Categoria: euro

Uno sguardo al 2014

[Traduzione da Euronews]


Solitamente il passaggio tra un anno e l’altro è ricoperto di speranze. Diventa qualcosa di reale per ciascuno di noi, come individui, per le comunità a cui apparteniamo, per interi paesi. Diventa qualcosa di reale, se si festeggia il nuovo anno il 1 ° gennaio, o il Norouz, o la Festa di Primavera, il Capodanno cinese. E – possiamo dirlo? – diventa qualcosa di reale per l’umanità nel suo complesso. Come lo scrittore inglese Samuel Johnson ha detto, “i voli naturali della mente umana non sono da un piacere all’altro, ma da una speranza all’altra”. Oppure bisognerebbe rifarsi più alla saggezza di Friedrich Nietzsche? Il filosofo tedesco vedeva la speranza come “il peggiore di tutti i mali, perché prolunga i tormenti dell’uomo”. Lasceremo a voi decidere se si tende a vedere la bottiglia mezza piena o mezza vuota!

Parlando di noi, qui, a euronews, non possiamo negare di aver messo un po’ di speranza quando abbiamo selezionato gli argomenti che avremmo portato alla vostra attenzione per la nostra pagina “World in 2014”. Quel marchio speciale di speranza “realistica” di cui impariamo a nutrirci quando si trattano affari internazionali.

La speranza di vedere la comunità internazionale raggiungere finalmente il popolo siriano e porre fine a una guerra civile che ha creato la più grave catastrofe umanitaria della storia moderna. Abbiamo dato un’occhiata all’Egitto, alla Tunisia e alla Libia, i primi paesi della primavera araba, sperando di trovare il modo consensuale per avanzare verso una ricostruzione democratica delle loro società. Abbiamo concentrato poi l’attenzione sull’Iran e sull’accordo nucleare ad interim; abbiamo marciato verso nord, verso l’Afghanistan, alla scoperta dell’incredibile intuizione di Churchill, più di un secolo fa, circa la guerra nella regione, sperando che il 2014 potrà porre fine a tre decenni di continue guerre che hanno segnato in modo indelebile generazioni di afgani.

Abbiamo spostato l’attenzione sulle elezioni del Parlamento europeo, chiedendoci quali sono le probabilità che la scelta del futuro capo della Commissione europea rifletta maggiormente l’opzione politica del popolo europeo. In seguito, abbiamo fatto un grande salto verso est, in India, dove la democrazia più popolosa del mondo, sarà messa alla prova dei voti nel 2014. Più a est, abbiamo visto da vicino la disputa territoriale tra Cina e Giappone.

Attraversando il Pacifico, abbiamo messo piede sul suolo americano  valutando se le elezioni di medio termine statunitensi confermeranno il destino di Obama. E ci siamo spostati a passo di samba verso il Brasile, dove il calcio ci coinvolgerà tutti non solo per ballare “Juntos num só ritmo”, ma anche per prestare attenzione alle crescenti disuguaglianze che devono affrontare le economie emergenti.

Un salto al di là dell’Atlantico, abbiamo raggiunto le verdi rive della Scozia, ancora una parte della storia del Regno Unito, ma per quanto tempo? Poi ci siamo diretti verso le coste del Mar Baltico, dove la Lettonia sarà 18° membro della zona euro “nel bene e nel male, in ricchezza e in povertà, in salute e nella malattia”.

Per quanto riguarda i dilemmi digitali che hanno catturato la nostra attenzione…speriamo riescano a catturare anche la vostra!

