Cosa abbiamo da imparare dalla Grande depressione?

[Traduzione da The Economist]

Dall’inizio di ciò che alcuni ormai chiamano “la grande recessione”, nel 2007, gli economisti non hanno potuto evitare il confronto con la Grande Depressione dei primi anni 1930. Per alcuni, le somiglianze sono evidenti. Gli economisti come Paul Krugman e Barry Eichengreen hanno individuato diversi parallelismi tra i due crolli. Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha messo in guardia più volte nel corso degli ultimi anni sul fatto che il mondo avrebbe rischiato di cadere in una nuova “Grande Depressione”. Gli stessi esperti di storia economica hanno avuto un ruolo senza precedenti nel processo decisionale durante la recente crisi. Ben Bernanke alla Federal Reserve e la consigliere-amministrativa di Obama, Christina Romer, hanno entrambi una formazione accademica nella disciplina in questione.

Possono degli esperti di storia economica dare consigli politici sulla base di quello che credevano avesse causato la Grande Depressione? Una discussione su questo argomento è stata portata avanti dai migliori storici di economia della Gran Bretagna in una conferenza all’Università di Cambridge il 4 novembre. La questione è risultata più complessa di quanto appaia a prima vista. Anche se ci sono somiglianze tra questa crisi e quella del 1930, molti altri aspetti quali la tecnologia, la geopolitica, e il ruolo dello stato sono cambiati radicalmente nel periodo tra i due eventi storici. I mercati finanziari e dei sistemi di credito ora funzionano in modo diverso rispetto ad allora. Esotici strumenti derivati come CDO e CDS sono diventati ampiamente utilizzati solo nel 1990. Non esistevano istituzioni economiche globali come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, e l’Europa dipendeva dal Trattato di Versailles, non dall’Unione europea.

Ma ciò che ha reso la lezione più difficile è che molti punti di vista tradizionali circa le cause della depressione sono stati rovesciati dagli accademici negli ultimi decenni.

Prendiamo, ad esempio, l’opinione secondo cui l’aumento del protezionismo, come ad esempio la legge Smoot-Hawley del 1930, abbia “causato” la Grande Depressione. Secondo una ricerca condotta da Paul Bairoch, i prezzi sono scesi nel periodo immediatamente precedente il disastro economico. Ha riscontrato che i tassi medi annui doganali dei paesi dell’Europa continentale sono rimasti sostanzialmente stabili tra il 1913 e il 1927, passando solo dal 24,6% al 24,9% in quei quattordici anni. I tariffari europei hanno continuato a mantenersi stabili fino al 1930, ben dopo l’inizio della depressione. Al di fuori dell’Europa, le tariffe medie sono scese nel periodo 1927-1929 come risultato del successo della Conferenza economica internazionale del 1927, momento in cui i paesi di tutto il mondo decisero di ridurre le barriere commerciali.

Anche se l’aumento del protezionismo amplificò la velocità e la profondità della crisi, quando nel 1930 le tariffe iniziarono ad aumentare, fu responsabile solamente di una parte del calo del PIL mondiale durante la Depressione. Dal momento che, nel 1929, le esportazioni americane rappresentavano solo il 7% del PIL, il calo dei volumi commerciali possono spiegare solo una parte della riduzione del 29,5% del PIL reale avvenuto tra il 1929 e il 1933.

L’idea che il crollo di Wall Street abbia causato la crisi economica ha perso consensi negli ultimi anni. Questa percezione è stata resa popolare dall’economista-insegnante ad Harvard, JK Galbraith, che nel 1950 sottolineò l’importanza del crollo della borsa nello scoppio della Grande Depressione.

Tuttavia, gli storici in altre parti del mondo hanno sottolineato che l’economia globale era già su un percorso discendente prima che i prezzi delle azioni a New York iniziassero a crollare. I prezzi delle case americane raggiunsero il picco verso la metà degli anni ’20 e l’industria delle costruzioni andò in tilt intorno al 1929. La produzione industriale in Germania e Gran Bretagna, le più grandi economie europee, stava già crollando a metà del 1928. In America, il reindirizzamento di capitali verso il già surriscaldato mercato azionario ha aggravato la carenza di credito nel resto del mondo prima dello schianto. Le imprese in Europa e America Latina stavano già affrontando una crisi del credito prima dell’inizio del 1929. Come con l’aumento del protezionismo, sembra che il crollo di Wall Street fu un sintomo dei problemi dell’economia globale, piuttosto che la sua causa di fondo.
 

Gli storici ora si concentrano su un diverso capro espiatorio per l’improvviso crollo economico del 1930: la struttura del sistema finanziario mondiale prima del 1929. In particolare, il lavoro degli storici, come Eichengreen e Peter Temin, ha recentemente sottolineato l’importanza del cattivo funzionamento del sistema monetario aureo quale causa della depressione, così come la sua gravità.

