Categoria: politica estera

Il corso ad ostacoli ucraino verso l’Unione Europea

[Traduzione da Slon]

L’UE ha rilasciato delle dichiarazioni ufficiali, condannando le pressione della Russia sull’Ucraina nelle fasi finali della firma sull’accordo per entrare a far parte dell’UE.


“L’Unione Eurpea non ha operato nessuna pressione sull’Ucraina ed è una sua prerogativa,  scegliere il tipo di relazione che vuole instaurare. Non condividiamo assolutamente l’atteggiamento da parte della Russia in merito alla vicenda…”, spiega il documento emanato.

Allo stesso tempo, l’Europa è pronta a spiegare alla Russia i vantaggi di un accordo tra Ucraina e Unione Europea:

“Il rafforzamente delle relazioni con l’UE non andrà a discapito delle relazioni con il nostro partner orientale ed i suoi vicini. Il partneraito con l’Europa orientale è una scelta vincente che non lascia nessun escluso dalla vittoria.

 
I cittadini ucraini, negli ultimi giorni, hanno dimostrato di essere pronti ad un accordo inclusivo nell’UE”, hanno dichiarato da Bruxelles (chiaramente, con un po’ di malizia).

All’interno della dichiarazione, che porta la firma del Presidente Herman Van Rompuy e del Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, viene affermato che le carte per l’accordo “sono ancora in tavola“. Gazprom. nel frattempo, ha negato le dichiarazioni del primo ministro ucraino Mykola Azarov sulla possibile revisione del prezzo del gas russo.

Ultimi giorni di vita

[Traduzione da Ekathimerini]

Le contrattazioni tra il governo e la troika si fanno sempre più difficili. Nonostante l’immeso dramma, i colloqui sono destinati a finire come sempre: nel compromesso. In poche parole, questo significa il crollo, o almeno un crollo parziale, della linea difensiva costruita dalle amministrazione greche che si sono susseguite; come hanno più volte ceduto agli istituti di credito delle nazioni estere.

Il primo ministro Antonis Samaras e il suo vice, Evangelos Venizelos, mercoledì scorso hanno escluso eventuali misure orizzontali. Al di là della serie di misure strutturali che le amministrazioni greche hanno firmato fino ad ora ma non hanno mai applicato, gli ispettori della troika non hanno ancora chiarito come il divario fiscale sarà coperto. Fedele alla forma, la classe politica sta facendo in modo che l’élite finanziaria locale rimanga illesa.

Nonostante la cacofonia delle ultime settimane per quanto riguarda gli indicatori economici, la dimensione del surplus di bilancio, l’ampliamento della base imponibile e il crescente divario tra le popolazioni rurali e urbane, paradossalmente il problema non è l’economica in senso stretto, ma la politica.

Il sistema politico non riesce ad assolvere i suoi doveri. I partiti europeisti di centro-sinistra, Pasok e Sinistra Democratica, hanno visto un calo significativo della loro influenza elettorale. Ora è lecito chiedersi se riusciranno a raccogliere il 4,5 per cento di cui hanno bisogno per entrare nel Parlamento europeo. Il loro argomento principale contro il partito di sinistra Syriza,finora all’opposizione, è stato la mancanza di chiarezza sul destino di permanenza della Grecia nell’eurozona.


Durante la sua visita in Texas il leader di Syriza, Alexis Tsipras, ha confermato l’impegno del partito per la moneta unica. Certo, le differenze sui dettagli rimangono, ma questi sono di poca importanza in politica.

Nel frattempo, a destra, la Grecia è divisa. L’attacco ad Alba Dorata e al suo marchio considerata alla stregua di un organizzazione criminale, in realtà, non ha dato i suoi frutti. La recente uccisione di due membri di Alba Dorata da parte di alcuni terroristi ha facilitato la ricaduta in seguito all’assassinio del rapper di sinistra, Pavlos Fyssas, da parte di un membro del partito neo-nazista.

Almeno il crollo del movimento sindacale offre qualche conforto. Solo il partito comunista (KKE), riesce ancora a mettere insieme un numero considerevole di persone nelle sporadiche manifestazioni di protesta.

La delusione è molto diffusa ed è diretta contro i deputati che stanno cercando di passare la rabbia della gente sul potere esecutivo e questo rappresenta la disorganizzazione del governo. E’ difficile negare che il sistema politico non si stia dissolvendo.

Chi sono gli islamisti del gruppo Al Shabab?