Un anno di Bibrinews in immagini: post imperdibili che vi siete persi

Un bilancio di alcuni post del Bibrinews di questo 2013 che non vi hanno attirato molto ma dovevano…eccoli in una brevissima carrellata:

1. Un insieme di foto che documentano il passaggio dall’Unione Sovietica alla Federazione Russa

2. Un ritratto molto accurato e crudo sulla cultura occidentale e sul suo ruolo futuro

3. Uno spaccato di quello che rappresentava l’Italia a febbraio, prima delle Elezioni Politiche

4. Il berlusconismo si cura viaggiando: analisi de El Pais sul grave peso della cultura italiana

5. Il Venezuela piange il Caudillo: insieme di link per conoscere in maniera basilare la situazione politica venezuelana

6. Una bellissima raccolta fotografica sull’aspetto nel panorama religioso mondiale

7. Una riflessione importante sulle prime indiscrezioni che vennero fatte rispetto all’attentato di Boston di questa primavera

8. El Pais illustra la sua analisi sulla caduta di Bersani come uomo politico alla fine della sua carriera

9. In Francia la liberalizzazione dei Matrimoni tra persone dello stesso sesso ha scatenato delle proteste anche violente da parte dei “pro-life”. Ci si poteva aspettare di peggio?

10. Bellissimo reportage di Snob.ru su diverse famiglie ingushe in cui uno dei genitori è affetto da HIV.

11. Intervista a Laura Boldrini del giornale greco Ekathimerini

12. L’Ucraina e il suo corso ad ostacoli per “riuscire” a non entrare nell’UE

Ultimi giorni di vita

[Traduzione da Ekathimerini]

Le contrattazioni tra il governo e la troika si fanno sempre più difficili. Nonostante l’immeso dramma, i colloqui sono destinati a finire come sempre: nel compromesso. In poche parole, questo significa il crollo, o almeno un crollo parziale, della linea difensiva costruita dalle amministrazione greche che si sono susseguite; come hanno più volte ceduto agli istituti di credito delle nazioni estere.

Il primo ministro Antonis Samaras e il suo vice, Evangelos Venizelos, mercoledì scorso hanno escluso eventuali misure orizzontali. Al di là della serie di misure strutturali che le amministrazioni greche hanno firmato fino ad ora ma non hanno mai applicato, gli ispettori della troika non hanno ancora chiarito come il divario fiscale sarà coperto. Fedele alla forma, la classe politica sta facendo in modo che l’élite finanziaria locale rimanga illesa.

Nonostante la cacofonia delle ultime settimane per quanto riguarda gli indicatori economici, la dimensione del surplus di bilancio, l’ampliamento della base imponibile e il crescente divario tra le popolazioni rurali e urbane, paradossalmente il problema non è l’economica in senso stretto, ma la politica.

Il sistema politico non riesce ad assolvere i suoi doveri. I partiti europeisti di centro-sinistra, Pasok e Sinistra Democratica, hanno visto un calo significativo della loro influenza elettorale. Ora è lecito chiedersi se riusciranno a raccogliere il 4,5 per cento di cui hanno bisogno per entrare nel Parlamento europeo. Il loro argomento principale contro il partito di sinistra Syriza,finora all’opposizione, è stato la mancanza di chiarezza sul destino di permanenza della Grecia nell’eurozona.


Durante la sua visita in Texas il leader di Syriza, Alexis Tsipras, ha confermato l’impegno del partito per la moneta unica. Certo, le differenze sui dettagli rimangono, ma questi sono di poca importanza in politica.

Nel frattempo, a destra, la Grecia è divisa. L’attacco ad Alba Dorata e al suo marchio considerata alla stregua di un organizzazione criminale, in realtà, non ha dato i suoi frutti. La recente uccisione di due membri di Alba Dorata da parte di alcuni terroristi ha facilitato la ricaduta in seguito all’assassinio del rapper di sinistra, Pavlos Fyssas, da parte di un membro del partito neo-nazista.

Almeno il crollo del movimento sindacale offre qualche conforto. Solo il partito comunista (KKE), riesce ancora a mettere insieme un numero considerevole di persone nelle sporadiche manifestazioni di protesta.

La delusione è molto diffusa ed è diretta contro i deputati che stanno cercando di passare la rabbia della gente sul potere esecutivo e questo rappresenta la disorganizzazione del governo. E’ difficile negare che il sistema politico non si stia dissolvendo.

