Categoria: Usa

Obama è un criminale!

[Traduzione da Slon]

Nel 1938, gli Stati Uniti riconobbero Adolf Hitler uomo dell’anno per il suo contributo “alla diffusione della democrazia in tutto il mondo.” Nel 1939, Hitler è stato nominato per il Premio Nobel per la pace, ma non è riuscito ad ottenerlo, perché nello stesso anno, invase la Polonia. Se avesse rimandato l’invasione nella primavera dell’anno successivo, sarebbe cominciata la seconda guerra mondiale per mano di un premio Nobel.

Nobel per la Pace, Barack Obama è riuscito a prenderlo in tempo il suo premio. Già nel marzo 2011 richiese una guerra contro il popolo della Libia.

Ora, questo ultimogenito hitleriano si prepara ad attaccare la Siria.

Tuttavia, ciò che sorprende e indigna non è questo. Chissà cosa bisogna aspettarsi dal criminale internazionale e dal terrorista numero uno per un nuovo richiamo alle armi?!

Indigna il silenzio ipocrita delle forze di pace oltreoceano! Ah, buon dio, i Genkin e i Ruskin, gli Zvonkin e tutti custodi meno famosi di pace e democrazia!

Per quale motive tacete?

Felici della pace raggiunta – la pace all’americana (pax sausageana) – siete ancora ammutoliti dalla vergogna?

Spionaggio e libertà

[Traduzione da El Pais]


Accusato per l’allarmante divergenza tra i suoi messaggi e i fatti che compie rivestendo la sua carica, Barack Obama si è fatto avanti per difendere l’indifendibile: i programmi di sorveglianza segreti e di massa nelle comunicazioni che il governo ha portato avanti per anni. Orfano di argomenti convincenti per giustificare l’intrusione orwelliana negli aspetti più personali della vita dei cittadini, il presidente degli Stati Uniti ricorre alla facile spettacolarità affermando che non possiamo pretendere al tempo stesso il cento per cento di sicurezza e di privacy, come se non fosse già stato dimostrato dai fatti fino alla nausea, anche negli Stati Uniti, che il sequestro di quest’ultima non rende meno illusoria la prima.

Le rivelazioni secondo le quali i funzionari federali, in nome della sicurezza nazionale, si immergevano quotidianamente nelle conversazioni telefoniche e  telematiche di milioni di persone, sono particolarmente gravi perché comportano la violazione dei principi democratici. Sarebbe ingenuo pensare ad un controllo giurisdizionale effettivo di un tale mostro. E si sfiora il macabro venendo a sapere che l’intrusione viene messa in atto da ordinanze e tribunali segreti o da programmi ancora più segreti la cui esistenza dicono non sia conosciuta neanche dagli stessi giganti della rete i cui server sono esaminati.

E’ ridicolo che questo spionaggio indiscriminato – per quanto legale possano sembrare alcuni aspetti alla luce della disastrosa Patriot Act, approvata senza uno scrutinio parlamentare degno di questo nome nella tempesta emotiva che ha seguito l’11 Settembre negli Stati Uniti – sia rimasto segreto, con il consenso di un Obama salì alla Casa Bianca promettendo di combattere gli eccessi autoritari proprio del suo predecessore. Un Obama la cui credibilità precipita e che mai avrebbe informato i propri connazionali se non costretto dalle rivelazioni dei media.

I punti noti segnalano non solo una profonda erosione delle libertà civili in un paese che si proclama portavoce in difesa degli stessi. Una sorveglianaza così massiccia e rigorosa come quella che è apparsa molto chiaramente negli Stati Uniti, la cui potenziale portata e le possibili implicazioni fanno rabbrividire, è possibile solo a seguito di un senso di immunità dei poteri che la permettono. Il mantenimento della sicurezza e della democrazia non necessita dell’intrusione estrema e indiscriminata nella vita delle persone.

