Categoria: L’Angolo dell’Economista

Curiosità e approfondimenti dal mondo economico

Cosa succederà all’economia ucraina?

[Traduzione da Slon]

Quest’anno, per gli ucraini, sarà uno dei più duri secondo previsioni recenti: l’inflazione ha fatto un brusco salto in avanti passando dallo 0.8% del 2013 all’8.2% del 2014; i disoccupati sono in aumento (da 7.1% all’8.1% della popolazione economicamente attiva); mentre gli stipendi e le pensioni verranno congelati. Ma questo è il necessario prezzo da pagare per le riforme che serviranno a salvare il paese dalla catastrofe. Gli esperti del Centro Sviluppo della Alta Scuola d’Economia di Mosca (HSE), Sergey Pukhov e Nikolai Kondrashov, sono giunti a queste conclusioni presentando oggi, in dettaglio, la previsione del futuro sviluppo dell’Ucraina fino al 2017.
Sempre oggi, il Ministro delle Finanze ucraino ha affermato che per il 2014 ci si aspetta un caduta del PIL del 3%. Secondo gli esperti internazionali la situazione sarebbe peggiore: la Raiffeisenbank ha stimato un -5% del PIL. Gli esperti del centro Sviluppo invece insistono su una previsione più ottimistica: il calo dell’1.1% di quest’anno vedrà una ripresa nel periodo 2015-2017 del 1.4%-2.3%.

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Buona notte Siena!

[Traduzione da Finacial Times]

Lentamente ma inesorabilmente, Siena si sta allontanando dal Monte dei Paschi. La fondazione con sede nella città toscana (e controllata dai suoi enti locali) ha quasi dimezzato la sua partecipazione alla Monte dei Paschi di Siena del 15%. Il quasi 30% che aveva posseduto era sufficiente per poter bloccare € 3 miliardi di capitale pianificati nel mese di gennaio. Tale questione del capitale – i cui proventi saranno utilizzati per pagare i soldi dovuti al governo – andrà avanti a maggio, scongiurando la minaccia della nazionalizzazione. Il prezzo delle azioni ha tirato un sospiro di sollievo, il terzo dall’inizio del mese di marzo.Così la MPS, 542 anni, può continuare il suo lento cammino verso una sorta di normalità. Ma ha ancora una lunga strada da percorrere. Ha registrato una perdita netta di € 1,4 miliardi nel 2013, la sua terza perdita annuale consecutiva (quelle tre perdite hanno spazzato via tutti i profitti realizzati nel corso degli ultimi 12 anni). Si vuole arrivare a un utile netto di € 900 milioni entro il 2017, e ci sono alcuni segnali incoraggianti. Un piano di riduzione dei costi sta dando i suoi frutti (i costi sono scesi del 13% lo scorso anno), e il margine di interesse spunterà nel quarto trimestre. Ma il libretto dei risparmi dei clienti si sta ancora restringendo, e MPS possiede ancora € 26 pesanti miliardi dei titoli di Stato italiani. (altro…)

Cosa abbiamo da imparare dalla Grande depressione?

[Traduzione da The Economist]

Dall’inizio di ciò che alcuni ormai chiamano “la grande recessione”, nel 2007, gli economisti non hanno potuto evitare il confronto con la Grande Depressione dei primi anni 1930. Per alcuni, le somiglianze sono evidenti. Gli economisti come Paul Krugman e Barry Eichengreen hanno individuato diversi parallelismi tra i due crolli. Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha messo in guardia più volte nel corso degli ultimi anni sul fatto che il mondo avrebbe rischiato di cadere in una nuova “Grande Depressione”. Gli stessi esperti di storia economica hanno avuto un ruolo senza precedenti nel processo decisionale durante la recente crisi. Ben Bernanke alla Federal Reserve e la consigliere-amministrativa di Obama, Christina Romer, hanno entrambi una formazione accademica nella disciplina in questione.

