Categoria: La Storia siamo Noi

[SPECIALE CRISI UCRAINA] La Crimea è russa: così la pensano in Russia

[Traduzione da The Guardian]

Può una cosa essere evidente ed incredibile allo stesso tempo? Certamente. Soprattutto se non si vuole ammettere la realtà dei fatti. Fino a quando le truppe russe non sono sbarcate in Crimea, molti russi erano incapaci di ammettere la realtà descritta da Vladimir Putin. “Abbaia ma non morde”, pensavano.
Non che Putin abbia tenuto segrete le sue intenzioni. Ha sempre promosso l’idea che l’Unione Sovietica fosse una potenza colonizzatrice; inoltre, definì il crollo dell’URSS “la più grande catastrofe geopolitica dei nostri tempi”.
Di recente, ha annesso una parte della Georgia per mezzo di un’invasione militare nel 2008. Ma ci sono due differenza tra la situazione georgiana e quella ucraina. Tecnicamente non fu Putin, ma Medvedev, allora presidente della Federazione Russa, ad invadere la Georgia. Molto più importante, i liberali russi non appoggiarono molto i loro ragazzi in Georgia durante la guerra; anzi, erano scarsamente consapevoli delle lotte politiche all’interno del paese.

L’Ucraina è diversa: per tre mesi i russi sono rimasti a guardare l’impasse, gli oppositori vennero identificati con le forze anti- Yanukovich a Kiev.
Forse l’ultima volta che l’intellighenzia russa è stata spettatrice di controversie interne di un altro paese fu precisamente il 1968 durante la Primavera di Praga, dove speravano che i cechi riuscissero a costruire quello che loro definivano “socialismo dal volto umano”. Credevano anche che avrebbero mantenuto la promesso per una vita migliore in Unione Sovietica. Nell’agosto del ’68, i sovietici invasero la Cecoslovacchia, reprimendo la Primavera di Praga. A mosca, sette persone scesero in strada per protestare contro l’invasione; vennero arrestati ed così nacque il nuovo movimento dissidente.
Il parallelismo finisce qui. E’ probabile che quello che sta avvenendo in Ucraina fomenti dei nuovi movimenti di protesta in Russia: il giro di vite in corso sulla società civile, rende il prezzo della protesta troppo alto. Eppure, l’invasione della Crimea è una pietra miliare della politica interna russa.
E’ il segnale della perdita dell’ingenuità: non per molto i russi continueranno a pensare che Putin sia semplicemente un nostalgico dell’URSS. E’anche il segnale della sempre maggiore polarizzazione della società russa: in aggiunta a tutte le altre linee lungo le quali i russi sono divisi e attraverso il quale il dialogo civile è impossibile, ora c’è l’abisso tra sostenitori e oppositori dell’annessione prevista. Significa anche che la repressione politica in Russia si intensificherà ulteriormente.
Queste conseguenze evidenti e tragiche oscurano la sfida che la nuova guerra di Crimea pone alla coscienza post-imperiale della Russia. “Posso essere ragionevole su tutto, ma non posso dare la Crimea”, fu una delle ultime linee di pensiero di Galina Starovoitova, consigliere sulle politiche nazionali di Boris Eltsin, che ha supervisionato i primi tentativi della Russia di liberare le sue colonie.

Voleva dire che, come quasi ogni russo, sentiva la zona balneare del Mar Nero parte del suo diritto di nascita, qualunque cosa le mappe potessero dire. La maggior parte, se non tutti i russi, nutrono questo pensiero di eccezione verso la Crimea, anche se appartengono alla minoranza che rifiuta la nostalgia sovietica.

Se la Russia ha funzionato come società con stato di diritto e una certa comprensione comune della sua storia complicata, l’inibizione contro l’agire su questo impulso eccezionalista sarebbe venuto dall’alto. Ma con l’invio di truppe in Crimea da parte del governo, spetta ai singoli russi trovare gli argomenti e, ancora più difficile, le motivazioni per opporsi all’aggressione.

Uno sguardo su Maidan: LIVE

Cari Bibrinauti,

un atto dovuto è quello di farvi vedere in diretto ciò che sta succedendo in Ucraina in questi minuti.

Gli scontri tra manifestanti e polizia continua, facendosi sempre più feroce.
Vi consiglio, se non avete notizia a riguardo, di informarvi sulla situazione ucraina e cosa si sta cercando di cambiare. Torneremo presto con degli speciali a riguardo.

