Categoria: Obama

[SPECIALE CRISI UCRAINA] La Crimea è russa: così la pensano in Russia

[Traduzione da The Guardian]

Può una cosa essere evidente ed incredibile allo stesso tempo? Certamente. Soprattutto se non si vuole ammettere la realtà dei fatti. Fino a quando le truppe russe non sono sbarcate in Crimea, molti russi erano incapaci di ammettere la realtà descritta da Vladimir Putin. “Abbaia ma non morde”, pensavano.
Non che Putin abbia tenuto segrete le sue intenzioni. Ha sempre promosso l’idea che l’Unione Sovietica fosse una potenza colonizzatrice; inoltre, definì il crollo dell’URSS “la più grande catastrofe geopolitica dei nostri tempi”.
Di recente, ha annesso una parte della Georgia per mezzo di un’invasione militare nel 2008. Ma ci sono due differenza tra la situazione georgiana e quella ucraina. Tecnicamente non fu Putin, ma Medvedev, allora presidente della Federazione Russa, ad invadere la Georgia. Molto più importante, i liberali russi non appoggiarono molto i loro ragazzi in Georgia durante la guerra; anzi, erano scarsamente consapevoli delle lotte politiche all’interno del paese.

L’Ucraina è diversa: per tre mesi i russi sono rimasti a guardare l’impasse, gli oppositori vennero identificati con le forze anti- Yanukovich a Kiev.
Forse l’ultima volta che l’intellighenzia russa è stata spettatrice di controversie interne di un altro paese fu precisamente il 1968 durante la Primavera di Praga, dove speravano che i cechi riuscissero a costruire quello che loro definivano “socialismo dal volto umano”. Credevano anche che avrebbero mantenuto la promesso per una vita migliore in Unione Sovietica. Nell’agosto del ’68, i sovietici invasero la Cecoslovacchia, reprimendo la Primavera di Praga. A mosca, sette persone scesero in strada per protestare contro l’invasione; vennero arrestati ed così nacque il nuovo movimento dissidente.
Il parallelismo finisce qui. E’ probabile che quello che sta avvenendo in Ucraina fomenti dei nuovi movimenti di protesta in Russia: il giro di vite in corso sulla società civile, rende il prezzo della protesta troppo alto. Eppure, l’invasione della Crimea è una pietra miliare della politica interna russa.
E’ il segnale della perdita dell’ingenuità: non per molto i russi continueranno a pensare che Putin sia semplicemente un nostalgico dell’URSS. E’anche il segnale della sempre maggiore polarizzazione della società russa: in aggiunta a tutte le altre linee lungo le quali i russi sono divisi e attraverso il quale il dialogo civile è impossibile, ora c’è l’abisso tra sostenitori e oppositori dell’annessione prevista. Significa anche che la repressione politica in Russia si intensificherà ulteriormente.
Queste conseguenze evidenti e tragiche oscurano la sfida che la nuova guerra di Crimea pone alla coscienza post-imperiale della Russia. “Posso essere ragionevole su tutto, ma non posso dare la Crimea”, fu una delle ultime linee di pensiero di Galina Starovoitova, consigliere sulle politiche nazionali di Boris Eltsin, che ha supervisionato i primi tentativi della Russia di liberare le sue colonie.

Voleva dire che, come quasi ogni russo, sentiva la zona balneare del Mar Nero parte del suo diritto di nascita, qualunque cosa le mappe potessero dire. La maggior parte, se non tutti i russi, nutrono questo pensiero di eccezione verso la Crimea, anche se appartengono alla minoranza che rifiuta la nostalgia sovietica.

Se la Russia ha funzionato come società con stato di diritto e una certa comprensione comune della sua storia complicata, l’inibizione contro l’agire su questo impulso eccezionalista sarebbe venuto dall’alto. Ma con l’invio di truppe in Crimea da parte del governo, spetta ai singoli russi trovare gli argomenti e, ancora più difficile, le motivazioni per opporsi all’aggressione.