L’incubo democratico

[Traduzione da The Economist]

Per chi la critica, l’Unione Europea è nata nel peccato: un progetto ideato da e per le élite, privo di legittimità democratica. Tutti i tentativi di rendere buono il “deficit democratico”, un termine coniato nel 1970, sono falliti. Elezioni dirette del Parlamento europeo (PE)? L’affluenza alle urne è scesa da quando sono state istituite nel 1979. Dare un potere reale al parlamento? Il parlamento non ha mai avuto così tanto peso, ma la fiducia nell’UE è a un minimo storico .
 
La crisi economica in Europa si sta rivelando un grave problema cronico. Una ragione è che, in particolare nella zona euro, Bruxelles si sta intrufolando sempre più profondamente nella vita nazionale, immischiandosi in tutto, dai bilanci alle pensioni e alla formazione dei salari. Un altro motivo è il contraccolpo atteso dagli elettori nelle elezioni del prossimo maggio al PE. Ci saranno grandi vittorie per i partiti anti-europei e anti-immigrati di tutti i colori – dai nativisti dalla lingua tagliente del Partito Indipendentista britannico ai criminali neonazisti greci di Alba Dorata. I partiti euroscettici potrebbero vincere alle urne in Francia, Gran Bretagna e Paesi Bassi, e potranno avere buoni risultati in Finlandia e in Italia , e in più mite apparenza potrebbero vincere dei seggi per la prima volta in Germania.

Il senso di allarme è palpabile. François Hollande, il presidente francese, afferma che l’ascesa di nazionalisti ed euroscettici potrebbe portare a “regressione e paralisi”. Enrico Letta , il primo ministro italiano, ha calcolato che gli euroscettici potrebbero vincere fino a un terzo dei seggi. Radicali e populisti sono un gruppo eterogeneo, preferendo fare discorsi che influenza politica, così i centristi dovrebbe essere ancora in grado di ottenere ruoli parlamentari importanti. Forse l’influenza più grande sarà l’avvelenamento della politica interna, che potrebbe ostacolare il processo decisionale dei governi.

Come far fronte a tutto questo? Letta è tra chi vuole spronare le forze pro-europee trasformando l’elezioni europee in una elezione per il prossimo presidente della Commissione europea. Le principali “famiglie” politiche europee, le ampie coalizioni di partiti nazionali che dominano il parlamento, affermano che organizzeranno ogni campagna politica dietro un candidato “presidenziale”. I socialisti sembrano propensi a scegliere Martin Schulz, l’esuberante presidente tedesco del PE. I verdi stanno pianificando delle primarie aperte. I conservatori , destinati a rimanere il più grande raggruppamento, sembrano essere ancora in un vicolo cieco.

I sostenitori sperano di iniettare entusiasmo, rafforzare il mandato democratico della commissione, concentrando tutto sulle tematiche europee, e alzare la posta in gioco per evitare che il voto si trasformi in una protesta contro i governi nazionali impopolari. A meno che non ci sia qualche politico sangue-e-budella, dicono, i cittadini si rivolgeranno ai populisti .

Eppure l’Unione europea non è uno Stato, e la Commissione non è un governo. Essa ha il diritto quasi esclusivo di proporre una nuova legislazione, che deve essere approvata sia dal Consiglio dei ministri (che rappresenta i governi) che dal PE. Ma è anche un servizio civile, poliziotto del mercato unico e cane da guardia della concorrenza. In una nuova pubblicazione, il Centre for European Reform (CER), un gruppo di esperti britannico, sostiene che la Commissione “ha bisogno di agire come arbitro nel gioco politico, non come il capitano di una delle squadre”.