Ariel Sharon (1928-2014)

[Traduzione e foto da Gazeta]

All’età di 85 anni, muore l’ex primo ministro israeliano Ariel Sharon. E’ stato in come in questi ultimi otto anni. I primi di gennaio, i medici hanno dichiarato che al politico è stato riscontrato una progressiva insufficienza poliorganica che ha portato lentamente allo spegnimento dei sistemi funzionali dell’organismo.

Per appronfondire l’argomento, il Bibrinews consiglia:

  • Ariel Sharon nella storia di Israele (Cronache Internazionali)
  • Ariel Sharon. Una personalità controversa che lascia un segno nella storia. Non solo d’Israele (Euronews)
  • È morto Ariel Sharon (Il Post)
  • Ariel Sharon è morto. Dalle guerre di Israele a un coma lungo 8 anni. Biografia di un bulldozer (Huffington Post)

Cosa abbiamo da imparare dalla Grande depressione?

[Traduzione da The Economist]

Dall’inizio di ciò che alcuni ormai chiamano “la grande recessione”, nel 2007, gli economisti non hanno potuto evitare il confronto con la Grande Depressione dei primi anni 1930. Per alcuni, le somiglianze sono evidenti. Gli economisti come Paul Krugman e Barry Eichengreen hanno individuato diversi parallelismi tra i due crolli. Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha messo in guardia più volte nel corso degli ultimi anni sul fatto che il mondo avrebbe rischiato di cadere in una nuova “Grande Depressione”. Gli stessi esperti di storia economica hanno avuto un ruolo senza precedenti nel processo decisionale durante la recente crisi. Ben Bernanke alla Federal Reserve e la consigliere-amministrativa di Obama, Christina Romer, hanno entrambi una formazione accademica nella disciplina in questione.

Possono degli esperti di storia economica dare consigli politici sulla base di quello che credevano avesse causato la Grande Depressione? Una discussione su questo argomento è stata portata avanti dai migliori storici di economia della Gran Bretagna in una conferenza all’Università di Cambridge il 4 novembre. La questione è risultata più complessa di quanto appaia a prima vista. Anche se ci sono somiglianze tra questa crisi e quella del 1930, molti altri aspetti quali la tecnologia, la geopolitica, e il ruolo dello stato sono cambiati radicalmente nel periodo tra i due eventi storici. I mercati finanziari e dei sistemi di credito ora funzionano in modo diverso rispetto ad allora. Esotici strumenti derivati come CDO e CDS sono diventati ampiamente utilizzati solo nel 1990. Non esistevano istituzioni economiche globali come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, e l’Europa dipendeva dal Trattato di Versailles, non dall’Unione europea.

Ma ciò che ha reso la lezione più difficile è che molti punti di vista tradizionali circa le cause della depressione sono stati rovesciati dagli accademici negli ultimi decenni.

Prendiamo, ad esempio, l’opinione secondo cui l’aumento del protezionismo, come ad esempio la legge Smoot-Hawley del 1930, abbia “causato” la Grande Depressione. Secondo una ricerca condotta da Paul Bairoch, i prezzi sono scesi nel periodo immediatamente precedente il disastro economico. Ha riscontrato che i tassi medi annui doganali dei paesi dell’Europa continentale sono rimasti sostanzialmente stabili tra il 1913 e il 1927, passando solo dal 24,6% al 24,9% in quei quattordici anni. I tariffari europei hanno continuato a mantenersi stabili fino al 1930, ben dopo l’inizio della depressione. Al di fuori dell’Europa, le tariffe medie sono scese nel periodo 1927-1929 come risultato del successo della Conferenza economica internazionale del 1927, momento in cui i paesi di tutto il mondo decisero di ridurre le barriere commerciali.

Anche se l’aumento del protezionismo amplificò la velocità e la profondità della crisi, quando nel 1930 le tariffe iniziarono ad aumentare, fu responsabile solamente di una parte del calo del PIL mondiale durante la Depressione. Dal momento che, nel 1929, le esportazioni americane rappresentavano solo il 7% del PIL, il calo dei volumi commerciali possono spiegare solo una parte della riduzione del 29,5% del PIL reale avvenuto tra il 1929 e il 1933.

L’idea che il crollo di Wall Street abbia causato la crisi economica ha perso consensi negli ultimi anni. Questa percezione è stata resa popolare dall’economista-insegnante ad Harvard, JK Galbraith, che nel 1950 sottolineò l’importanza del crollo della borsa nello scoppio della Grande Depressione.