[SPECIALE CRISI UCRAINA] Una dichiarazione di guerra

[Traduzione da El Pais]

L’escalation pre-bellica in Crimea continua. Soldati su veicoli militari non identificabili stanno bloccando le zone militari ucraine e si dimostrano riluttanti a voler passare dalla parte russa dichiarando lealtà al governo di Kiev. Intanto, una colonna di veicoli militari russi si sta muovendo sulla strada per Simferopoli, capitale della Repubblica Autonoma di Crimea, da Sebastopoli dove la flotta russa ha sede sul Mar Nero, secondo i media locali e le immagini diffuse dalla televisione.
Nella strada che unisce Simferopoli a Yalta, nella località di Perevalnoye, l’unità della 36a Brigata Meccanizzata dell’esercito ucraino e completamente circondata da decine di soldati armati di kalashnikov, anche se i militari ucraini continuano a resistere alle pressione, dichiarando fedeltà a Kiev. Quattordici camionette militari senza riconoscimenti – anche se tre hanno la targa russa – sette fuoristrada e almeno una torretta con mitragliatrice, sono appostate intorno al perimetro della base e si sono insediate nell’area militare. Le unità delle forze armate in diversi punti del paese non hanno abbandonato il loro posto e si sono rifiutati a passare dal versante russo, riaffermando la loro lealtà al governo di Kiev.
Il presidente ad interim, Oleksandr Turchinov, ha confermato che le truppe russe stanno bloccando unità militari ucraine” nella Repubblica Autonoma di Crimea e ha annunciato il blocco dello spazio aereo non commerciale. Da parte sua, il primo ministro ucraino Arseyj Yatsenyuk, ha affermato che il movimento delle truppe russe in Crimea sono una vera e propria “dichiarazione di guerra” contro l’Ucraina e ha sollecitato Putin al ritiro dei suoi soldati. “Vogliamo che ritiri le sue truppe da questo paese e non venga meno agli accordi bilaterali sottoscritti”, ha dichirato Yacenyuk attraverso un comunicato ufficiale trasmesso dalla BBC.

Mobilitazione dei Riservisti

Il Ministro della difesa ucraino ha mobilitato tutti i riservisti (tutti gli uomini fino a 40 anni, in un paese con servizio militare obbligatorio) e ha ordinato al capo di Stato Maggiore e ai comandanti militari di mettere in allerta di combattimento le unità prima dell’intervento militare russo sulla penisola di Crimea, autorizzata ieri dal parlamento russo su richiesta del presidente Putin.
Lo ha annunciato questa Domenica il segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale e della Difesa dell’Ucraina (CSND), Andrey Paruby, in un’apparizione davanti alla stampa presso la Verkhovna Rada (il parlamento ucraino) a Kiev. Paruby ha aggiunto che la chiamata dei riservisti riguarda solo “quelli che il Ministero della Difesa ritiene necessari”. “Abbiamo bisogno di un esercito unito, abbiamo bisogno di un’azione coordinata”, ha sottolineato.

Sabato scorso, prima che l’escalation delle tensioni e della minaccia russa, il nuovo primo ministro ucraino Arseyj Yatsenyuk, ha invitato la Russia a rimuovere il suo esercito dal territorio ucraino. “Siamo pronti a difenderci”, ha detto in un discorso in diretta televisiva. “Se si verificherà un attacco, significherebbe la guerra e la cessazione di tutte le nostre relazioni con la Russia”, ha detto dopo una riunione di emergenza con i capi della sicurezza nel paese.

Kiev ha risposto avvertendo il suo esercito dopo la delibera del presidente russo, Vladimir Putin , di impiegare le truppe russe nella penisola del Mar Nero. Insieme a Yatseniuk era presente il presidente ad interim Olexander Turchinov, il quale ha affermato che i punti strategici del Paese, come aeroporti e centrali nucleari sono protetti. Ha invitato la popolazione alla calma. “In caso di attacco , abbiamo un piano di risposta”, ha assicurato. Da parte sua, il ministro degli Esteri Sergey Deshchiritsya, ha chiesto l’aiuto della NATO per proteggere l’integrità territoriale dell’Ucraina.

Ora , il Ministero degli Affari Esteri dell’Ucraina dovrebbe rivolgersi senza indugio agli organi competenti firmatari del Memorandum di Budapest – USA e Regno Unito – per organizzare consultazioni urgenti e garantire la sicurezza di Ucraina. Questo trattato, firmato nel dicembre 1994 nella capitale ungherese, garantisce grazie ai paesi firmatari (inclusa anche la Russia) la sicurezza di Ucraina, la sua sovranità e l’integrità territoriale dopo la rinuncia delle armi nucleari ereditate dall’Unione sovietica. Il Ministero dell’Interno è incaricato di rafforzare la protezione degli impianti energetici del paese e le altre infrastrutture strategiche.