Il vero dolore arriva col tempo

[Traduzione da El Pais, Haruki Murakami]

Negli ultimi 30 anni, ho partecipato a 33 maratone in tutto. Ne ho fatto varie in tutte le parti del mondo, ma quando mi chiedono quale è la mia preferita, rispondo sempre senza pensarci due volte quella di Boston, alla quale ho partecipato in sei occasioni. E cos’ha di bello questa maratona di Boston? E’ semplicemente la corsa più antica nel suo genere; il suo percorso è di una bellezza unica e – questa è la cosa più importante – tutto in questa corsa trasuda di natura e libertà. Questa maratona è un avvenimento gestito non dall’alto verso il basso, ma dal basso verso l’alto; sono stati gli stessi abitanti della città a mettere la loro perseveranza e il loro impegno per crearla durante un periodo di tempo molto lungo. Ogni volta che corro a questa manifestazione sono cosciente del fatto che i sentimenti degli artefici nonostante gli anni sia ancora palpabile in maniera così manifesta nell’ambiente circostante. Mi avvolge un particolare calore, come se mi facesse tornare in un luogo desiderato. La sensazione è magica. Ci sono altre maratone altrettanto stupende – quella di New York, di Honolulu, di Atene – ma quella di Boston (mi perdonino gli organizzatori delle altre maratone) non ha paragoni.

Ciò che di bello hanno le maratone in generale è l’assenza di competitività. Ovviamente, i corridori a livello mondiale vedranno sempre l’occasione per la rivalità più amara. Ma per alcuni, come me (e credo si posa dire per la maggior parte dei partecipanti) che sono un corridore della massa, senza caratteristiche degne di nota, una maratona non è mai una competizione. Ti iscrivi alla corsa per sfruttare l’esperienza di un percorso di 42 e rotti chilometri, e una volta che ci sei dentro, te la godi senza dubbi.

Poi inizi a sentire un certo dolore, poi il dolore è lancinante, e alla fine è il dolore che ti dà piacere. Un piacere che si trova in parte nel condividere il groviglio di sentimenti con i corridori intorno a te. Se cerchi di farti 42 chilometri da solo, sono garantite tre, quattro o cinque ore di vera tortura. L’ho fatto, e spero di non ripetere l’esperienza. Ma se si copre la stessa distanza in compagnia di altri corridori non è così faticoso. E’ difficile fisicamente, ovviamente – come potrebbe non esserlo? – ma c’è un senso di solidarietà e di unità che ti spinge lungo tutto il tragitto verso la meta. Se una maratona fosse una battaglia, sarebbe una battaglia contro se stessi.


Quando si corre alla maratona di Boston, e si gira per via Hereford per entrare in Boylston, e vedi in fondo alla strada larga e diritta, la bandiera a Copley Square, l’illusione e il sollievo che ti rapiscono, sono indescrivibili. Ci sei arrivato da solo, ma grazie anche agli sforzi di tutti coloro che ti circondano. Volontari non pagati che hanno preso un giorno di ferie per offrire aiuto, gli spettatori che fiancheggiano la strada per dare incoraggiamento, i corridori di fronte a te, dietro di te. Senza il loro incoraggiamento e sostegno, forse non saresti riuscito a completare la gara. Quando prendi la via Boylston per lo sprint finale, nel tuo cuore sono affollate le emozioni più disparate. Avanzi con una smorfia di dolore per lo sforzo, ma anche con un sorriso.

Ho vissuto tre anni nei sobborghi di Boston. Due dei quali impiegato come professore invitato presso la Tufts e poi, dopo un breve periodo di riposo, uno a Harvard. Durante quel tempo, ogni mattina andavo jogging lungo il fiume Charles. Capisco l’importanza che la maratona di Boston ha per i bostoniani, l’orgoglio che questo significa per la città e i suoi abitanti. Ho molti amici lì che partecipano regolarmente alla gara, come corridori o volontari. Così, nonostante la distanza che ci separa, posso immaginare il rifiuto e la demoralizzazione che gli abitanti di questa città sentono dopo la tragica corsa di quest’anno. Ci sono stati molti feriti, fisici, dove avvennero le esplosioni, ma molti di più sono stati feriti in altri modi. Si è contaminato qualcosa che doveva essere puro, e anche io – come cittadino del mondo che si considera un corridore – mi sento ferito.