Dalla metà del XIX secolo, la maggior parte dei paesi era ancorato alla propria moneta per un valore fisso di oro, un accordo che divenne noto come “gold standard“. Questo sistema funzionò fino a quando i paesi dovettero aiutarsi l’un l’altro, attraverso dei prestiti, per risolvere periodiche crisi della bilancia dei pagamenti (e fino a quando le scoperte di giacimenti di oro mantenennero le tendenze del livello di prezzo su standard accettabili), ma la prima guerra mondiale interruppe questo sistema. Il risultato fu che molti paesi si trovarono con monete fissate ad un tasso di cambio inadeguato rispetto a quelli di altri paesi. Mentre la Francia e l’America, nel 1920, inizialmente guadagnarono al tenere le loro valute ad un valore molto basso, paesi come la Gran Bretagna e la Germania soffrirono di ricorrenti problemi di bilancia dei pagamenti come risultato delle loro valute sovrastimate.

Questo sistema precipitò alla fine degli anni 1920 quando l’economia globale iniziò quello che, in un primo momento, sembrava essere una normale congiuntura sfavorevole. Quando il calo della domanda globale provocò una crisi della bilancia dei pagamenti nei paesi di tutto il mondo a causa dei deflussi dell’oro, molti furono costretti a utilizzare mezzi fiscali e monetari per sgonfiare le proprie economie e proteggere il valore fisso delle proprie valute (ricorsero anche ai dazi doganali).

Questo trasformò la recessione in una depressione. Secondo alcuni storici monetaristi, le quattro ondate di crisi bancarie nel periodo 1930-1933 che mandarono in bancarotta la metà delle banche americane furono causate dalle strette monetarie della Federal Reserve in risposta a deflussi di oro. Effetti simili sono stati osservati anche in Europa. L’austerità in Germania e in Austria portarono a un’ondata di fallimenti bancari nel 1931, facendo precipitare l’economia europea centrale nel suo più grave periodo di contrazione. Secondo una ricerca condotta dal Eichengreen, i paesi che sfuggirono al gold standard e adottarono per primi i tassi di cambio fluttuanti, come ad esempio la Gran Bretagna nel 1931 e l’America nel 1933, ebbero la tendenza a recuperare prima e molto più velocemente. La critica sulla politica monetaria come filo conduttore della depressione è stata introdotta dal libro A Monetary History of the United States, 1867–1960 di Milton Friedman e Anna Schwartz, uscito per la prima volta nel 1963 .

I politici hanno tratto alcune lezioni dal 1930. A differenza della Grande Depressione, le banche centrali in Gran Bretagna e in America hanno evitato inutili strette monetarie. Invece, hanno tagliato i tassi di interesse e utilizzati stimoli monetari non convenzionali come l’alleggerimento quantitativo, nel tentativo di respingere la deflazione (un flagello della depressione). Anche il ruolo delle crisi bancarie nella trasformazione da una normale recessione ad una depressione profonda è stata riconosciuta. I governi le hanno provate tutte per evitare che il fallimento della Lehman Brothers generasse una crisi finanziaria globale, pienamente consapevoli del ruolo che ebbe il contagio finanziario negli anni ’30.

Tuttavia, può essere più difficile di quanto si pensi intravedere la lezione appresa dalla Grande Depressione rispetto ai problemi attuali europei. La zona euro è un sistema di cambi fissi, con elementi simili a quelli del gold standard. Ma i vincoli politici ed economici che frenano le politiche nazionali sono diverse da quelle che prevalsero negli anni ’30. Oggi gli economisti sostengono che, attualmente, la maggiore integrazione finanziaria europea porta la zona euro verso una prospettiva molto più rischiosa rispetto a quella che avrebbe portato il gold standard dopo gli anni ’30. Ma la zona euro ha una banca centrale che può stampare moneta – qualcosa che il sistema gold standard non aveva.

Forse gli storici possono dare un contributo migliore, garantendo che non venga fatto un abuso della storia passata nel dibattito sulla crisi dei nostri giorni. Per esempio, dare tutta la colpa a Wall Street per la Grande Depressione – o ai banchieri, nella crisi odierna – non regge ad un esame storico. La responsabilità può trovarsi più propriamente in una complessa combinazione di fattori, come il modo in cui sono strutturati i sistemi finanziari mondiali. Ma questo deve ancora essere interpretato da prove concrete del presente piuttosto che da “lezioni” semplicistiche del passato. Come scrisse una volta l’economista irlandese Cormac Ó Gráda, “è responsabilità sociale dello storico mandare in frantumi i pericolosi miti del passato”. Tali sentimenti dovrebbero essere rivolti tanto alla Grande Depressione, quanto a qualsiasi altro episodio della storia.

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