Tuttavia, gli storici in altre parti del mondo hanno sottolineato che l’economia globale era già su un percorso discendente prima che i prezzi delle azioni a New York iniziassero a crollare. I prezzi delle case americane raggiunsero il picco verso la metà degli anni ’20 e l’industria delle costruzioni andò in tilt intorno al 1929. La produzione industriale in Germania e Gran Bretagna, le più grandi economie europee, stava già crollando a metà del 1928. In America, il reindirizzamento di capitali verso il già surriscaldato mercato azionario ha aggravato la carenza di credito nel resto del mondo prima dello schianto. Le imprese in Europa e America Latina stavano già affrontando una crisi del credito prima dell’inizio del 1929. Come con l’aumento del protezionismo, sembra che il crollo di Wall Street fu un sintomo dei problemi dell’economia globale, piuttosto che la sua causa di fondo.
 

Gli storici ora si concentrano su un diverso capro espiatorio per l’improvviso crollo economico del 1930: la struttura del sistema finanziario mondiale prima del 1929. In particolare, il lavoro degli storici, come Eichengreen e Peter Temin, ha recentemente sottolineato l’importanza del cattivo funzionamento del sistema monetario aureo quale causa della depressione, così come la sua gravità.

Dalla metà del XIX secolo, la maggior parte dei paesi era ancorato alla propria moneta per un valore fisso di oro, un accordo che divenne noto come “gold standard“. Questo sistema funzionò fino a quando i paesi dovettero aiutarsi l’un l’altro, attraverso dei prestiti, per risolvere periodiche crisi della bilancia dei pagamenti (e fino a quando le scoperte di giacimenti di oro mantenennero le tendenze del livello di prezzo su standard accettabili), ma la prima guerra mondiale interruppe questo sistema. Il risultato fu che molti paesi si trovarono con monete fissate ad un tasso di cambio inadeguato rispetto a quelli di altri paesi. Mentre la Francia e l’America, nel 1920, inizialmente guadagnarono al tenere le loro valute ad un valore molto basso, paesi come la Gran Bretagna e la Germania soffrirono di ricorrenti problemi di bilancia dei pagamenti come risultato delle loro valute sovrastimate.

Questo sistema precipitò alla fine degli anni 1920 quando l’economia globale iniziò quello che, in un primo momento, sembrava essere una normale congiuntura sfavorevole. Quando il calo della domanda globale provocò una crisi della bilancia dei pagamenti nei paesi di tutto il mondo a causa dei deflussi dell’oro, molti furono costretti a utilizzare mezzi fiscali e monetari per sgonfiare le proprie economie e proteggere il valore fisso delle proprie valute (ricorsero anche ai dazi doganali).

Questo trasformò la recessione in una depressione. Secondo alcuni storici monetaristi, le quattro ondate di crisi bancarie nel periodo 1930-1933 che mandarono in bancarotta la metà delle banche americane furono causate dalle strette monetarie della Federal Reserve in risposta a deflussi di oro. Effetti simili sono stati osservati anche in Europa. L’austerità in Germania e in Austria portarono a un’ondata di fallimenti bancari nel 1931, facendo precipitare l’economia europea centrale nel suo più grave periodo di contrazione. Secondo una ricerca condotta dal Eichengreen, i paesi che sfuggirono al gold standard e adottarono per primi i tassi di cambio fluttuanti, come ad esempio la Gran Bretagna nel 1931 e l’America nel 1933, ebbero la tendenza a recuperare prima e molto più velocemente. La critica sulla politica monetaria come filo conduttore della depressione è stata introdotta dal libro A Monetary History of the United States, 1867–1960 di Milton Friedman e Anna Schwartz, uscito per la prima volta nel 1963 .

I politici hanno tratto alcune lezioni dal 1930. A differenza della Grande Depressione, le banche centrali in Gran Bretagna e in America hanno evitato inutili strette monetarie. Invece, hanno tagliato i tassi di interesse e utilizzati stimoli monetari non convenzionali come l’alleggerimento quantitativo, nel tentativo di respingere la deflazione (un flagello della depressione). Anche il ruolo delle crisi bancarie nella trasformazione da una normale recessione ad una depressione profonda è stata riconosciuta. I governi le hanno provate tutte per evitare che il fallimento della Lehman Brothers generasse una crisi finanziaria globale, pienamente consapevoli del ruolo che ebbe il contagio finanziario negli anni ’30.