Possono degli esperti di storia economica dare consigli politici sulla base di quello che credevano avesse causato la Grande Depressione? Una discussione su questo argomento è stata portata avanti dai migliori storici di economia della Gran Bretagna in una conferenza all’Università di Cambridge il 4 novembre. La questione è risultata più complessa di quanto appaia a prima vista. Anche se ci sono somiglianze tra questa crisi e quella del 1930, molti altri aspetti quali la tecnologia, la geopolitica, e il ruolo dello stato sono cambiati radicalmente nel periodo tra i due eventi storici. I mercati finanziari e dei sistemi di credito ora funzionano in modo diverso rispetto ad allora. Esotici strumenti derivati come CDO e CDS sono diventati ampiamente utilizzati solo nel 1990. Non esistevano istituzioni economiche globali come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, e l’Europa dipendeva dal Trattato di Versailles, non dall’Unione europea.

Ma ciò che ha reso la lezione più difficile è che molti punti di vista tradizionali circa le cause della depressione sono stati rovesciati dagli accademici negli ultimi decenni.

Prendiamo, ad esempio, l’opinione secondo cui l’aumento del protezionismo, come ad esempio la legge Smoot-Hawley del 1930, abbia “causato” la Grande Depressione. Secondo una ricerca condotta da Paul Bairoch, i prezzi sono scesi nel periodo immediatamente precedente il disastro economico. Ha riscontrato che i tassi medi annui doganali dei paesi dell’Europa continentale sono rimasti sostanzialmente stabili tra il 1913 e il 1927, passando solo dal 24,6% al 24,9% in quei quattordici anni. I tariffari europei hanno continuato a mantenersi stabili fino al 1930, ben dopo l’inizio della depressione. Al di fuori dell’Europa, le tariffe medie sono scese nel periodo 1927-1929 come risultato del successo della Conferenza economica internazionale del 1927, momento in cui i paesi di tutto il mondo decisero di ridurre le barriere commerciali.

Anche se l’aumento del protezionismo amplificò la velocità e la profondità della crisi, quando nel 1930 le tariffe iniziarono ad aumentare, fu responsabile solamente di una parte del calo del PIL mondiale durante la Depressione. Dal momento che, nel 1929, le esportazioni americane rappresentavano solo il 7% del PIL, il calo dei volumi commerciali possono spiegare solo una parte della riduzione del 29,5% del PIL reale avvenuto tra il 1929 e il 1933.

L’idea che il crollo di Wall Street abbia causato la crisi economica ha perso consensi negli ultimi anni. Questa percezione è stata resa popolare dall’economista-insegnante ad Harvard, JK Galbraith, che nel 1950 sottolineò l’importanza del crollo della borsa nello scoppio della Grande Depressione.

Tuttavia, gli storici in altre parti del mondo hanno sottolineato che l’economia globale era già su un percorso discendente prima che i prezzi delle azioni a New York iniziassero a crollare. I prezzi delle case americane raggiunsero il picco verso la metà degli anni ’20 e l’industria delle costruzioni andò in tilt intorno al 1929. La produzione industriale in Germania e Gran Bretagna, le più grandi economie europee, stava già crollando a metà del 1928. In America, il reindirizzamento di capitali verso il già surriscaldato mercato azionario ha aggravato la carenza di credito nel resto del mondo prima dello schianto. Le imprese in Europa e America Latina stavano già affrontando una crisi del credito prima dell’inizio del 1929. Come con l’aumento del protezionismo, sembra che il crollo di Wall Street fu un sintomo dei problemi dell’economia globale, piuttosto che la sua causa di fondo.
 

Gli storici ora si concentrano su un diverso capro espiatorio per l’improvviso crollo economico del 1930: la struttura del sistema finanziario mondiale prima del 1929. In particolare, il lavoro degli storici, come Eichengreen e Peter Temin, ha recentemente sottolineato l’importanza del cattivo funzionamento del sistema monetario aureo quale causa della depressione, così come la sua gravità.

Dalla metà del XIX secolo, la maggior parte dei paesi era ancorato alla propria moneta per un valore fisso di oro, un accordo che divenne noto come “gold standard“. Questo sistema funzionò fino a quando i paesi dovettero aiutarsi l’un l’altro, attraverso dei prestiti, per risolvere periodiche crisi della bilancia dei pagamenti (e fino a quando le scoperte di giacimenti di oro mantenennero le tendenze del livello di prezzo su standard accettabili), ma la prima guerra mondiale interruppe questo sistema. Il risultato fu che molti paesi si trovarono con monete fissate ad un tasso di cambio inadeguato rispetto a quelli di altri paesi. Mentre la Francia e l’America, nel 1920, inizialmente guadagnarono al tenere le loro valute ad un valore molto basso, paesi come la Gran Bretagna e la Germania soffrirono di ricorrenti problemi di bilancia dei pagamenti come risultato delle loro valute sovrastimate.