I leader nazionali hanno sempre nominato il presidente e gli altri 27 commissari, e non vorranno che vengano dettati dal Parlamento europeo, che la maggior parte considera come un fastidio . Il Trattato di Lisbona ha reso confuso con mailizia tale processo: si dice che i leader dovrebbero proporre un presidente “tenendo conto” del risultato elettoral , il candidato “viene eletto” dal PE. La disputa su chi sceglie, e controlla, il Presidente della Commissione può causare più ingorghi a Bruxelles di quanto potrebbero mai fare dei chiassosi euroscettici.

Una commissione più faziosa rischia di perdere credibilità nelle sue funzioni semi-giudiziari, come le decisioni sugli aiuti agli Stati (ad esempio, il salvataggio delle banche) e di far rispettare le regole antitrust. La Commissione ha acquisito maggiori poteri per esaminare i bilanci nazionali e le politiche economiche, e raccomandare sanzioni . Si propone di essere la massima autorità per la liquidazione delle banche. I primi ministri e presidenti vogliono consegnare fucili caricati a un presidente della Commissione apertamente  schierato?

L’UE ha bisogno di commissari migliori, ma l’elezione del presidente potrebbe restringere il campo. I primi ministri in carica non rischierebbero il proprio incarico nazionale per un mandato europeo, la scelta sarebbe ricaduta su politici senza lavoro o membri di Bruxelles. E gli elettori è certo che rimarranno delusi. Il Presidente della Commissione non decide le questioni che gli stanno più a cuore. Votare contro l’austerità in Parlamento non cambierebbe il fatto che i creditori fissano le condizioni per i salvataggi.

L’enigma irrisolvibile

L’Unione europea è in parte un’organizzazione internazionale ibrida e in parte una federazione. Non ci sono soluzioni chiare per l’enigma democratico. Un presidente semi-eletto potrebbe offrire la peggiore combinazione: troppo di parte per conservare la fiducia dei leader nazionali, troppo debole per guadagnarsi la fedeltà dei cittadini che potrebbero pensere di eleggere il presidente d’Europa, ma otterrebbe solo un debole segretario generale.

Una elezione diretta ha un senso se alla Commissione dovesse mai essere concessa l’autorità federale, inclusi i poteri di imposizione fiscale. Anche così, potrebbe avere bisogno di rinunciare a una parte delle sue funzioni regolamentari e tecnocratiche. Per ora Tesori rimangono strettamente nazionale. Eppure il problema della legittimità è pressante. Una risposta potrebbe essere che i parlamenti nazionali facciano un lavoro migliore di supporto dei ministri per tenerli aggiornati sulle decisioni che prendono a Bruxelles. Il CER propone un “forum” di parlamentari nazionali che esamini le azioni dell’UE in cui il PE non ha voce, per esempio, nell’elaborazione di pacchetti di salvataggio.

I politici europei non possono prevalere in nessun modo quelli nazionali in termini di legittimità e di interesse pubblico. Così è per i leader nazionali che non possono condurre la lotta contro gli euroscettici: smettere di incolpare l’UE per tutti i mali, difendere i benefici dell’integrazione, correggere i suoi difetti e, nella zona euro, spiegare le riforme necessarie per rimanere nella moneta unica. Sarebbe un grande errore lasciare che gli euroscettici sostengano le bandiere nazionali per sé stessi; la bandiera stellata dell’Unione europea non è sostituibile.

Il letargo politico tedesco

[Traduzione da El Pais]