Tuttavia, può essere più difficile di quanto si pensi intravedere la lezione appresa dalla Grande Depressione rispetto ai problemi attuali europei. La zona euro è un sistema di cambi fissi, con elementi simili a quelli del gold standard. Ma i vincoli politici ed economici che frenano le politiche nazionali sono diverse da quelle che prevalsero negli anni ’30. Oggi gli economisti sostengono che, attualmente, la maggiore integrazione finanziaria europea porta la zona euro verso una prospettiva molto più rischiosa rispetto a quella che avrebbe portato il gold standard dopo gli anni ’30. Ma la zona euro ha una banca centrale che può stampare moneta – qualcosa che il sistema gold standard non aveva.

Forse gli storici possono dare un contributo migliore, garantendo che non venga fatto un abuso della storia passata nel dibattito sulla crisi dei nostri giorni. Per esempio, dare tutta la colpa a Wall Street per la Grande Depressione – o ai banchieri, nella crisi odierna – non regge ad un esame storico. La responsabilità può trovarsi più propriamente in una complessa combinazione di fattori, come il modo in cui sono strutturati i sistemi finanziari mondiali. Ma questo deve ancora essere interpretato da prove concrete del presente piuttosto che da “lezioni” semplicistiche del passato. Come scrisse una volta l’economista irlandese Cormac Ó Gráda, “è responsabilità sociale dello storico mandare in frantumi i pericolosi miti del passato”. Tali sentimenti dovrebbero essere rivolti tanto alla Grande Depressione, quanto a qualsiasi altro episodio della storia.

Tadeusz Mazowiecki (1927-2013)

[Traduzione da El Pais]

L’ eroe sconosciuto della transizione post-comunista, Tadeusz Mazowiecki, è morto all’età di 86 anni. Mazowiecki divenne il primo premier non comunista dell’Europa orientale dopo la seconda guerra mondiale, ricoprendo la carica dal settembre 1989 al gennaio 1991. Un intellettuale tranquillo – che i vignettisti polacchi raffiguravano come una tartaruga – simboleggiò la fine del comunismo come Lech Walesa, ma durante il suo governo, in Polonia, la fase transitoria da una dittatura comunista a democrazia liberale fu irreversibile.

Nato in una famiglia cattolica di sinistra, il loro adattarsi alla Polonia comunista fu difficile. Membro di associazioni cattoliche, alla fine degli anni Cinquanta, si è unito all’opposizione tollerata dai comunisti a cui concessero anche una piccola rappresentanza in Parlamento che veniva controllata. Mazowiecki è stato eletto deputato in Parlamento nei primi anni Sessanta, fino a quando i comunisti si accorse che era troppo critico, proibendogli di rinnovare la sua posizione negli anni settanta.

Con un atteggiamento sempre più intransigente nei confronti del governo, Mazowiecki oltrepassò il limite nel mese di agosto del 1980, quando sostenne lo sciopero nel cantiere navale di Danzica e divenne consigliere del nuovo Sindacato Autonomo dei Lavoratori, Solidarność,  e del suo leader, Lech Walesa. Dopo che i comunisti abbatterono Solidarność nel dicembre 1981, introducendo la legge marziale, Mazowiecki fu imprigionato. Dopo essere stato rilasciato, continuò la sua attività in Solidarność a favore della democrazia e altri gruppi.

Dopo l’accordo tra il governo e Solidarność, la Polonia ottenne le sue prime elezioni semi- competitive (solo il 35% dei seggi erano eleggibili democraticamente) nel blocco comunista , aprendo la strada a una transizione graduale verso la democrazia.

Considerato un uomo di consensi, Mazowiecki fu eletto come primo capo di governo non comunista dal 1945, ma dovette affrontare sfide interne e internazionali formidabili. Nel 1989 la Polonia era più libera rispetto al resto del blocco sovietico, ma era immersa in una profonda crisi economica. Il Partito Comunista, inizialmente, mantenne una posizione forte all’interno dell’apparato statale, garantendosi il controllo di settori strategici, tra i quali l’esercito e le forze di sicurezza. Il Generale Jaruzelski, l’architetto della legge marziale, fu eletto presidente dal Partito comunista e dei suoi alleati. La Polonia era ancora nel Patto di Varsavia, era circondata da stati comunisti e migliaia di truppe sovietiche rimasero nel paese.

Mazowiecki ha affrontato questi compiti con tranquilla determinazione. Un uomo di poche parole, non era uomo da grandi discorsi, annunci o iniziative pionieristiche. Si è limitato a lavorare con metodo e con pazienza, raggiungendo progressivamente i suoi obiettivi. È rimasto in carica poco più di un anno, ma in quel periodo lanciò le riforme politiche ed economiche che hanno gettato le basi della democrazia che si consolidò in Polonia durante gli anni seccessivi.

