Anche se l’aumento del protezionismo amplificò la velocità e la profondità della crisi, quando nel 1930 le tariffe iniziarono ad aumentare, fu responsabile solamente di una parte del calo del PIL mondiale durante la Depressione. Dal momento che, nel 1929, le esportazioni americane rappresentavano solo il 7% del PIL, il calo dei volumi commerciali possono spiegare solo una parte della riduzione del 29,5% del PIL reale avvenuto tra il 1929 e il 1933.

L’idea che il crollo di Wall Street abbia causato la crisi economica ha perso consensi negli ultimi anni. Questa percezione è stata resa popolare dall’economista-insegnante ad Harvard, JK Galbraith, che nel 1950 sottolineò l’importanza del crollo della borsa nello scoppio della Grande Depressione.

Tuttavia, gli storici in altre parti del mondo hanno sottolineato che l’economia globale era già su un percorso discendente prima che i prezzi delle azioni a New York iniziassero a crollare. I prezzi delle case americane raggiunsero il picco verso la metà degli anni ’20 e l’industria delle costruzioni andò in tilt intorno al 1929. La produzione industriale in Germania e Gran Bretagna, le più grandi economie europee, stava già crollando a metà del 1928. In America, il reindirizzamento di capitali verso il già surriscaldato mercato azionario ha aggravato la carenza di credito nel resto del mondo prima dello schianto. Le imprese in Europa e America Latina stavano già affrontando una crisi del credito prima dell’inizio del 1929. Come con l’aumento del protezionismo, sembra che il crollo di Wall Street fu un sintomo dei problemi dell’economia globale, piuttosto che la sua causa di fondo.
 

Gli storici ora si concentrano su un diverso capro espiatorio per l’improvviso crollo economico del 1930: la struttura del sistema finanziario mondiale prima del 1929. In particolare, il lavoro degli storici, come Eichengreen e Peter Temin, ha recentemente sottolineato l’importanza del cattivo funzionamento del sistema monetario aureo quale causa della depressione, così come la sua gravità.

Dalla metà del XIX secolo, la maggior parte dei paesi era ancorato alla propria moneta per un valore fisso di oro, un accordo che divenne noto come “gold standard“. Questo sistema funzionò fino a quando i paesi dovettero aiutarsi l’un l’altro, attraverso dei prestiti, per risolvere periodiche crisi della bilancia dei pagamenti (e fino a quando le scoperte di giacimenti di oro mantenennero le tendenze del livello di prezzo su standard accettabili), ma la prima guerra mondiale interruppe questo sistema. Il risultato fu che molti paesi si trovarono con monete fissate ad un tasso di cambio inadeguato rispetto a quelli di altri paesi. Mentre la Francia e l’America, nel 1920, inizialmente guadagnarono al tenere le loro valute ad un valore molto basso, paesi come la Gran Bretagna e la Germania soffrirono di ricorrenti problemi di bilancia dei pagamenti come risultato delle loro valute sovrastimate.

Questo sistema precipitò alla fine degli anni 1920 quando l’economia globale iniziò quello che, in un primo momento, sembrava essere una normale congiuntura sfavorevole. Quando il calo della domanda globale provocò una crisi della bilancia dei pagamenti nei paesi di tutto il mondo a causa dei deflussi dell’oro, molti furono costretti a utilizzare mezzi fiscali e monetari per sgonfiare le proprie economie e proteggere il valore fisso delle proprie valute (ricorsero anche ai dazi doganali).

Questo trasformò la recessione in una depressione. Secondo alcuni storici monetaristi, le quattro ondate di crisi bancarie nel periodo 1930-1933 che mandarono in bancarotta la metà delle banche americane furono causate dalle strette monetarie della Federal Reserve in risposta a deflussi di oro. Effetti simili sono stati osservati anche in Europa. L’austerità in Germania e in Austria portarono a un’ondata di fallimenti bancari nel 1931, facendo precipitare l’economia europea centrale nel suo più grave periodo di contrazione. Secondo una ricerca condotta dal Eichengreen, i paesi che sfuggirono al gold standard e adottarono per primi i tassi di cambio fluttuanti, come ad esempio la Gran Bretagna nel 1931 e l’America nel 1933, ebbero la tendenza a recuperare prima e molto più velocemente. La critica sulla politica monetaria come filo conduttore della depressione è stata introdotta dal libro A Monetary History of the United States, 1867–1960 di Milton Friedman e Anna Schwartz, uscito per la prima volta nel 1963 .

I politici hanno tratto alcune lezioni dal 1930. A differenza della Grande Depressione, le banche centrali in Gran Bretagna e in America hanno evitato inutili strette monetarie. Invece, hanno tagliato i tassi di interesse e utilizzati stimoli monetari non convenzionali come l’alleggerimento quantitativo, nel tentativo di respingere la deflazione (un flagello della depressione). Anche il ruolo delle crisi bancarie nella trasformazione da una normale recessione ad una depressione profonda è stata riconosciuta. I governi le hanno provate tutte per evitare che il fallimento della Lehman Brothers generasse una crisi finanziaria globale, pienamente consapevoli del ruolo che ebbe il contagio finanziario negli anni ’30.