[Traduzione da El Mundo]

Al Shabaab, il marchio di Al Qaeda nel Corno d’ Africa, è tornato a lasciare il segno, questa volta a Nairobi, dove una dozzina di uomini armati sono stati coinvolti in una sparatoria in un centro commerciale, che ha ucciso almeno 62 persone, circa 180 sono state ferite e altre 60 potrebbe essere ancora dispersi. Il gruppo sostiene di aver agito in rappresaglia per la presenza delle forze armate del Kenya in Somalia nell’ambito della missione delle Nazioni Unite, per sostenere il governo contro le milizie islamiche come Al Shabaab.

In uno sforzo apparente per sollevare il morale della rivolta islamista dopo la morte del suo fondatore, Osama bin Laden, Al Qaeda ha annunciato nel febbraio 2012 che Al Shabaab si era unito alle loro fila. Il governo somalo ha detto poi che si erano uniti ai ribelli centinaia di combattenti stranieri provenienti dall’Afghanistan, dal Pakistan, dalla regione del Golfo, e anche da nazioni occidentali come Stati Uniti e Gran Bretagna .

Tuttavia, la realtà di Al Shabaab è che, nonostante che i loro attacchi siano sanguinosissimi, si trova nella situazione peggiore dalla conquistata della Somalia dopo la caduta dell’Unione delle Corti Islamiche nel 2006. Le truppe dell’Unione africana (ugandesi e burundesi) hanno spinto gli jihadisti  non solo fuori da Mogadiscio, ma hanno conquistato i suoi due bastioni di Merca e Kasmayo.

Le loro finanze sono al limite. Già persa nel 2010 la loro principale fonte di denaro, il vivace mercato di Bakara (luogo in cui gli americani hanno perso due elicotteri Blackhawk nel 1991 e 19 soldati), gli Shababs ora occupano appena una striscia di terra desertica tra la regione del Basso Shabelle e il confine con il Kenya. Le basi pirata sono distrutte o vigilate, il traffico di khat , la droga locale, è in mano ad altri signori della guerra e non controllano più il lucroso business della gestione dei rifiuti tossici, che serviva alla camorra napoletana per avvelenare quella parte dell’Oceano Indiano pagando tangenti alle franchigie jihadiste.

La sua unica fonte di reddito, indipendentemente dal denaro che viene inviato per mano di Al Qaeda, è la vendita di carbone vegetale per cucinare a base di alberi bruciati, che contribuisce ulteriormente alla desertificazione di questa zona del Corno d’Africa punita da una carestia biblica.

Secessione

[Traduzione da El Pais]

L’idea dell’indipendenza della Catalogna è cresciuta grazie all’integrazione europea. Fino ad ora, il catalinismo storico la scartava per diverse ragioni, una di queste era la geopolitica: una piccola nazione, nata come un cuneo tra Francia e Spagna, era destinata ad essere assorbita da uno dei due vicini. La novità geopolitica del neocatalanismo attuale è che non si sente più minacciato dalla Francia quando pensa la Catalogna come terra indipendente. E questo succede grazie all’integrazione europea.
Le difficoltà di questo nuovo catalanismo sono di carattere diverso. Il suo indipendentismo è maturato nel momento più instabile per l’idea di indipendenza. Il suo sovranismo (sovereignism) è sul punto di caramellare quando già non c’è sovranità che non sia condivisa; e il suo stesso Stato, quando gli stati nazione sembrano di cartapesta. “Quello non serve più a niente”, ha sostenuto Xavier Rubert de Ventós nel suo discorso davanti alla Via Catalana a El Pertús, “questo è quello che vogliamo”.