Uno sguardo al 2014

[Traduzione da Euronews]


Solitamente il passaggio tra un anno e l’altro è ricoperto di speranze. Diventa qualcosa di reale per ciascuno di noi, come individui, per le comunità a cui apparteniamo, per interi paesi. Diventa qualcosa di reale, se si festeggia il nuovo anno il 1 ° gennaio, o il Norouz, o la Festa di Primavera, il Capodanno cinese. E – possiamo dirlo? – diventa qualcosa di reale per l’umanità nel suo complesso. Come lo scrittore inglese Samuel Johnson ha detto, “i voli naturali della mente umana non sono da un piacere all’altro, ma da una speranza all’altra”. Oppure bisognerebbe rifarsi più alla saggezza di Friedrich Nietzsche? Il filosofo tedesco vedeva la speranza come “il peggiore di tutti i mali, perché prolunga i tormenti dell’uomo”. Lasceremo a voi decidere se si tende a vedere la bottiglia mezza piena o mezza vuota!

Parlando di noi, qui, a euronews, non possiamo negare di aver messo un po’ di speranza quando abbiamo selezionato gli argomenti che avremmo portato alla vostra attenzione per la nostra pagina “World in 2014”. Quel marchio speciale di speranza “realistica” di cui impariamo a nutrirci quando si trattano affari internazionali.

La speranza di vedere la comunità internazionale raggiungere finalmente il popolo siriano e porre fine a una guerra civile che ha creato la più grave catastrofe umanitaria della storia moderna. Abbiamo dato un’occhiata all’Egitto, alla Tunisia e alla Libia, i primi paesi della primavera araba, sperando di trovare il modo consensuale per avanzare verso una ricostruzione democratica delle loro società. Abbiamo concentrato poi l’attenzione sull’Iran e sull’accordo nucleare ad interim; abbiamo marciato verso nord, verso l’Afghanistan, alla scoperta dell’incredibile intuizione di Churchill, più di un secolo fa, circa la guerra nella regione, sperando che il 2014 potrà porre fine a tre decenni di continue guerre che hanno segnato in modo indelebile generazioni di afgani.

Abbiamo spostato l’attenzione sulle elezioni del Parlamento europeo, chiedendoci quali sono le probabilità che la scelta del futuro capo della Commissione europea rifletta maggiormente l’opzione politica del popolo europeo. In seguito, abbiamo fatto un grande salto verso est, in India, dove la democrazia più popolosa del mondo, sarà messa alla prova dei voti nel 2014. Più a est, abbiamo visto da vicino la disputa territoriale tra Cina e Giappone.

Attraversando il Pacifico, abbiamo messo piede sul suolo americano  valutando se le elezioni di medio termine statunitensi confermeranno il destino di Obama. E ci siamo spostati a passo di samba verso il Brasile, dove il calcio ci coinvolgerà tutti non solo per ballare “Juntos num só ritmo”, ma anche per prestare attenzione alle crescenti disuguaglianze che devono affrontare le economie emergenti.

Un salto al di là dell’Atlantico, abbiamo raggiunto le verdi rive della Scozia, ancora una parte della storia del Regno Unito, ma per quanto tempo? Poi ci siamo diretti verso le coste del Mar Baltico, dove la Lettonia sarà 18° membro della zona euro “nel bene e nel male, in ricchezza e in povertà, in salute e nella malattia”.

Per quanto riguarda i dilemmi digitali che hanno catturato la nostra attenzione…speriamo riescano a catturare anche la vostra!

Obama è un criminale!

[Traduzione da Slon]

Nel 1938, gli Stati Uniti riconobbero Adolf Hitler uomo dell’anno per il suo contributo “alla diffusione della democrazia in tutto il mondo.” Nel 1939, Hitler è stato nominato per il Premio Nobel per la pace, ma non è riuscito ad ottenerlo, perché nello stesso anno, invase la Polonia. Se avesse rimandato l’invasione nella primavera dell’anno successivo, sarebbe cominciata la seconda guerra mondiale per mano di un premio Nobel.

Nobel per la Pace, Barack Obama è riuscito a prenderlo in tempo il suo premio. Già nel marzo 2011 richiese una guerra contro il popolo della Libia.

Ora, questo ultimogenito hitleriano si prepara ad attaccare la Siria.

Tuttavia, ciò che sorprende e indigna non è questo. Chissà cosa bisogna aspettarsi dal criminale internazionale e dal terrorista numero uno per un nuovo richiamo alle armi?!