Questo sistema precipitò alla fine degli anni 1920 quando l’economia globale iniziò quello che, in un primo momento, sembrava essere una normale congiuntura sfavorevole. Quando il calo della domanda globale provocò una crisi della bilancia dei pagamenti nei paesi di tutto il mondo a causa dei deflussi dell’oro, molti furono costretti a utilizzare mezzi fiscali e monetari per sgonfiare le proprie economie e proteggere il valore fisso delle proprie valute (ricorsero anche ai dazi doganali).

Questo trasformò la recessione in una depressione. Secondo alcuni storici monetaristi, le quattro ondate di crisi bancarie nel periodo 1930-1933 che mandarono in bancarotta la metà delle banche americane furono causate dalle strette monetarie della Federal Reserve in risposta a deflussi di oro. Effetti simili sono stati osservati anche in Europa. L’austerità in Germania e in Austria portarono a un’ondata di fallimenti bancari nel 1931, facendo precipitare l’economia europea centrale nel suo più grave periodo di contrazione. Secondo una ricerca condotta dal Eichengreen, i paesi che sfuggirono al gold standard e adottarono per primi i tassi di cambio fluttuanti, come ad esempio la Gran Bretagna nel 1931 e l’America nel 1933, ebbero la tendenza a recuperare prima e molto più velocemente. La critica sulla politica monetaria come filo conduttore della depressione è stata introdotta dal libro A Monetary History of the United States, 1867–1960 di Milton Friedman e Anna Schwartz, uscito per la prima volta nel 1963 .

I politici hanno tratto alcune lezioni dal 1930. A differenza della Grande Depressione, le banche centrali in Gran Bretagna e in America hanno evitato inutili strette monetarie. Invece, hanno tagliato i tassi di interesse e utilizzati stimoli monetari non convenzionali come l’alleggerimento quantitativo, nel tentativo di respingere la deflazione (un flagello della depressione). Anche il ruolo delle crisi bancarie nella trasformazione da una normale recessione ad una depressione profonda è stata riconosciuta. I governi le hanno provate tutte per evitare che il fallimento della Lehman Brothers generasse una crisi finanziaria globale, pienamente consapevoli del ruolo che ebbe il contagio finanziario negli anni ’30.

Tuttavia, può essere più difficile di quanto si pensi intravedere la lezione appresa dalla Grande Depressione rispetto ai problemi attuali europei. La zona euro è un sistema di cambi fissi, con elementi simili a quelli del gold standard. Ma i vincoli politici ed economici che frenano le politiche nazionali sono diverse da quelle che prevalsero negli anni ’30. Oggi gli economisti sostengono che, attualmente, la maggiore integrazione finanziaria europea porta la zona euro verso una prospettiva molto più rischiosa rispetto a quella che avrebbe portato il gold standard dopo gli anni ’30. Ma la zona euro ha una banca centrale che può stampare moneta – qualcosa che il sistema gold standard non aveva.

Forse gli storici possono dare un contributo migliore, garantendo che non venga fatto un abuso della storia passata nel dibattito sulla crisi dei nostri giorni. Per esempio, dare tutta la colpa a Wall Street per la Grande Depressione – o ai banchieri, nella crisi odierna – non regge ad un esame storico. La responsabilità può trovarsi più propriamente in una complessa combinazione di fattori, come il modo in cui sono strutturati i sistemi finanziari mondiali. Ma questo deve ancora essere interpretato da prove concrete del presente piuttosto che da “lezioni” semplicistiche del passato. Come scrisse una volta l’economista irlandese Cormac Ó Gráda, “è responsabilità sociale dello storico mandare in frantumi i pericolosi miti del passato”. Tali sentimenti dovrebbero essere rivolti tanto alla Grande Depressione, quanto a qualsiasi altro episodio della storia.

L’incubo democratico

[Traduzione da The Economist]

Per chi la critica, l’Unione Europea è nata nel peccato: un progetto ideato da e per le élite, privo di legittimità democratica. Tutti i tentativi di rendere buono il “deficit democratico”, un termine coniato nel 1970, sono falliti. Elezioni dirette del Parlamento europeo (PE)? L’affluenza alle urne è scesa da quando sono state istituite nel 1979. Dare un potere reale al parlamento? Il parlamento non ha mai avuto così tanto peso, ma la fiducia nell’UE è a un minimo storico .
 