Lo spazio nel quale l’indipendentismo ha avuto la sua espansione è quella dell’Europa post sovrana, ma ciò che ha dato energia e forza all’implosione è la crisi del debito dei paesi mediterranei, che mette nelle mani della Trioka (Banca Centrale, Fondo Monetario e Commissione Europea) il controllo dei bilanci, mentre la Germania si impone come potere egemone. C’è una reazione rinazionalizzante davanti all’integrazione bancaria e fiscale forzata nella quale deve essere inserita l’effervescenza catalana. Ognuno difende ciò che è rimasto della propria sovranità, e chi crede di non averne a sufficienza, come la Catalogna, la pretende tutta insieme. Il problema è che la tipologia scelta non è più a disposizione di nessuno nel mercato delle nazioni sovrane.
Consisterebbe nel disconnettersi dallo Stato spagnolo per annettersi direttamente a quello europeo, trasformando la Catalogna in un nuovo stato membro. Farlo come se fosse un’operazione all’interno dell’Unione Europea, fondata nella cittadinanza europea dei catalani e sulla perfetta integrazione del suo territorio e della sua economia. Il problema è che l’UE è un’associazione di Stati e che i catalani sono cittadini europei grazie al fatto che, prima di tutto, sono cittadini spagnoli. Il risultato è che in Europa non si può fare niente che non sia per mano e con permesso del Governo spagnolo.
Bisogna immaginare un’Europa che avanzi verso l’unione politica e diluisca i poteri degli Stati fino a dare più protagonismo alle regioni di forte peso e personalità rispetto ai piccoli paesi baltici. Ma nell’attuale fase di rinazionalizzazione difensiva, l’indipendentismo può aspettarsi ben poco dalle vecchie nazioni europee, tanto meno dalla Francia, nemica della Catalogna dal XVII secolo e responsabile nel XVIII dell’imposizione del modello centralizzato che l’ha fatta affogare, con solo una breve parentesi, fino alla Costituzione del 1978.

Vova il samaritano: "Se fosse stato gay…"

Vladimir Putin durante il forum di Novgorod, da amico fedele è voluto intervenire per dare man forte all’incarnato di Mao, proprio per vicinanza di intenti ed ideali:
«L’Occidente ha perso i propri valori, come dimostrano i matrimoni gay. Se Silvio fosse stato un gay, nessuno lo avrebbe toccato con un dito. Berlusconi è sotto processo perchè vive con le donne».
Un ragionamento che non fa una piega per uno che delle antiche virtù dell’Occidente ne fa una ragione di vita. Una battaglia quotidiana a botte di leggi omofobe e restrizioni che ledono i diritti fondamentali dell’uomo. Io mi chiedo come Romano Prodi sia riuscito a riderci su. Beh, alla fine sono buoni amici anche lui e Vova e non si possono ledere i rapporti commerciali “di amicizia” per cose così stupide: il southstream ha il suo valore. Isomma, stiamo parlando di due vecchi” comunisti” che si vogliono bene.
Non si dimentica di certo il passato. E non importa se Prodi è stato il leader, caposaldo di ideali di una sinistra “riformista”, o almeno così voleva spacciarla: ha anche lui le sue debolezze. Più che di problema politico, qui si dovrebbe parlare di problema morale. Ma, in fondo, sappiamo benissimo che questa storia riguarda due samaritani.

Nessuno ricorderebbe il Buon Samaritano se avesse avuto solo buone intenzioni. Aveva anche soldi. (Margaret Thatcher dall’intervista per London Weekend Television, 6 gennaio 1980)

Obama è un criminale!

[Traduzione da Slon]

Nel 1938, gli Stati Uniti riconobbero Adolf Hitler uomo dell’anno per il suo contributo “alla diffusione della democrazia in tutto il mondo.” Nel 1939, Hitler è stato nominato per il Premio Nobel per la pace, ma non è riuscito ad ottenerlo, perché nello stesso anno, invase la Polonia. Se avesse rimandato l’invasione nella primavera dell’anno successivo, sarebbe cominciata la seconda guerra mondiale per mano di un premio Nobel.

Nobel per la Pace, Barack Obama è riuscito a prenderlo in tempo il suo premio. Già nel marzo 2011 richiese una guerra contro il popolo della Libia.

Ora, questo ultimogenito hitleriano si prepara ad attaccare la Siria.

Tuttavia, ciò che sorprende e indigna non è questo. Chissà cosa bisogna aspettarsi dal criminale internazionale e dal terrorista numero uno per un nuovo richiamo alle armi?!

Indigna il silenzio ipocrita delle forze di pace oltreoceano! Ah, buon dio, i Genkin e i Ruskin, gli Zvonkin e tutti custodi meno famosi di pace e democrazia!

Per quale motive tacete?

Felici della pace raggiunta – la pace all’americana (pax sausageana) – siete ancora ammutoliti dalla vergogna?