In lingua tedesca c’è un aggettivo che esprime con precisione lo stato d’animo predominante nella società tedesca di oggi. L’aggettivo è gemütlich. Potrebbe essere tradotto come comodo, confortevole, ma come Jorge Luis Borges avvertì in una famosa poesia, per quanto riguarda la lingua tedesca, il dizionario non da certezza. Possiamo affermare che la parola si riferisce alla sensazione di essere a proprio agio, di godere del calore del caminetto e la morbidezza di una coperta quando fuori fa freddo, piove e tira vento. Poche settimane prima delle elezioni politiche, la Germania vive un momento gemütlich. Tra i suoi cittadini si è diffusa la convinzione che come a casa non è da nessuna parte. Di tanto in tanto, attraverso le fessure delle finestre, arrivano echi di rumori provocati dalla crisi economica lì fuori, soprattutto nell’Europa del sud. Così i problemi radicati al di là dei confini danno la soddisfazione sullo stato delle cose nel proprio paese. Nessuno dubita che domenica 22 settembre le urne premieranno la continuità. Coloro che avevano predetto nel 2005 che ci sarebbe stata una era Merkel ci ha azzeccato in pieno. Un’era senza eventi storici, senza risultati spettacolari e senza turbolenza politica. Un’era dalle tonalità grigie, tranquilla, gemütlich.
 
L’immagine della cancelliera tedesca, spesso nata dal risentimento, che si è creata in alcuni paesi dell’Unione europea è imprecisa. Questa immagine non solo ignora l’impegno europeo di Angela Merkel, ma anche le sue virtù come il calore e il senso dell’umorismo. Informazioni insufficienti o fuorvianti, uniti a topoi storici, cerca di trasformarla in una donna di ferro, inflessibile e potente, ovviando in tal modo ai suoi maggiori difetti: uno stile di governare titubante, la paura del cambiamento o la riluttanza di introdurre riforme strutturali che richiedano alle nazioni indebitate uno scambio di aiuti economici. La Merkel è oggi la Mutti della Germania, la mammina insostituibile mantiene vivo il fuoco nel camino.
 
No mancano analisti ed esperti ad richiamare l’attenzione sui rischi connessi al limitarsi solo sulle politiche a breve termine, effettuate con un occhio alle urne. E’ vero che la ripresa dell’economia, il basso tasso di disoccupazione e la grande riscossione delle imposte, in gran parte contribuiscono a dare un aspetto roseo al presente. Ma è anche vero che la Germania, in materia di politiche sociali, educative o demografiche, sta trascurando l’adozione di misure preventive, come se avesse paura di disturbare la gente dipingendo un quadro di problemi futuri.
 
E’ noto che, alla vigilia delle elezioni, solo un temerario varerebbe riforme che creano incertezza o richiedono sacrifici, soprattutto se incidono sulle tasche dei cittadini. Le campagne elettorali, per chi non lo sa, vengono organizzate per fare promesse e criticare l’avversario. E in un paese composto da 16 länder, è raro l’anno in cui non si tengono un paio di elezioni, senza contare le comunali, le europee e le politiche. La paura della perdita del favore popolare determina i programmi e i giochi di strategia. E anche se la coalizione di governo non nega la necessità delle misure adottate dai socialdemocratici ai tempi di Gerhard Schröder (l’Agenda 2010, il pensionamento a 67 anni), l’SPD continua a pagare in perdita di voti quei cambiamenti strutturali. L’SPD è così sicuro della sconfitta, che il 22 agosto aveva già convocato, su iniziativa del leader, Sigmar Gabriel, un convegno per decidere i nomi dei capi del partito a venire, con lui di nuovo in testa ovviamente.
 
La campagna, libera da questioni che infiammano gli animi e  da ideologie, ridotta a uno scambio di opinioni su temi specifici (cortili nelle scuole materne, per esempio), avvalora la sensazione generale di stagnazione. Recenti indagini confermano che la popolazione tedesca non era mai  stata così soddisfatta della situazione politica. Nemmeno le recenti rivelazioni di Edward Snowden  sono servite a minare il prestigio del governo. Il candidato socialdemocratico ha messo in scena una sorta di lamentela. In seguito si è venuto a sapere che l’accordo che consentiva ai servizi segreti statunitensi di sbirciare nelle e-mail e nei telefoni dei tedeschi era opera tacita del suo partito nel 2002.
 