Quel misto di tristezza, delusione, rabbia e disperazione non si dirada così facilmente. Sono arrivato a questa conclusione, mentre mi stavo documentando per il mio ultimo lavoro Underground, basato sull’attentato con gas sarin avvenuto nella metropolitana di Tokyo nel 1995, e intervistavo alcuni dei sopravvissuti e le famiglie delle persone uccise in questo attacco. È possibile superare il dolore per poter condurre una vita “normale”, ma la ferita dentro rimane sanguinante. Parte del dolore finisce con lo scomparire negli anni, ma il passare del tempo dà luogo ad altre forme di dolore. È necessario per portarlo alla luce, mettere ordine ad esso, capire e accettare. Elevare una nuova vita sopra questo dolore.

Senza dubbio il più famoso tratto della maratona di Boston è Heartbreak Hill, uno dei pendii che salgono negli ultimi quattro chilometri di percorso poco prima del traguardo. Qui è dove la maggior parte accusano apparentemente l’affaticamento. Nei 117 anni che questa gara ha nella sua storia, ci sono stati tutti i tipi di leggende su questo pendio. Anche se, in realtà, quando lo percorri ti rendi conto che non è così difficile e diabolico come dicono. La maggior parte dei partecipanti alla corsa riesce a passare Heartbreak Hill più facilmente di quanto ci si aspetti. “Ehi,” si dicono, “non è stato così difficile la cosa”. Se ti sei preparato mentalmente per il ripido pendio che ti attende nei pressi del traguardo e hai conservato l’energia sufficiente per affrontare il problema, in entrambi i casi riesci a  superarla.

Il vero dolore in realtà appare solo quando, dopo aver conquistato la cima di Heartbreak Hill, ridiscendi il pendio e arrivi alla parte pianeggiante del percorso, che attraversa le strade della città. Hai visto il peggio e puoi filare dritto al traguardo, ma, improvvisamente il corpo protesta ad alta voce. Sentite crampi ai muscoli, e sembra di indossare piombo sulle gambe. Almeno questa è stata la mia esperienza ogni volta che ho corso la maratona di Boston.

Forse lo stesso accadrà con le ferite emotive. In un certo senso, il vero dolore viene solo dopo un certo tempo, quando lo shock iniziale è già passato e le cose cominciano a tornare alla normalità. Solo quando si è superata la ripida salita e sei in piano inizi a sentire l’intenso dolore che hai sofferto per tutto questo tempo. E’ molto probabile che l’attacco di Boston si è lasciato dietro un angoscia a lungo termine.

Ma perché? Continuo a farmi questa domanda. Perché distruggere un avvenimento felice e sereno come quello della maratona in una tale crudeltà e orripilanza? Gli autori sono già stati individuati, ma la risposta a questa domanda rimane poco chiaro. Il suo odio e malevolenza, tuttavia, hanno aggrovigliato i nostri cuori e le nostre menti. Anche se abbiamo trovato una risposta, probabilmente non ci soddisfa.

Il superamento di tale trauma richiede tempo, tempo che esige di guardare al futuro con animo positivo. Nascondere le ferite o pretendere di scoprire una cura speciale non porterà a una soluzione efficace. Neanche cercare vendetta è la giusta soluzione per trovare conforto. Abbiamo bisogno di ricordare le ferite che non si perda mai di vista il dolore e che – sinceramente, coscienziosamente e tranquillamente – si raccolgano le nostre storie personali. Potrà volerci del tempo, ma il tempo è nostro alleato.

Io, da parte mia, io piango per le vittime e feriti Boulston street correndo, correndo giorno dopo giorno. Questo è l’unico messaggio personale che posso mandare . So che non è molto, ma spero di farmi sentire. Come spero anche che la maratona di Boston si riprenda dalle ferite e che quei 42 chilometri tornino ad essere belli, immersi nella natura e liberi.