Il letargo politico tedesco

[Traduzione da El Pais]

In lingua tedesca c’è un aggettivo che esprime con precisione lo stato d’animo predominante nella società tedesca di oggi. L’aggettivo è gemütlich. Potrebbe essere tradotto come comodo, confortevole, ma come Jorge Luis Borges avvertì in una famosa poesia, per quanto riguarda la lingua tedesca, il dizionario non da certezza. Possiamo affermare che la parola si riferisce alla sensazione di essere a proprio agio, di godere del calore del caminetto e la morbidezza di una coperta quando fuori fa freddo, piove e tira vento. Poche settimane prima delle elezioni politiche, la Germania vive un momento gemütlich. Tra i suoi cittadini si è diffusa la convinzione che come a casa non è da nessuna parte. Di tanto in tanto, attraverso le fessure delle finestre, arrivano echi di rumori provocati dalla crisi economica lì fuori, soprattutto nell’Europa del sud. Così i problemi radicati al di là dei confini danno la soddisfazione sullo stato delle cose nel proprio paese. Nessuno dubita che domenica 22 settembre le urne premieranno la continuità. Coloro che avevano predetto nel 2005 che ci sarebbe stata una era Merkel ci ha azzeccato in pieno. Un’era senza eventi storici, senza risultati spettacolari e senza turbolenza politica. Un’era dalle tonalità grigie, tranquilla, gemütlich.
 
L’immagine della cancelliera tedesca, spesso nata dal risentimento, che si è creata in alcuni paesi dell’Unione europea è imprecisa. Questa immagine non solo ignora l’impegno europeo di Angela Merkel, ma anche le sue virtù come il calore e il senso dell’umorismo. Informazioni insufficienti o fuorvianti, uniti a topoi storici, cerca di trasformarla in una donna di ferro, inflessibile e potente, ovviando in tal modo ai suoi maggiori difetti: uno stile di governare titubante, la paura del cambiamento o la riluttanza di introdurre riforme strutturali che richiedano alle nazioni indebitate uno scambio di aiuti economici. La Merkel è oggi la Mutti della Germania, la mammina insostituibile mantiene vivo il fuoco nel camino.
 
No mancano analisti ed esperti ad richiamare l’attenzione sui rischi connessi al limitarsi solo sulle politiche a breve termine, effettuate con un occhio alle urne. E’ vero che la ripresa dell’economia, il basso tasso di disoccupazione e la grande riscossione delle imposte, in gran parte contribuiscono a dare un aspetto roseo al presente. Ma è anche vero che la Germania, in materia di politiche sociali, educative o demografiche, sta trascurando l’adozione di misure preventive, come se avesse paura di disturbare la gente dipingendo un quadro di problemi futuri.
 
E’ noto che, alla vigilia delle elezioni, solo un temerario varerebbe riforme che creano incertezza o richiedono sacrifici, soprattutto se incidono sulle tasche dei cittadini. Le campagne elettorali, per chi non lo sa, vengono organizzate per fare promesse e criticare l’avversario. E in un paese composto da 16 länder, è raro l’anno in cui non si tengono un paio di elezioni, senza contare le comunali, le europee e le politiche. La paura della perdita del favore popolare determina i programmi e i giochi di strategia. E anche se la coalizione di governo non nega la necessità delle misure adottate dai socialdemocratici ai tempi di Gerhard Schröder (l’Agenda 2010, il pensionamento a 67 anni), l’SPD continua a pagare in perdita di voti quei cambiamenti strutturali. L’SPD è così sicuro della sconfitta, che il 22 agosto aveva già convocato, su iniziativa del leader, Sigmar Gabriel, un convegno per decidere i nomi dei capi del partito a venire, con lui di nuovo in testa ovviamente.
 
La campagna, libera da questioni che infiammano gli animi e  da ideologie, ridotta a uno scambio di opinioni su temi specifici (cortili nelle scuole materne, per esempio), avvalora la sensazione generale di stagnazione. Recenti indagini confermano che la popolazione tedesca non era mai  stata così soddisfatta della situazione politica. Nemmeno le recenti rivelazioni di Edward Snowden  sono servite a minare il prestigio del governo. Il candidato socialdemocratico ha messo in scena una sorta di lamentela. In seguito si è venuto a sapere che l’accordo che consentiva ai servizi segreti statunitensi di sbirciare nelle e-mail e nei telefoni dei tedeschi era opera tacita del suo partito nel 2002.
 
Giorni fa, il filosofo Peter Sloterdijk ha inventato un concetto per descrivere l’attuale situazione politica in Germania: letargocrazia. Gli hanno chiesto cosa pensasse delle prossime elezioni. Con ironia ha chiesto in che giorni si terranno.