Giorni fa, il filosofo Peter Sloterdijk ha inventato un concetto per descrivere l’attuale situazione politica in Germania: letargocrazia. Gli hanno chiesto cosa pensasse delle prossime elezioni. Con ironia ha chiesto in che giorni si terranno.

VAF-F-35

Siamo di fronte alle vecchie maniere politiche, a vecchi meccanismi di cui non ci siamo ancora riusciti a liberare: “ritarda l’IMU!”, “ritarda l’aumento dell’IVA!” quasi fossero dei diktat. Ma la gente non sa che sono solo slogan, prima o poi il bumerang torna indietro. I soldi per stimolare lavoro e occupazione dove li prenderemo? Qualcuno si è informato a riguardo? La risposta la sappiamo in molti: NO!

Ora siamo confusi dalla condanna in primo grado di Berlusconi, ma i punti da chiarire sono tanti (dimostrate, cari giudici, che 31 persone hanno detto il falso); i politici si dividono sugli F-35, i cui soldi potrebbero essere spesi per qualcosa di molto più urgente.
Non serve mettersi molto a ragionare, ma quello che in Italia deve cambiare urgentemente è l’italiano stesso: quello che non si informa, quello che va dietro alle primo cose che sente, quello che vota Berlusconi-Bersani-Grillo e chi per loro. Gli italiani che non sanno eleggere un leader. Gli italiani che tirano l’acqua al proprio mulino nel loro piccolo.

Non nascondiamoci più dietro ad un dito. Gli strumenti li abbiamo: bisogna iniziare a provare ad usarli. Il governo non eletto da noi, ha già ben dimostrato le difficoltà di questa classe politica, ma anche le difficoltà di una società civile alla deriva culturale ed emozionale. Troppo legati a giudicare gli omicidi in TV, troppo occupati a seguire la vita di persone comuni che diventano famose con i reality. Siamo rimasti fermi in un tempo che ci autolesiona, troppo preoccupati dei giudizi, troppo preoccupati a non essere accettati, senza sviluppare il nostro vero io.
Siamo volgarmente inadatti ad una vita puramente corretta e democratica. E questo sembra un dato di fatto. Ma siamo proprio sicuri di non riuscire a cambiare? Fino a quando saremo convinti che il Movimento 5 stelle è la vera rivoluzione, rimarremo qui a spartirci i carrarmatini di Risiko con la missione di conquistare un nuovo paesaggio lunare.

Confessioni a voce bassa

[Traduzione da Libération]

Ormai sarà difficile immaginari i funzionari del Fondo Monetario Internazionale (FMI) al capezzale di un paese in difficoltà finanziaria, dandogli lezioni di buon comportamento senza suscitare una dose massiccia di sfiducia. I governi e i rappresentanti della società civile rischiano così di diventare più prudenti alla vista di presunti inviati speciali del FMI. E con buone ragioni. In un rapporto “strettamente confidenziale”, reso pubblico Mercoledì, l’istituzione di Breton Woods ha riconosciuto che il primo piano di salvataggio della Grecia, nel 2010, (110 miliardi di euro) ha portato ad “errori significativi”.

All’epoca, il Fondo si aspettava infatti che la Grecia tornasse a crescere nel 2012. Ma, dal 2008, il paese non ha smesso di affondare: prima in una fase di recessione, poi di depressione. Negli ultimi sei anni, il calo accumulato del PIL ha superato il 30%. Risultato: invece di ridurre il debito pubblico (in rapporto al PIL) lo ha porta a gonfiarsi costantemente, nonostante drastici tagli alla spesa di qualsiasi tipo. Da 115% del prodotto interno lordo nel 2008, il debito pubblico ha raggiunto il 170% oggi. E, sullo sfondo, un tasso di disoccupazione che si avvicina al 28% della popolazione in età lavorativa e che si abbatte come un cancro sul 60% dei giovani. Mai visto niente del genere. “La fiducia dei mercati non è stata ripristinata […] e l’economia stava affrontando una recessione molto più forte del previsto,” ha detto il FMI, notando che la Grecia ha dovuto essere salvata massivamente una seconda volta nella primavera 2012.