In politica estera, è riuscito a portare la Polonia in Occidente attraverso la diplomazia prudente che ha suscitato l’ostilità dei sovietici, mentre ampliava l’ambito di sovranità della Polonia. Altrettanto cruciale è stato il suo ruolo nella riconciliazione tra la Polonia e la Germania dopo il 1989, una relazione che è diventata uno dei pilastri degli allargamenti della NATO e dell’UE. In questo modo, la Polonia aderì ad entrambe le istituzioni.

In molti modi, Mazowiecki, con la tenacia del suo lavoro silenzioso e la ben che minima preoccupazione per la sua immagine mediatica, va controcorrente rispetto alla politica attuale. Mentre alcuni ridicolizzato la sua immagine modesta da tartaruga, è chiaro che, dopo tutto, le tartarughe possono vincere la gara.

L’autunno in fermento

Per chi segue il Bibrinews su Facebook o su Twitter, saprà che l’autunno ha portato un po’ di “cambi d’armadi”. La nuova grafica, essenzialmente, vi permetterà di muovervi un po’ più agilmente tra le tante proposta che il blog vuole mettere in evidenza: in alto troverete la barra delle rubriche. Per chi si trova per la prima volta a navigare in Bibrinews, questo è un blog che cerca di trattare di tutto ed è gestito da me medisimo. Si
scrive, si traduce, tutto per darvi una informazione diversa. Un modesto
contributo da non prendere come testata giornalistica, ma semplicemente
come opinioni e condivisione di informazioni. Eccovi spiegati i contenuti del blog:

L’Opinione: questa rubrica è un po’ un contenitore di “ogni cosa” che solitamente non viene categorizzato attraverso una rubrica specifica. Vengono tradotti articoli di stampa straniera che riprendo i temi caldi della settimana, o articoli che reputo interessanti e assolutamente da condividere.
Today: in questa pagina troverete i link più interessanti raccolti durante la settimana proveniente dalle testate giornalistiche e web italiane e internazionali. Un modo per tenere sempre gli occhi aperti su tutto ciò che avviene nel mondo.
Angolo dell’Economista (A.d.E.): in questa pagina si cerca di parlare di economia, sempre, attraverso traduzione di articoli esteri. In un periodo come questo, capire i meccanismi della crisi serve per capire le azioni che i governi prendono e ragionare sul fatto se siano giuste o meno.
Alfa Beta Gramma: “scienza vieni a me”. Insomma una pagina dedicata alle scoperte più interessanti del periodo, con un occhio di riguardo alle scoperte astronomiche.
Book Revolution, Noize e Kino: Libri/musica/cinema a profusione, recensioni e consigli utili. Nelle barre laterali potrete anche seguire una aggiornatissima playlist Spotify del Bibrinew.
Voyage: un piccolo esperimento. Dopo un inizio un po’ in sordina, il Bibrinews vorrebbe proporvi i migliori “diari di viaggio” da seguire, naturalmente, tradotti dal sottoscritto!
Cronache Storiche: credo che il titolo non celi nulla di diverso da quello che già è. Storia e avvenimenti interessanti del passato per capire veramente il nostro futuro.
Portfolio e Polaroid: un angolo perfetto dove si propongono i migliori talenti fotografici della storia moderna e grandi avvenimenti narrati attraverso le immagini (il primo); e dove  parlare di arte ed espressività (il secondo).
Apericult: è stato un grande successo estivo dell’anno scorso, ma credo possa interessarvi il nostro aperitivo letterario. Un libro, una musica associata, un drink associato alla musica.
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La rivoluzione russa a colori

Con rivoluzione russa si indica una serie di rivoluzioni avvenute nel 1917 che hanno portato allo smantellamento dell’autocrazia zarista e, di conseguenza, alla creazione dell’URSS. Lo Zar, Nicola II, fu costretto ad abdicare e fu rimpiazzato da un governo provvisorio, durante la prima rivoluzione nel Febbraio 1917. Durante la rivoluzione di ottobre tale governo fu rimpiazzato dal governo dei Bolshevichi (Consiglio dei commissari del popolo della R.S.F.S. Russa) che iniziò così il cammino per la creazione dell’Unione Sovietica. Qui sotto potete apprezzare alcune foto a colori dell’epoca.