La retta moralità: scoutismo e omosessualità

La notizia sull’accetezione da parte dei Boy Scout d’America (la più grande associazione scout americana) delle persone omosessuali, all’interno della loro comunità, è sicuramente una vittoria. Ma a metà. La storia è piena di percorsi del genere: l’uomo ha sempre dovuto lottare infinite battaglie per i propri diritti, e sembra che la lezione non passi mai di moda. E’ stata votata dal 61% dei votanti la cancellazione della norma che poteva comportare l’allontanamento degli individui con differente orientamento sessuale. Sicuramente, questo cambio significativo (ricordo che solamente un anno fa, il dibattito era davvero in alto mare) è stato dovuto alle spinte libertarie del presidente Obama e delle sue politiche sui diritti civili per le coppie omoparentali.

Come dicevo all’inizio, è una vittoria a metà per due motivi: il primo, non si è riusciti ad andare oltre i giovani scout che fanno parte della comunità. Non sono riusciti a scavalcare il gradino più insidioso e a discutere sulla possibilità di accettare capi omosessuali. E’ sicuramente un argomento spinoso, che porterebbe a scontri molto forti: non è certo sconosciuto l’integralismo religioso americano e il carettare quasi “militaresco” (passetemi il termine) dell’ordinamento scout.
Basti pensare che con l’abolizione di questa norma, molti genitori hanno minacciato di togliere i loro figli dalla comunità per emergenza di “retta moralità” (che rappresenterebbe il secondo motivo). Quello che vorrei dire a riguardo è quanto segue: molto spesso, le persone parlano di retta moralità senza però calarsi nei panni dell’altro. Se si trovassero nella situazione in cui uno dei loro figli venisse cacciato solamente per il proprio orientamento sessuale (che non prevede violazione di minorenni o animali), quale “moralità” si nasconde dietro questo gesto? Quale insegnamento di comunità verrebbe dato (ed è stato dato fino ad ora)? Il disprezzo, la non accettazione, il dover nascondere la propria natura per poter far parte di un gruppo. Quella sì che è una vera emergenza morale, di cui fino ad ora nessuno aveva parlato.
Un altro tassello da aggiungere alla vittoria dei diritti dell’uomo, ricordando tutti gli scout che hanno affrontota questo argomento con coraggio, senza nascondersi, discutendo con le proprie comunità e mettendosi in gioco per difendere il proprio diritto di persona da rispettare. Andate avanti!

Obama? Come Bush ma al contrario!

[Traduzione da El Pais]

Un presidente mediocre può lasciare un segno importante e condizionare il futuro del suo paese, anche più di altri presidenti maggiormente brillanti. Questo è il caso di Bush, come sta dimostrando ogni momento il suo successore, Barack Obama. Alla difficoltà di mettere fine alle guerre che ha lasciato aperte in Iraq e in Afghanistan, si aggiunge il groviglio legale che gli è servito a lanciare la sua guerra globale al terrorismo: Obama ancora non è riuscito a districarla, cosa che gli dà non pochi mal di testa, come sta succedendo con il campo di detenzione di Guantanamo, dove ha un centinaio di prigionieri in sciopero della fame che lo hanno costretto a riprendere la promessa di chiuderla.

Più che le guerre aperte e i cambiamenti legali, nel patrimonio presidenziale pesano le idee che danno forma al tempo. Gli Stati Uniti, grazie a Bush e nonostante Obama, continua ad essere in guerra contro il terrorismo, una guerra che continua a consentire al comandante capo di agire al di fuori del diritto internazionale, o anche nazionale, come assassinare a distanza cittadini sospettati di terrorismo.

L’ombra del presidente si proietta sul suo successore, anche quando quest’ultimo va in direzione opposta, come con la crisi della Siria di Bashar al-Assad, così come fu l’Iraq di Saddam Hussein. Fa parte dello stesso principio teorico che l’uso di armi chimiche da parte del regime potrebbe giustificare l’intervento militare degli Stati Uniti. Ma come Bush dichiarava inutile avere una pistola fumante come prova del crimine; l’attuale presidente chiede la piena certezza dell’utilizzato di tali armi e addirittura vuole sapere esattamente chi le ha usate, non sia mai che la colpa sia della resistenza e il bombardamento se lo prenda il regime.