La crisi economica in Europa si sta rivelando un grave problema cronico. Una ragione è che, in particolare nella zona euro, Bruxelles si sta intrufolando sempre più profondamente nella vita nazionale, immischiandosi in tutto, dai bilanci alle pensioni e alla formazione dei salari. Un altro motivo è il contraccolpo atteso dagli elettori nelle elezioni del prossimo maggio al PE. Ci saranno grandi vittorie per i partiti anti-europei e anti-immigrati di tutti i colori – dai nativisti dalla lingua tagliente del Partito Indipendentista britannico ai criminali neonazisti greci di Alba Dorata. I partiti euroscettici potrebbero vincere alle urne in Francia, Gran Bretagna e Paesi Bassi, e potranno avere buoni risultati in Finlandia e in Italia , e in più mite apparenza potrebbero vincere dei seggi per la prima volta in Germania.

Il senso di allarme è palpabile. François Hollande, il presidente francese, afferma che l’ascesa di nazionalisti ed euroscettici potrebbe portare a “regressione e paralisi”. Enrico Letta , il primo ministro italiano, ha calcolato che gli euroscettici potrebbero vincere fino a un terzo dei seggi. Radicali e populisti sono un gruppo eterogeneo, preferendo fare discorsi che influenza politica, così i centristi dovrebbe essere ancora in grado di ottenere ruoli parlamentari importanti. Forse l’influenza più grande sarà l’avvelenamento della politica interna, che potrebbe ostacolare il processo decisionale dei governi.

Come far fronte a tutto questo? Letta è tra chi vuole spronare le forze pro-europee trasformando l’elezioni europee in una elezione per il prossimo presidente della Commissione europea. Le principali “famiglie” politiche europee, le ampie coalizioni di partiti nazionali che dominano il parlamento, affermano che organizzeranno ogni campagna politica dietro un candidato “presidenziale”. I socialisti sembrano propensi a scegliere Martin Schulz, l’esuberante presidente tedesco del PE. I verdi stanno pianificando delle primarie aperte. I conservatori , destinati a rimanere il più grande raggruppamento, sembrano essere ancora in un vicolo cieco.

I sostenitori sperano di iniettare entusiasmo, rafforzare il mandato democratico della commissione, concentrando tutto sulle tematiche europee, e alzare la posta in gioco per evitare che il voto si trasformi in una protesta contro i governi nazionali impopolari. A meno che non ci sia qualche politico sangue-e-budella, dicono, i cittadini si rivolgeranno ai populisti .

Eppure l’Unione europea non è uno Stato, e la Commissione non è un governo. Essa ha il diritto quasi esclusivo di proporre una nuova legislazione, che deve essere approvata sia dal Consiglio dei ministri (che rappresenta i governi) che dal PE. Ma è anche un servizio civile, poliziotto del mercato unico e cane da guardia della concorrenza. In una nuova pubblicazione, il Centre for European Reform (CER), un gruppo di esperti britannico, sostiene che la Commissione “ha bisogno di agire come arbitro nel gioco politico, non come il capitano di una delle squadre”.

I leader nazionali hanno sempre nominato il presidente e gli altri 27 commissari, e non vorranno che vengano dettati dal Parlamento europeo, che la maggior parte considera come un fastidio . Il Trattato di Lisbona ha reso confuso con mailizia tale processo: si dice che i leader dovrebbero proporre un presidente “tenendo conto” del risultato elettoral , il candidato “viene eletto” dal PE. La disputa su chi sceglie, e controlla, il Presidente della Commissione può causare più ingorghi a Bruxelles di quanto potrebbero mai fare dei chiassosi euroscettici.

Una commissione più faziosa rischia di perdere credibilità nelle sue funzioni semi-giudiziari, come le decisioni sugli aiuti agli Stati (ad esempio, il salvataggio delle banche) e di far rispettare le regole antitrust. La Commissione ha acquisito maggiori poteri per esaminare i bilanci nazionali e le politiche economiche, e raccomandare sanzioni . Si propone di essere la massima autorità per la liquidazione delle banche. I primi ministri e presidenti vogliono consegnare fucili caricati a un presidente della Commissione apertamente  schierato?