Tuttavia, può essere più difficile di quanto si pensi intravedere la lezione appresa dalla Grande Depressione rispetto ai problemi attuali europei. La zona euro è un sistema di cambi fissi, con elementi simili a quelli del gold standard. Ma i vincoli politici ed economici che frenano le politiche nazionali sono diverse da quelle che prevalsero negli anni ’30. Oggi gli economisti sostengono che, attualmente, la maggiore integrazione finanziaria europea porta la zona euro verso una prospettiva molto più rischiosa rispetto a quella che avrebbe portato il gold standard dopo gli anni ’30. Ma la zona euro ha una banca centrale che può stampare moneta – qualcosa che il sistema gold standard non aveva.

Forse gli storici possono dare un contributo migliore, garantendo che non venga fatto un abuso della storia passata nel dibattito sulla crisi dei nostri giorni. Per esempio, dare tutta la colpa a Wall Street per la Grande Depressione – o ai banchieri, nella crisi odierna – non regge ad un esame storico. La responsabilità può trovarsi più propriamente in una complessa combinazione di fattori, come il modo in cui sono strutturati i sistemi finanziari mondiali. Ma questo deve ancora essere interpretato da prove concrete del presente piuttosto che da “lezioni” semplicistiche del passato. Come scrisse una volta l’economista irlandese Cormac Ó Gráda, “è responsabilità sociale dello storico mandare in frantumi i pericolosi miti del passato”. Tali sentimenti dovrebbero essere rivolti tanto alla Grande Depressione, quanto a qualsiasi altro episodio della storia.

SPECIALE CRISI DI GOVERNO: Berlusconi festeggia i suoi 77 anni

[Traduzione da Vesti]

Silvio Berlusconi, veterano della politica italiana, premier del paese per tre volte, festeggia 77 anni. Nel giorno del suo compleanno, si trova nella lotta per la sopravvivenza politica da preparandosi un regalo sotto forma di un’altra crisi di governo.

L’altro giorno, Berlusconi ha ammesso i suoi sostenitori che sta attraversando il periodo peggiore della sua vita . “Non riesco a dormire, ho perso 11 Kg – un chilogrammo per ogni anno che mi vorrebbero vedere in carcere”, ha detto.

In realtà, i problemi sono sorti da allora famosissimo “attentato” a Berlusconi nel dicembre 2009, quando in una manifestazione a Milano, lo hanno colpito al volto con una statuetta – raffigurante il Duomo di Milano. Qualche tempo dopo, è scoppiato lo scandalo legato alla prostituzione minorile, e poi le dimissioni sotto la pressione delle difficoltà economiche incontrate dall’Italia . Infine, il 1 agosto 2013, Silvio Berlusconi è stato condannato a quattro anni di carcere per frode fiscale, ricorda l’agenzia di stampa Itar-Tass. Ed è proprio questo processo che ha dato luogo a l’inizio dell’umiliante procedura di esclusione di Berlusconi dal Parlamento italiano.

In realtà, questa procedura si sta rivelando il motivo per un’altra crisi di governo che si sta preparando in Italia. In segno di protesta contro prospettive reali di esclusione dell’ex primo ministro dal parlamento, i sostenitori di Berlusconi – del suo partito “Popolo della Libertà” – prima si sono dimessi dal Parlamento, e poi , a seguito dell’appello personale del loro leader, dal governo del paese.

L’attuale esecutivo guidato dal primo ministro Enrico Letta è il risultato di un difficile compromesso tra gli eterni rivali politici – il Popolo della Libertà e il Partito Democratico. In assenza di un sostegno del PDL, Letta perderebbe la maggioranza in parlamento, dove già festeggiano i rappresentanti del Movimento 5 Stelle, di recente formazione ed eccezionalmente entrati in Parlamento. Il leader di questa nuova forza, il comico e blogger Beppe Grillo,  da tempo ha previsto la morte politica del governo italiano.

E’ evidente che il Popolo della Libertà per rimanere fedeli al loro leader, Silvio Berlusconi, sta cercando a tutti i costi di appoggiare la sua attività politica, nonostante all’ex primo ministro gli tocchi dirigere il tutto dai domiciliari. A metà ottobre di quest’anno, Berlusconi dovrà scegliere come portare a termine la condanna, che in conformità con la legge sull’amnistia sarà ridotta da quattro anni a uno. Visto che in Italia, i condannati per crimini minori di età avanzata non vengono messi in prigione, a Berlusconi è stato chiesto di scegliere tra gli arresti domiciliari o i servizi sociali .

Silvio Berlusconi sta aspettando ancora diverse cause, tra cui la decisione della corte d’appello sullo scandaloso “Caso Ruby”, in cui l’ex premier è accusato di prostituzione minorile. In Corte d’appello, il giudice ha già condannato il politico a sette anni di carcere.

Nonostante la sua attività politica degli ultimi giorni, Silvio Berlusconi non è stato visto in pubblico, ad eccezione di un recente video-messaggio registrato dal suo cameraman personale con l’evidente coinvolgimento di truccatori: sullo schermo il patriarca della politica italiana sembrava fresco e sicuro di sé, ma innaturalmente più giovane dei suoi anni.