Indigna il silenzio ipocrita delle forze di pace oltreoceano! Ah, buon dio, i Genkin e i Ruskin, gli Zvonkin e tutti custodi meno famosi di pace e democrazia!

Per quale motive tacete?

Felici della pace raggiunta – la pace all’americana (pax sausageana) – siete ancora ammutoliti dalla vergogna?

Spionaggio e libertà

[Traduzione da El Pais]


Accusato per l’allarmante divergenza tra i suoi messaggi e i fatti che compie rivestendo la sua carica, Barack Obama si è fatto avanti per difendere l’indifendibile: i programmi di sorveglianza segreti e di massa nelle comunicazioni che il governo ha portato avanti per anni. Orfano di argomenti convincenti per giustificare l’intrusione orwelliana negli aspetti più personali della vita dei cittadini, il presidente degli Stati Uniti ricorre alla facile spettacolarità affermando che non possiamo pretendere al tempo stesso il cento per cento di sicurezza e di privacy, come se non fosse già stato dimostrato dai fatti fino alla nausea, anche negli Stati Uniti, che il sequestro di quest’ultima non rende meno illusoria la prima.

Le rivelazioni secondo le quali i funzionari federali, in nome della sicurezza nazionale, si immergevano quotidianamente nelle conversazioni telefoniche e  telematiche di milioni di persone, sono particolarmente gravi perché comportano la violazione dei principi democratici. Sarebbe ingenuo pensare ad un controllo giurisdizionale effettivo di un tale mostro. E si sfiora il macabro venendo a sapere che l’intrusione viene messa in atto da ordinanze e tribunali segreti o da programmi ancora più segreti la cui esistenza dicono non sia conosciuta neanche dagli stessi giganti della rete i cui server sono esaminati.

E’ ridicolo che questo spionaggio indiscriminato – per quanto legale possano sembrare alcuni aspetti alla luce della disastrosa Patriot Act, approvata senza uno scrutinio parlamentare degno di questo nome nella tempesta emotiva che ha seguito l’11 Settembre negli Stati Uniti – sia rimasto segreto, con il consenso di un Obama salì alla Casa Bianca promettendo di combattere gli eccessi autoritari proprio del suo predecessore. Un Obama la cui credibilità precipita e che mai avrebbe informato i propri connazionali se non costretto dalle rivelazioni dei media.

I punti noti segnalano non solo una profonda erosione delle libertà civili in un paese che si proclama portavoce in difesa degli stessi. Una sorveglianaza così massiccia e rigorosa come quella che è apparsa molto chiaramente negli Stati Uniti, la cui potenziale portata e le possibili implicazioni fanno rabbrividire, è possibile solo a seguito di un senso di immunità dei poteri che la permettono. Il mantenimento della sicurezza e della democrazia non necessita dell’intrusione estrema e indiscriminata nella vita delle persone.

Il vero dolore arriva col tempo

[Traduzione da El Pais, Haruki Murakami]

Negli ultimi 30 anni, ho partecipato a 33 maratone in tutto. Ne ho fatto varie in tutte le parti del mondo, ma quando mi chiedono quale è la mia preferita, rispondo sempre senza pensarci due volte quella di Boston, alla quale ho partecipato in sei occasioni. E cos’ha di bello questa maratona di Boston? E’ semplicemente la corsa più antica nel suo genere; il suo percorso è di una bellezza unica e – questa è la cosa più importante – tutto in questa corsa trasuda di natura e libertà. Questa maratona è un avvenimento gestito non dall’alto verso il basso, ma dal basso verso l’alto; sono stati gli stessi abitanti della città a mettere la loro perseveranza e il loro impegno per crearla durante un periodo di tempo molto lungo. Ogni volta che corro a questa manifestazione sono cosciente del fatto che i sentimenti degli artefici nonostante gli anni sia ancora palpabile in maniera così manifesta nell’ambiente circostante. Mi avvolge un particolare calore, come se mi facesse tornare in un luogo desiderato. La sensazione è magica. Ci sono altre maratone altrettanto stupende – quella di New York, di Honolulu, di Atene – ma quella di Boston (mi perdonino gli organizzatori delle altre maratone) non ha paragoni.

Ciò che di bello hanno le maratone in generale è l’assenza di competitività. Ovviamente, i corridori a livello mondiale vedranno sempre l’occasione per la rivalità più amara. Ma per alcuni, come me (e credo si posa dire per la maggior parte dei partecipanti) che sono un corridore della massa, senza caratteristiche degne di nota, una maratona non è mai una competizione. Ti iscrivi alla corsa per sfruttare l’esperienza di un percorso di 42 e rotti chilometri, e una volta che ci sei dentro, te la godi senza dubbi.