Tutte le cose che erano strutture facili per andare in guerra sono difficoltà nell’altro senso. Bush non ha avuto la pazienza di attendere i risultati completi delle indagini degli ispettori delle Nazioni Unite. Erano bastate le prove false fabbricate dalla CIA e organizzò una coalizione di volontari nella quale gli fecero compagnia Blair e Aznar, senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza. Obama aspetterà le ispezioni delle Nazioni Unite, vuole che la comunità internazionale abbia la certezza che ci sia una pistola fumante e che la decisione conclusiva non sia multilaterale, cioè con copertura giuridica internazionale.

Obama non vuole portare il suo paese, soprattutto per la terza volta, in una guerra in questa zona esplosiva dopo le terribili esperienze di Iraq e Afghanistan. L’avventura di guerra richiede un forte appetito che l’America ha perso completamente dopo aver sacrificato tante vite umane e denaro su due guerre dai risultati discutibili. Quindi preferisce abbandonare il suo compromesso della fornitura di armi per l’opposizione filo-occidentale contro il regime siriano. Come Bush, ma in senso inverso.

Immigrazione e terrore: l’attentato di Boston

[Traduzione da The Economist]

Il commento più strano prodotta dalla notizia che i terroristi di Boston sembrerebbero essere stati una coppia di fratelli ceceni dal Daghestan è stata la supposizione che questo potrebbe significare guai per la riforma dell’immigrazione. L’ipotesi primaria dell’inizio di questa settimana, prima che fosse  resa nota l’identità degli attentatori, ha visto il confronto con il 2001, quando i piani della riforma dell’immigrazione dell’amministrazione Bush sono stati accantonati, dopo gli attacchi dell’11 settembre. 

A seguito delle notizie di ieri sera, alcune figure dei media conservatori anti-immigrazione hanno iniziato a tastare il terreno. Questa mattina al congresso, Charles Grassley, un senatore repubblicano, ha detto che gli eventi hanno sottolineato la necessità di garantire che “coloro che vorrebbero farci del male non ricevano benefici ai sensi delle leggi in materia di immigrazione.”


La riforma dell’immigrazione ha fondamentalmente due problemi. Uno è come dare un qualche tipo di status legale ai circa 11 milioni di stranieri senza documenti che attualmente vivono in America, la maggior parte di loro ispanica. L’altro è il modo per agevolare l‘aggrovigliato sistema dei visti, molto restrittivo che attualmente impedisce imprese americane di assumere stranieri che vorrebbero assumere, oltre a creare complicazioni di viaggio assurde per molti americani con coniugi e parenti non cittadini americani. All’interno della discussione di tali problematiche, il possibile terrorismo da parte di residenti regolari americani nati nel Daghestan non è solitamente considerato un fattore importante. Per Marco Rubio, il senatore repubblicano che ha cercato di predisporre un progetto di legge bipartisan sulla riforma dell’immigrazione, l’idea che un goffo e solitario attacco terroristico da parte di un frustrato pugile ceceno e da suo fratello minore possa silurare i suoi sforzi può sembrare bizzarro.

Tuttavia non è del tutto impossibile, per due motivi. La prima è che non vi è alcuna risposta politica estera plausibile a questo evento terroristico. Gli attacchi dell’11 settembre, e le poche istanze successive di terrorismo suicida in America, ha lanciato ricorsi politici sulle questioni della sicurezza e della politica estera: l’azione militare in Afghanistan e in Iraq, massicce espansioni di sicurezza nazionale e di sorveglianza. Oggi, l’acceso conflitto in Medio Oriente quale è la guerra civile in Siria, ha poco presa sugli americani a destra o a sinistra, e nessun collegamento plausibile per la violenza a Boston, anche a livello emotivo sub-razionale in cui la politica spesso si butta. Quindi, chi cerca di sfruttare gli attentati per vantaggio politico è limitato a iniziative nazionali.