Fulmini. Dopo aver assegnato il berretto da somaro, l’istituzione internazionale, allora guidata da Dominique Strauss-Kahn, in questa relazione per uso interno, ha indicato un insieme di disaccordi con i suoi partner europei nella troika dei creditori della Grecia (UE, BCE e FMI). Il FMI ha punzecchiato in modo particolare la Commissione europea. La ristrutturazione del debito nel 2012 quindi, per ammissione dell’istituzione stessa, è avvenuta troppo tardi. “Ma al Fondo è stato richiesto di negoziare prima con i paesi della zona euro […], e poi con le autorità greche”, dice il rapporto, creando una fonte di “incertezza”, alimentato da esitazioni europee.

Questi critici hanno subito scatenato l’ira della Commissione Europea. “Siamo totalmente in disaccordo con questa posizione”, ha detto ieri un portavoce della Commissione, sostenendo che il rapporto del FMI “non prende in considerazione l’interconnessione tra i paesi della zona euro”. “Una ristrutturazione del debito avrebbe comportato il rischio di contagio sistemico se fosse stato preso in questo stadio”, ha aggiunto, sottolineando che tutti i partner della troika hanno condiviso questo parere, al momento. Nessun mea culpa, da parte di di Bruxelles: “Siamo totalmente in disaccordo con l’idea che non ci sarebbe stato abbastanza sforzo per identificare le riforme strutturali per promuovere la crescita”. Ed è stato messo in evidenza che la Troika è stata “creata dal niente”. Insomma, ha dovuto imparare sul lavoro.

Prima della “fuga” del rapporto del FMI, la Germania, da parte sua, non ha nascosto il suo averne fin sopra i capelli della troika. “Ne abbiamo abbastanza di coloro che ritornano da Washington e non prendono decisioni” insieme con gli europei, potrebbe esser stato sentito di recente anche all’interno dell’entourage della Cancelliere. Angela Merkel avrà abbastanza colpa per misure impopolari, sottolinea la stessa, come una difesa, ma la Germania si era opposta al forte aumento dell’IVA in Grecia, a differenza del FMI.

Una inefficace organizzazione, una mancata chiarezza nella divisione del lavoro…queste sono le altre questioni sollevate dal FMI. Arrivando persino ad accusare gli europei della loro mancanza di esperienza e di “competenze”.

Ieri, nel tardo pomeriggio, e probabilmente per calmare la situazione, il Fondo ha cercato di chiarire le sue critiche contro gli europei: “Anche se ci sono aree in cui sono possibili miglioramenti, la troika ha lavorato e lavora bene”, ha detto un portavoce del FMI.

Aggiornamento. Per Kostas Vergopoulos, docente dell’Università di Parigi VIII, ora è in gioco la questione della cattiva governance globale. “Dal rapporto è trapelato perché il FMI vuole mettere pressione sull’Europa affinché accettai e metta fine ad una austerità la cui ristrettezza è un suicidio per i paesi del sud Europa in generale, e per la Grecia in particolare. Questo non è probabilmente una fuga banale. Viene dall’alto. Nel peggiore dei casi, il FMI può sempre dire che siete stati avvertiti”.

Inoltre non è la prima volta che il FMI ha fatto il suo Aggiornamento. Nel mese di ottobre, il suo capo economista, Olivier Blanchard, ha suscitato stupore ammettendo di aver sottovalutato i “moltiplicatori fiscali” che misurano l’impatto della politica di austerità sulla crescita. Chiaramente, una diminuzione della spesa pubblica (o aumenti delle imposte) di un euro, destinati a ridurre il deficit, non porterrebbe ad un calo di 0,5 €  del PIL come era stato pensato dal Fondo monetario internazionale, ma di 1,7€ ! Una dimostrare del fatto che i greci sperimentano…sulla loro pelle.