Poi inizi a sentire un certo dolore, poi il dolore è lancinante, e alla fine è il dolore che ti dà piacere. Un piacere che si trova in parte nel condividere il groviglio di sentimenti con i corridori intorno a te. Se cerchi di farti 42 chilometri da solo, sono garantite tre, quattro o cinque ore di vera tortura. L’ho fatto, e spero di non ripetere l’esperienza. Ma se si copre la stessa distanza in compagnia di altri corridori non è così faticoso. E’ difficile fisicamente, ovviamente – come potrebbe non esserlo? – ma c’è un senso di solidarietà e di unità che ti spinge lungo tutto il tragitto verso la meta. Se una maratona fosse una battaglia, sarebbe una battaglia contro se stessi.


Quando si corre alla maratona di Boston, e si gira per via Hereford per entrare in Boylston, e vedi in fondo alla strada larga e diritta, la bandiera a Copley Square, l’illusione e il sollievo che ti rapiscono, sono indescrivibili. Ci sei arrivato da solo, ma grazie anche agli sforzi di tutti coloro che ti circondano. Volontari non pagati che hanno preso un giorno di ferie per offrire aiuto, gli spettatori che fiancheggiano la strada per dare incoraggiamento, i corridori di fronte a te, dietro di te. Senza il loro incoraggiamento e sostegno, forse non saresti riuscito a completare la gara. Quando prendi la via Boylston per lo sprint finale, nel tuo cuore sono affollate le emozioni più disparate. Avanzi con una smorfia di dolore per lo sforzo, ma anche con un sorriso.

Ho vissuto tre anni nei sobborghi di Boston. Due dei quali impiegato come professore invitato presso la Tufts e poi, dopo un breve periodo di riposo, uno a Harvard. Durante quel tempo, ogni mattina andavo jogging lungo il fiume Charles. Capisco l’importanza che la maratona di Boston ha per i bostoniani, l’orgoglio che questo significa per la città e i suoi abitanti. Ho molti amici lì che partecipano regolarmente alla gara, come corridori o volontari. Così, nonostante la distanza che ci separa, posso immaginare il rifiuto e la demoralizzazione che gli abitanti di questa città sentono dopo la tragica corsa di quest’anno. Ci sono stati molti feriti, fisici, dove avvennero le esplosioni, ma molti di più sono stati feriti in altri modi. Si è contaminato qualcosa che doveva essere puro, e anche io – come cittadino del mondo che si considera un corridore – mi sento ferito.

Quel misto di tristezza, delusione, rabbia e disperazione non si dirada così facilmente. Sono arrivato a questa conclusione, mentre mi stavo documentando per il mio ultimo lavoro Underground, basato sull’attentato con gas sarin avvenuto nella metropolitana di Tokyo nel 1995, e intervistavo alcuni dei sopravvissuti e le famiglie delle persone uccise in questo attacco. È possibile superare il dolore per poter condurre una vita “normale”, ma la ferita dentro rimane sanguinante. Parte del dolore finisce con lo scomparire negli anni, ma il passare del tempo dà luogo ad altre forme di dolore. È necessario per portarlo alla luce, mettere ordine ad esso, capire e accettare. Elevare una nuova vita sopra questo dolore.

Senza dubbio il più famoso tratto della maratona di Boston è Heartbreak Hill, uno dei pendii che salgono negli ultimi quattro chilometri di percorso poco prima del traguardo. Qui è dove la maggior parte accusano apparentemente l’affaticamento. Nei 117 anni che questa gara ha nella sua storia, ci sono stati tutti i tipi di leggende su questo pendio. Anche se, in realtà, quando lo percorri ti rendi conto che non è così difficile e diabolico come dicono. La maggior parte dei partecipanti alla corsa riesce a passare Heartbreak Hill più facilmente di quanto ci si aspetti. “Ehi,” si dicono, “non è stato così difficile la cosa”. Se ti sei preparato mentalmente per il ripido pendio che ti attende nei pressi del traguardo e hai conservato l’energia sufficiente per affrontare il problema, in entrambi i casi riesci a  superarla.