L’UE ha bisogno di commissari migliori, ma l’elezione del presidente potrebbe restringere il campo. I primi ministri in carica non rischierebbero il proprio incarico nazionale per un mandato europeo, la scelta sarebbe ricaduta su politici senza lavoro o membri di Bruxelles. E gli elettori è certo che rimarranno delusi. Il Presidente della Commissione non decide le questioni che gli stanno più a cuore. Votare contro l’austerità in Parlamento non cambierebbe il fatto che i creditori fissano le condizioni per i salvataggi.

L’enigma irrisolvibile

L’Unione europea è in parte un’organizzazione internazionale ibrida e in parte una federazione. Non ci sono soluzioni chiare per l’enigma democratico. Un presidente semi-eletto potrebbe offrire la peggiore combinazione: troppo di parte per conservare la fiducia dei leader nazionali, troppo debole per guadagnarsi la fedeltà dei cittadini che potrebbero pensere di eleggere il presidente d’Europa, ma otterrebbe solo un debole segretario generale.

Una elezione diretta ha un senso se alla Commissione dovesse mai essere concessa l’autorità federale, inclusi i poteri di imposizione fiscale. Anche così, potrebbe avere bisogno di rinunciare a una parte delle sue funzioni regolamentari e tecnocratiche. Per ora Tesori rimangono strettamente nazionale. Eppure il problema della legittimità è pressante. Una risposta potrebbe essere che i parlamenti nazionali facciano un lavoro migliore di supporto dei ministri per tenerli aggiornati sulle decisioni che prendono a Bruxelles. Il CER propone un “forum” di parlamentari nazionali che esamini le azioni dell’UE in cui il PE non ha voce, per esempio, nell’elaborazione di pacchetti di salvataggio.

I politici europei non possono prevalere in nessun modo quelli nazionali in termini di legittimità e di interesse pubblico. Così è per i leader nazionali che non possono condurre la lotta contro gli euroscettici: smettere di incolpare l’UE per tutti i mali, difendere i benefici dell’integrazione, correggere i suoi difetti e, nella zona euro, spiegare le riforme necessarie per rimanere nella moneta unica. Sarebbe un grande errore lasciare che gli euroscettici sostengano le bandiere nazionali per sé stessi; la bandiera stellata dell’Unione europea non è sostituibile.

L’autunno in fermento

Per chi segue il Bibrinews su Facebook o su Twitter, saprà che l’autunno ha portato un po’ di “cambi d’armadi”. La nuova grafica, essenzialmente, vi permetterà di muovervi un po’ più agilmente tra le tante proposta che il blog vuole mettere in evidenza: in alto troverete la barra delle rubriche. Per chi si trova per la prima volta a navigare in Bibrinews, questo è un blog che cerca di trattare di tutto ed è gestito da me medisimo. Si
scrive, si traduce, tutto per darvi una informazione diversa. Un modesto
contributo da non prendere come testata giornalistica, ma semplicemente
come opinioni e condivisione di informazioni. Eccovi spiegati i contenuti del blog:

L’Opinione: questa rubrica è un po’ un contenitore di “ogni cosa” che solitamente non viene categorizzato attraverso una rubrica specifica. Vengono tradotti articoli di stampa straniera che riprendo i temi caldi della settimana, o articoli che reputo interessanti e assolutamente da condividere.
Today: in questa pagina troverete i link più interessanti raccolti durante la settimana proveniente dalle testate giornalistiche e web italiane e internazionali. Un modo per tenere sempre gli occhi aperti su tutto ciò che avviene nel mondo.
Angolo dell’Economista (A.d.E.): in questa pagina si cerca di parlare di economia, sempre, attraverso traduzione di articoli esteri. In un periodo come questo, capire i meccanismi della crisi serve per capire le azioni che i governi prendono e ragionare sul fatto se siano giuste o meno.
Alfa Beta Gramma: “scienza vieni a me”. Insomma una pagina dedicata alle scoperte più interessanti del periodo, con un occhio di riguardo alle scoperte astronomiche.
Book Revolution, Noize e Kino: Libri/musica/cinema a profusione, recensioni e consigli utili. Nelle barre laterali potrete anche seguire una aggiornatissima playlist Spotify del Bibrinew.
Voyage: un piccolo esperimento. Dopo un inizio un po’ in sordina, il Bibrinews vorrebbe proporvi i migliori “diari di viaggio” da seguire, naturalmente, tradotti dal sottoscritto!
Cronache Storiche: credo che il titolo non celi nulla di diverso da quello che già è. Storia e avvenimenti interessanti del passato per capire veramente il nostro futuro.
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Apericult: è stato un grande successo estivo dell’anno scorso, ma credo possa interessarvi il nostro aperitivo letterario. Un libro, una musica associata, un drink associato alla musica.
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Un eterno dramma