La seconda ragione è che, razionalmente o no, il terrorismo che coinvolge gli stranieri in America è sempre stato legato alla politica in materia di immigrazione. La prima spinta a limitare l’immigrazione nel XX secolo è cominciato dopo che anarchico Leon Czolgosz assassinò il presidente William McKinley, lui non era nemmeno un immigrato, i suoi genitori lo erano stati, ma era sufficiente per indurre Teddy Roosevelt a chiedere al Congresso di chiudere “l’entrata in questo paese ad anarchici o a persone che professano principi ostili verso tutto il governo”. La risultante Anarchist Exclusion Act del 1903, e la legge sull’immigrazione del 1918, che ha ampliato la sua autorità, riescono a cacciare fuori non più di qualche dozzina di persone. L’Immigration Act 1924 ha veramente applicato un taglio drastico all’immigrazione, si basava sulla percentuale di razza e del paese di origine, piuttosto che sull’ideologia. Ma il discorso politico a sostegno della limitazione dell’immigrazione si è sempre appoggiata pesantemente su presunte minacce di violenza, sia criminale che ideologico. Un paio di immigrati terroristi legati ad un’ideologia, in giro per il Massachusetts hanno ucciso molte persone: l’ultima volta che i giornalisti hanno avuto in mano una storia come questa, risale ai tempi di Sacco e Vanzetti (nella foto) che sono stati condannati a morte, e quattro anni dopo l’immigrazione in America è stata tagliata di netto.

Sacco e Vanzetti erano probabilmente innocenti, ma questo sembra molto meno probabilità per i sospettati di oggi. D’altra parte, Sacco e Vanzetti erano più iconicamente adeguati al sentimento anti-immigrati del tempo. C’era un sacco di immigrazione in Italia nel 1920, e l’anarchismo italiano di Galleani fu una corrente modestamente significativa nelle agitazione radicale di sinistra. Con i fratelli dal Daghestan l’iconografia è fuori discussione. L’etnia è molto piccola, e non ha nulla a che fare con la principale ondata di immigrazione negli Stati Uniti, oggi. La natura goffa degli attacchi li fa sembrare meno minacciosi che patetici. L’immigrazione dei nemici dovrà estendersi in maniera forte per cercare di trasformare gli attacchi di Boston in un argomento contro la riforma dell’immigrazione. Ma questo non significa che loro non ci provino.

Attentato a Boston: Pensavo fosse un fuoco d’artificio

[Traduzione da El Pais]

“Stavo già raccogliendo le mie cose a tre o quattro isolati di distanza, prima di tornare all’hotel e molta gente doveva ancora tagliare il traguardo. E’ stato allora che ho sentito una esplosione. Ho pensato fosse un fuoco d’artificio, ma mi sono reso contro immediatamente che non era così”. L’atleta messicana Magdalena Morales Fernández è una delle partecipanti della maratona di Boston, dove questa sera si sono registrate due esplosioni che hanno causato almeno due morti e 22 feriti.

“La gente ha iniziato a correre verso il parco e in tempo qualche minuto c’era la polizia e cinque elicotteri”. Morales ha raccontato al telefono che le esplosioni sono “venute dal basso” a pochi passi dalla linea del traguardo. La prima cose che ha fatto è stata andare a cercare i suoi amici.
Nonostante le linee telefoniche si sono interrotte diverse volte lungo la serata, spiega, “sono riusciti ad avvisarmi che stavano bene”. La direttrice della rivista Runners World, Sonia Chávez, ha raccontato al giornale che nonostante tutto sono riusciti a contattare già la maggior parte degli atleti messicani che partecipavano alla maratona.

Morale, 41 anni, aveva solo corso maratone in Messico. Quella di Boston è stata la prima fuori dal paese. “E’ un evento speciale, che si porta dietro una tradizione…in questo momento sono tutti nel panico e tristi, per tutto quello che significa…ma, insomma, non sappiamo quello che possa essere successo e non possiamo fare di più”