Il vero dolore in realtà appare solo quando, dopo aver conquistato la cima di Heartbreak Hill, ridiscendi il pendio e arrivi alla parte pianeggiante del percorso, che attraversa le strade della città. Hai visto il peggio e puoi filare dritto al traguardo, ma, improvvisamente il corpo protesta ad alta voce. Sentite crampi ai muscoli, e sembra di indossare piombo sulle gambe. Almeno questa è stata la mia esperienza ogni volta che ho corso la maratona di Boston.

Forse lo stesso accadrà con le ferite emotive. In un certo senso, il vero dolore viene solo dopo un certo tempo, quando lo shock iniziale è già passato e le cose cominciano a tornare alla normalità. Solo quando si è superata la ripida salita e sei in piano inizi a sentire l’intenso dolore che hai sofferto per tutto questo tempo. E’ molto probabile che l’attacco di Boston si è lasciato dietro un angoscia a lungo termine.

Ma perché? Continuo a farmi questa domanda. Perché distruggere un avvenimento felice e sereno come quello della maratona in una tale crudeltà e orripilanza? Gli autori sono già stati individuati, ma la risposta a questa domanda rimane poco chiaro. Il suo odio e malevolenza, tuttavia, hanno aggrovigliato i nostri cuori e le nostre menti. Anche se abbiamo trovato una risposta, probabilmente non ci soddisfa.

Il superamento di tale trauma richiede tempo, tempo che esige di guardare al futuro con animo positivo. Nascondere le ferite o pretendere di scoprire una cura speciale non porterà a una soluzione efficace. Neanche cercare vendetta è la giusta soluzione per trovare conforto. Abbiamo bisogno di ricordare le ferite che non si perda mai di vista il dolore e che – sinceramente, coscienziosamente e tranquillamente – si raccolgano le nostre storie personali. Potrà volerci del tempo, ma il tempo è nostro alleato.

Io, da parte mia, io piango per le vittime e feriti Boulston street correndo, correndo giorno dopo giorno. Questo è l’unico messaggio personale che posso mandare . So che non è molto, ma spero di farmi sentire. Come spero anche che la maratona di Boston si riprenda dalle ferite e che quei 42 chilometri tornino ad essere belli, immersi nella natura e liberi.

La retta moralità: scoutismo e omosessualità

La notizia sull’accetezione da parte dei Boy Scout d’America (la più grande associazione scout americana) delle persone omosessuali, all’interno della loro comunità, è sicuramente una vittoria. Ma a metà. La storia è piena di percorsi del genere: l’uomo ha sempre dovuto lottare infinite battaglie per i propri diritti, e sembra che la lezione non passi mai di moda. E’ stata votata dal 61% dei votanti la cancellazione della norma che poteva comportare l’allontanamento degli individui con differente orientamento sessuale. Sicuramente, questo cambio significativo (ricordo che solamente un anno fa, il dibattito era davvero in alto mare) è stato dovuto alle spinte libertarie del presidente Obama e delle sue politiche sui diritti civili per le coppie omoparentali.

Come dicevo all’inizio, è una vittoria a metà per due motivi: il primo, non si è riusciti ad andare oltre i giovani scout che fanno parte della comunità. Non sono riusciti a scavalcare il gradino più insidioso e a discutere sulla possibilità di accettare capi omosessuali. E’ sicuramente un argomento spinoso, che porterebbe a scontri molto forti: non è certo sconosciuto l’integralismo religioso americano e il carettare quasi “militaresco” (passetemi il termine) dell’ordinamento scout.
Basti pensare che con l’abolizione di questa norma, molti genitori hanno minacciato di togliere i loro figli dalla comunità per emergenza di “retta moralità” (che rappresenterebbe il secondo motivo). Quello che vorrei dire a riguardo è quanto segue: molto spesso, le persone parlano di retta moralità senza però calarsi nei panni dell’altro. Se si trovassero nella situazione in cui uno dei loro figli venisse cacciato solamente per il proprio orientamento sessuale (che non prevede violazione di minorenni o animali), quale “moralità” si nasconde dietro questo gesto? Quale insegnamento di comunità verrebbe dato (ed è stato dato fino ad ora)? Il disprezzo, la non accettazione, il dover nascondere la propria natura per poter far parte di un gruppo. Quella sì che è una vera emergenza morale, di cui fino ad ora nessuno aveva parlato.
Un altro tassello da aggiungere alla vittoria dei diritti dell’uomo, ricordando tutti gli scout che hanno affrontota questo argomento con coraggio, senza nascondersi, discutendo con le proprie comunità e mettendosi in gioco per difendere il proprio diritto di persona da rispettare. Andate avanti!