[Traduzione da Business Week]

Domenica, in un incontro di quattro ore con i rappresentanti dei creditori internazionali della Grecia, il ministro delle finanze Yannis Stournaras aveva alcune notizie incoraggianti: la Grecia dovrebbe registrare un piccolo avanzo di bilancio quest’anno, e l’ economia dovrebbe contrarsi 3,8%, inferiore a quello precedentemente 4,2%.

Allo stesso tempo, il Fondo monetario internazionale dice che il governo greco dovrà affrontare un funding gap di € 4.4 miliardi ( 5,9 miliardi dollari ) l’anno prossimo e soglie di rendimento aggiuntive nel 2015 e 2016. Il primo ministro Antonis Samaras sta già segnalando che saranno necessari ulteriori aiuti.

La rielezione di Angela Merkel significa che la Germania, che ha finanziato la maggior parte della €240 miliardi in aiuti promessi ad Atene finora, è probabile che continui ad insistere sul fatto che la Grecia mantenga rigorosamente l’austerità di bilancio. Anche se lei sarà in cerca di una nuova coalizione – più probabile che sia il Partito dei Verdi o il Partito Socialdemocratico di centro-sinistra, l’SPD – il suo approccio alla Grecia non è destinata a cambiare, secondo l’economista Alex White di JPMorgan Chase (JPM) di Londra. Il Movimento della Merkel ha vinto con il 41,5% dei voti , il che significa che la cancelliera “starà negoziando da una posizione di forza “, dice White. “Data la loro posizione sfavorevole, ci aspettiamo che siano l’SPD e i Verdi a concentrarsi maggiormente sulle questioni di politica interna, e di non trattare le differenze europee come un punto di rottura”.

Nel frattempo, per Atene il cammino si fa sempre più duro. Recentemente, la polizia antisommossa è stata chiamata ad intervenire negli scioperi recenti dal personale della scuola, e il sostegno all’estrema destra, il partito nazionalista di Alba Dorata – implicati nella recente morte per accoltellamento  di un giovane musicista rap ad Atene – è in aumento.

Potenzialmente ancora più dannoso, il governo greco sta valutando l’abolizione della moratoria di cinque anni sui pignoramenti dei mutui che ha impedito a migliaia di greci di perdere le loro case. Circa il 29% dei prestiti sui conti delle banche greche sono in sofferenza, minacciando la solvibilità dei creditori.

In Spagna, i pignoramenti sui mutui hanno provocato suicidi e proteste di massa. Se la Grecia è costretta a revocare la moratoria come condizione per ulteriori aiuti “non sarà facile”, spiega Lefteris Farmakis, analista della sede londinese di Nomura International

Confessioni a voce bassa

[Traduzione da Libération]

Ormai sarà difficile immaginari i funzionari del Fondo Monetario Internazionale (FMI) al capezzale di un paese in difficoltà finanziaria, dandogli lezioni di buon comportamento senza suscitare una dose massiccia di sfiducia. I governi e i rappresentanti della società civile rischiano così di diventare più prudenti alla vista di presunti inviati speciali del FMI. E con buone ragioni. In un rapporto “strettamente confidenziale”, reso pubblico Mercoledì, l’istituzione di Breton Woods ha riconosciuto che il primo piano di salvataggio della Grecia, nel 2010, (110 miliardi di euro) ha portato ad “errori significativi”.

All’epoca, il Fondo si aspettava infatti che la Grecia tornasse a crescere nel 2012. Ma, dal 2008, il paese non ha smesso di affondare: prima in una fase di recessione, poi di depressione. Negli ultimi sei anni, il calo accumulato del PIL ha superato il 30%. Risultato: invece di ridurre il debito pubblico (in rapporto al PIL) lo ha porta a gonfiarsi costantemente, nonostante drastici tagli alla spesa di qualsiasi tipo. Da 115% del prodotto interno lordo nel 2008, il debito pubblico ha raggiunto il 170% oggi. E, sullo sfondo, un tasso di disoccupazione che si avvicina al 28% della popolazione in età lavorativa e che si abbatte come un cancro sul 60% dei giovani. Mai visto niente del genere. “La fiducia dei mercati non è stata ripristinata […] e l’economia stava affrontando una recessione molto più forte del previsto,” ha detto il FMI, notando che la Grecia ha dovuto essere salvata massivamente una seconda volta nella primavera 2012.

Fulmini. Dopo aver assegnato il berretto da somaro, l’istituzione internazionale, allora guidata da Dominique Strauss-Kahn, in questa relazione per uso interno, ha indicato un insieme di disaccordi con i suoi partner europei nella troika dei creditori della Grecia (UE, BCE e FMI). Il FMI ha punzecchiato in modo particolare la Commissione europea. La ristrutturazione del debito nel 2012 quindi, per ammissione dell’istituzione stessa, è avvenuta troppo tardi. “Ma al Fondo è stato richiesto di negoziare prima con i paesi della zona euro […], e poi con le autorità greche”, dice il rapporto, creando una fonte di “incertezza”, alimentato da esitazioni europee.

Questi critici hanno subito scatenato l’ira della Commissione Europea. “Siamo totalmente in disaccordo con questa posizione”, ha detto ieri un portavoce della Commissione, sostenendo che il rapporto del FMI “non prende in considerazione l’interconnessione tra i paesi della zona euro”. “Una ristrutturazione del debito avrebbe comportato il rischio di contagio sistemico se fosse stato preso in questo stadio”, ha aggiunto, sottolineando che tutti i partner della troika hanno condiviso questo parere, al momento. Nessun mea culpa, da parte di di Bruxelles: “Siamo totalmente in disaccordo con l’idea che non ci sarebbe stato abbastanza sforzo per identificare le riforme strutturali per promuovere la crescita”. Ed è stato messo in evidenza che la Troika è stata “creata dal niente”. Insomma, ha dovuto imparare sul lavoro.

Prima della “fuga” del rapporto del FMI, la Germania, da parte sua, non ha nascosto il suo averne fin sopra i capelli della troika. “Ne abbiamo abbastanza di coloro che ritornano da Washington e non prendono decisioni” insieme con gli europei, potrebbe esser stato sentito di recente anche all’interno dell’entourage della Cancelliere. Angela Merkel avrà abbastanza colpa per misure impopolari, sottolinea la stessa, come una difesa, ma la Germania si era opposta al forte aumento dell’IVA in Grecia, a differenza del FMI.

Una inefficace organizzazione, una mancata chiarezza nella divisione del lavoro…queste sono le altre questioni sollevate dal FMI. Arrivando persino ad accusare gli europei della loro mancanza di esperienza e di “competenze”.

Ieri, nel tardo pomeriggio, e probabilmente per calmare la situazione, il Fondo ha cercato di chiarire le sue critiche contro gli europei: “Anche se ci sono aree in cui sono possibili miglioramenti, la troika ha lavorato e lavora bene”, ha detto un portavoce del FMI.

Aggiornamento. Per Kostas Vergopoulos, docente dell’Università di Parigi VIII, ora è in gioco la questione della cattiva governance globale. “Dal rapporto è trapelato perché il FMI vuole mettere pressione sull’Europa affinché accettai e metta fine ad una austerità la cui ristrettezza è un suicidio per i paesi del sud Europa in generale, e per la Grecia in particolare. Questo non è probabilmente una fuga banale. Viene dall’alto. Nel peggiore dei casi, il FMI può sempre dire che siete stati avvertiti”.

Inoltre non è la prima volta che il FMI ha fatto il suo Aggiornamento. Nel mese di ottobre, il suo capo economista, Olivier Blanchard, ha suscitato stupore ammettendo di aver sottovalutato i “moltiplicatori fiscali” che misurano l’impatto della politica di austerità sulla crescita. Chiaramente, una diminuzione della spesa pubblica (o aumenti delle imposte) di un euro, destinati a ridurre il deficit, non porterrebbe ad un calo di 0,5 €  del PIL come era stato pensato dal Fondo monetario internazionale, ma di 1,7€ ! Una dimostrare del fatto che i greci sperimentano…sulla loro pelle.